"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 16 gennaio 2026

Cosedettecosì. 01 Emil M. Cioran: «Tutto ciò che respira si nutre di inverificabile. Un supplemento di logica ucciderebbe ciò che si diletta a vivere. Date uno scopo preciso alla vita ed essa perderà all'istante il suo terribile fascino».


“E lascia vivere” di Chiara Valerio: Emil M. Cioran non è da oggi il mio eroe.  Lo è da quando, tempo fa (1996, anno del mio esame di maturità), mi è capitato in mano “Sommario di decomposizione” (…). Titolo che per una liceale di provincia che leggeva Nietzsche, ma anche Simone Weil e Fleur Jaeggy e scrittori giapponesi (grazie ai cartoni animati sulle televisioni regionali o commerciali) e Virginia Woolf, era ghiotto, di più, una lanterna nella notte, di più, un paio di Timberland per essere accettati alla panchina il sabato pomeriggio. Senza contare che mi piacevano già moltissimo i vampiri. La realtà è che una volta aperto - non sapevo assolutamente niente di Cioran e anche adesso so ciò che ho letto e radi cenni biografici, qualche aneddoto raccontato da un'amica - ci si trova davanti a un libro che, ostinatamente, sottolinea quanto non bisogna mai cedere alla categoria rassicurante del generale. La decomposizione è una cosa dei vivi, in particolare, riguarda la vita dello spirito. In questa "categoria rassicurante del generale" da evitare come la peste, - l'espressione tra virgolette è di Ludovica Koch nel saggio su Selma Lagerlof, e a lei e alla sua letteratura è riferito - c'è anche il pronome "noi". Immaginate, signore e signori della corte, un giovane essere umano, quale io ero, piena di buone intenzioni, anche politiche, ritrovarsi a leggere che non bisogna fidarsi de e affidarsi agli ideali. D'altronde, come ogni medio liceale volenteroso degli anni Novanta, avevo studiato la storia della filosofia, gli stoici per esempio, i cinici anche, sapevo che cosa significava sospendere il giudizio, avevo letto e amavo i moralisti francesi - ancora rendo grazie a Newton Compton per i cento pagine a 1.000 lire nei quali ho potuto leggere La Rochefoucauld e Mazzarino - ma questo E. M. Cioran cercava in ogni modo di spazzare via qualcosa che nella mia testa chiamavo, e chiamo ancora, il tragico, il retorico, il solenne. Anzi, per copiare Kundera: IL TRAGICO, IL RETORICO, IL SOLENNE, giacché di solito, osserva lo scrittore che come Cioran aveva scelto come lingua il francese, sono cose scritte in maiuscolo. E lo faceva con qualcosa che cominciavo a sentire mi appartenesse e mi guidasse: l'ironia. Così, in questo inizio di anno del signore 2026, visto che ho finito l'anno con “Esercizi negativi. In margine a Sommario di decomposizione” (…) ricomincio da Cioran. "Perseveriamo nell'esistenza perché il desiderio di morire è troppo logico e quindi troppo poco efficace. Se la vita avesse un solo argomento a suo sostegno - chiaro, indiscutibile, - ne sarebbe annientata; gli istinti e i pregiudizi non avrebbero più nulla da sostenere; si allenterebbero, sommersi dall'evidenza contro la quale lottano e la cui assenza è appunto la loro unica ragione di esistere. Tutto ciò che respira si nutre di inverificabile. Un supplemento di logica ucciderebbe ciò che si diletta a vivere. Date uno scopo preciso alla vita ed essa perderà all'istante il suo terribile fascino. L'estrema incertezza dei suoi fini la rende superiore alla morte. Un briciolo di esattezza la abbassa alla trivialità delle tombe".

“Io sono l’opinione”, di Angelo Flaccavento: Che fracasso insopportabile.  Quanto rumore, che sfrenato scalpitare.  Cosa è tutto questo ciarlare, queste urla incontenibili? A che pro, poi? Si può avere un po' di silenzio per riflettere? «Mai e poi mai, signore: star zitti significa non esistere. Ecco tutto».

Con chi ho il dispiacere di conferire, mi scusi? E perché questo strano effetto stereofonico, per cui davanti a me vedo una persona, ma le mie orecchie odono un coro sgangherato di locuste, un migliaio almeno di esemplari? «L'arcano è presto spiegato, mio sconosciuto interlocutore: io sono l'Opinione, dispotica e dilagante, regina incontrastata dell'ecumenismo nazionalpopolare. Sono proterva e dogmatica, e invero mi sento unica e inoppugnabile, anche se a esser sincera non mi nego proprio a nessuno. Basta avere il pollice opponibile e una tastiera a disposizione e io mi materializzo, senza troppo pensare. Anzi: ho in orrore il pensiero e l'esperienza. Prendo forma cosi, in pochi istanti, come un rush e appaio nell'etere, scatenando tenzoni e dibattiti. Mi arrogo qui d'acchito un successo che mi rende orgogliosa. Qualsiasi cosa dicano i disfattisti, non si è mai scritto, e di conseguenza mai letto, come ora: cascate e fiumi di parole, tutto grazie a me».

Impossibile negarlo, ma sono parole che non attaccano; che scivolano rapide o che al massimo vanno in autocombustione per mutare in cenere. Sono dichiarazioni, commenti e messaggi, esplosioni dell'ego, modi per mettersi in mostra sparandola grossa. Di rado si tratta di pareri nati da gusto, elucubrazione o competenza. Piuttosto, è tutto un fiorire di idee basate su un personalismo ignorantello. «Quel che dice è parecchio discutibile, sinceramente, e nasce da preconcetti vetusti alquanto che la fanno apparire demodé. Ma una cosa aggrada assai: il suo tono è perentorio e imperioso. Lei suona e tuona come si conviene a me, l'Opinione».

Ma la mia risolutezza è argomentata. Posso dare spiegazioni su tutto quel che dico. Nulla è basato sul mi piace o non mi piace, senza ulteriore riflettere. E questo, direi, fa la grande differenza. «Come se qualcuno fosse davvero interessato a sottigliezze e sofismi di tal tenore. Lei, caro conversatore, sembra vivere veramente in un'altra epoca e forse pure in un altro spazio».

Si spieghi meglio, Opinione, perché mi pare di aver perso il filo e a questo punto vorrei vederci chiaro, dato che con questo fracasso sentirci chiaro è pressoché impossibile. «Ecco qui l'articolato ed esaustivo chiarimento. Sentirà anche che finalmente tutte le diverse modulazioni della mia persona parlano in coro, per davvero all'unisono. Dunque: essere notati è la sola moneta di scambio nell'economia dell'attenzione. Ci si fa guardare per i look balzani, o ascoltare per i pareri bombastici e trancianti, per la litigiosità soverchia, per l'assolutismo del tono. Pacatezza e sottigliezza a nulla servono. Siamo qui per intrattenerci tutti a vicenda, e il sangue e gli strilli, così come le certezze granitiche da difendere con unghie e denti, sono molto più spassosi delle lectio magistralis e dei dubbi. Si accontenti, che tanto tutto dura poco, e poi si passa a nuove opinioni».

Sa cosa? Mi vien solo voglia di tacere. «Tanto vale che si tumuli, allora. Non esprimere pareri è non esistere».

Così sia.

N.d.r. I brani sopra riportati sono stati pubblicati sul periodico “U” del quotidiano “la Repubblica” di oggi, venerdì 16 di gennaio 2026.

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