Sopra. Vignetta di Mannelli, riportata su "il Fatto Quotidiano" del 4 di gennaio 2026.
Venezuela: Landini, no alle guerre. Condanniamo attacco USA, chiediamo ripristino diritto internazionale e intervento Onu.
Roma, 3 gennaio - “La Cgil condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del Presidente Maduro”. Lo afferma, in una nota, il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. “Ancora una volta - prosegue il leader della Confederazione - si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso”. Per Landini “il quadro internazionale si fa sempre più drammatico: l’aggressione di Putin all’Ucraina continua a mietere vittime civili; l’amministrazione Trump mette a repentaglio il diritto internazionale con attacchi armati in Nigeria, in Siria e in Iran, minaccia la Groenlandia, Panama e nuovamente l’Iran; a Gaza si continua a mettere in campo una logica genocidaria non solo per gli attacchi armati, ma anche per la carestia, attivamente sostenuta da decisioni esecrabili del governo Netanyahu che ha persino messo al bando 37 ONG internazionali e riconosciuto unilateralmente il Somaliland, contribuendo all’instabilità di una regione già martoriata come il Corno d’Africa”. “Ribadiamo che la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale. Chiediamo al Governo italiano e alle Istituzioni europee di condannare con fermezza l'aggressione USA in Venezuela, impegnarsi immediatamente per un cessate il fuoco e far pervenire soccorsi alle popolazioni civili coinvolte. Inoltre - conclude Landini - chiediamo l’immediata convocazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e l’impegno immediato per il ripristino della legalità internazionale”. (Dall’appello dall’”Ufficio Stampa” della “CGIL”, Confederazione Generale Italiana Del Lavoro).
“PuntoUno”. (…). 1) La conferma è che cambiano i presidenti – democratici o repubblicani, ortodossi o eterodossi – ma non gli Usa, che fanno sempre i loro porci comodi. Ma senza mai preoccuparsi del “dopo”. Trump è un eterodosso, tant’è che sogna ridicolmente il Nobel per la Pace, mentre i suoi predecessori han sempre vinto ad honorem quello della Guerra. Ma il suo sbandierato isolazionismo viene regolarmente risucchiato dal cancro “neocon” che gli siede accanto nelle persone di Rubio e di tanti invisibili del Deep State. La differenza con gli altri presidenti è che Trump non prova neppure ad ammantare il golpe a Caracas con l’esportazione della democrazia, l’ingerenza umanitaria o altre esche per gonzi: dice papale papale che vuole il petrolio e quando parla di “narcoterrorismo” non ci crede nemmeno lui (ha appena graziato l’ex presidente honduregno Hernandez, condannato negli Usa a 45 anni per un mega-traffico di cocaina).
2) La lezione è che l’Occidente non ha mai avuto alcun titolo per insegnare il diritto internazionale alle “autocrazie”. Se gli attacchi criminali della Nato alla Serbia, all’Afghanistan, all’Iraq e alla Libia e lo sterminio israeliano a Gaza non fossero bastati, ora c’è il Venezuela a denudare l’ipocrisia e la doppia morale dei “buoni”: alcuni governi europei condannano debolmente gli Usa, altri pigolano, la von der Leyen farfuglia di “transizione democratica”, l’inutile Kallas predica “moderazione” a bombardamenti e colpo di Stato avvenuti, la Meloni si e ci copre di vergogna e di ridicolo vaneggiando di “intervento difensivo legittimo”. La fiaba dell’“aggressore” e dell’“aggredito” era buona solo per l’invasione russa dell’Ucraina. Così come le giaculatorie euro-mattarelliane sulla “pace giusta” e sul diritto di tutti gli ucraini (non solo dei locali) a decidere le sorti del Donbass: e, di grazia, chi dovrebbe decidere il presidente del Venezuela, se non il popolo venezuelano? Nel 2019 ben altro premier, Conte, rifiutò di riconoscere il golpista Guaidò che Trump voleva imporre a Caracas, unico in Europa con papa Francesco. Poi arrivarono i camerieri Draghi e Meloni. Ora, per coerenza, l’Ue dovrebbe inviare armi ai seguaci di Maduro aggrediti e sanzionare con 22 pacchetti gli Usa aggressori. Ovviamente non ci pensa nemmeno: a Trump dice sempre sì quando dovrebbe dire no (dazi, gas, armi e 5% di Pil alla Nato) e no quando dovrebbe dire sì (il piano di pace sull’Ucraina). In fondo i nostri sgovernanti lo preferiscono quando fa la guerra che quando prova a fare la pace. (Tratto da “A chi inviamo le armi? di Marco Travaglio).
PuntoDue”. (…). A differenza dell’attacco all’Iran, questo sembra un regime change in piena regola. Se lo aspettava? «Il raid è stato ovviamente una violazione volgare e palese del diritto internazionale, è superfluo dirlo. Viola la lettera e lo spirito della Carta delle Nazioni Unite, ma al deep State americano non importa nulla delle convenzioni Onu. Il progetto di cambio di regime in Venezuela va avanti da oltre vent’anni, a Washington. Trump e Rubio ne parlano apertamente da anni, e nelle ultime settimane quasi su base quotidiana».
Come si tengono insieme la postura da mediatore nel conflitto russo-ucraino e questa azione militare? E non vede un doppio standard rispetto a Juan Orlando Hernández, l’ex presidente dell’Honduras incarcerato per narcotraffico negli Usa e graziato da Trump? «Non esistono standard, esiste solo il potere. Come dissero gli inviati ateniesi agli abitanti di Milo, più di 2400 anni fa: “I forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono”. Ma Atene fu distrutta dalla sua arroganza solo pochi anni dopo».
Come spiega il rinnovato interesse degli Stati Uniti per l’America Latina, dopo anni in cui sembrava accantonato? «Con tre parole: petrolio, petrolio, petrolio. Trump ama il petrolio, in modo insaziabile. Il Venezuela possiede le più grandi riserve accertate di petrolio al mondo, anche se si tratta di “greggio pesante”, ossia più costoso da lavorare. Sono riserve superiori persino a quelle dell’Arabia Saudita. E come dicevo, il tentativo di rovesciare il regime di sinistra del Venezuela è in atto fin dal 2002, in realtà».
L’operazione militare non sembra aver incontrato molta resistenza da parte delle forze armate venezuelane. L’opposizione ha parlato di accordo tra Maduro e gli Usa. A lei cosa sembra? «L’unica cosa che si può dire ora è che la situazione è molto più complessa di come sembra, e che non siamo ancora alla fine della storia. Il presidente è stato rapito e Caracas è stata bombardata, ma il governo venezuelano non è stato rovesciato, almeno non ancora. E bisognerà vedere cosa intende Trump quando parla di “gestire il Paese”».
Come reagiranno gli alleati del Venezuela? Rischiamo un’escalation? «Non credo che la Russia interverrà militarmente per questa questione. Per quanto riguarda l’Iran, ritengo probabile che Israele e gli Stati Uniti attacchino Teheran ancora, nel prossimo futuro. Lo hanno annunciato e minacciato sia Trump che Netanyahu, nei giorni scorsi. Starei attento su quel fronte».
Cosa può aspettarsi ora il popolo venezuelano? «Le operazioni di cambio di regime condotte dagli Stati Uniti portano a lunghi periodi di instabilità e violenza. Purtroppo, credo che sia questo lo scenario più probabile anche qui».
L’Europa si allineerà a Trump? «Penso che l’Europa rimarrà inerte come al solito, di fronte alle azioni degli Stati Uniti. Mi chiedo cosa succederà in Europa se e quando Washington cercherà di impadronirsi della Groenlandia, visto che anche quel territorio è nell’agenda di Trump». (Tratto dalla intervista di Riccardo Antoniucci – “Non esiste né Onu né diritto per gli Usa, solo potere e denaro” - all’economista americano Jeffrey Sachs).
“PuntoTre”. “USA-Venezuela: attacco colonialista, ma al buio”, testo di Pino Arlacchi: È difficile, in situazioni come questa, ragionare con la testa e non con altre parti del corpo, come fanno Trump e il codazzo politico-mediatico che approva il suo tentato cambio di regime in Venezuela. Dico "tentato" perché fino ad adesso non ci sono gli elementi essenziali di un colpo di Stato, eccetto il sequestro e il rapimento del presidente di uno Stato sovrano. Avvenuto a quanto sembra grazie a qualche classico tradimento di guardie del corpo, e non come espressione di una rete di congiura e di malcontento interni. Un cambio di regime è la sostituzione di un governo con un altro grazie a un piano, che consiste molto spesso nella combinazione di un attacco esterno e una cospirazione intestina, politico e soprattutto militare. Si rovescia un assetto di governo e ci si presenta al popolo come titolari di un potere sovrano alternativo. Ma è proprio questo che finora non è accaduto a Caracas. Dov'è il nuovo esecutivo che nel corso di un vero colpo di Stato si installa a palazzo Miraflores nelle stesse ore delle bombe? Dove sono i militari ribelli che si impadroniscono dei mezzi di informazione, delle sedi di Parlamento, Corti costituzionali e ministeri? Da nessuna parte. Esecutivo e forze armate del Venezuela sono rimasti compatti al loro posto, senza la minima smagliatura, e senza che apparisse sulla scena alcun governo provvisorio già formato, e sostenuto da alcuna forza reale di opposizione. Nessuno sta prendendo sul serio i deliri presidenzialisti della Machado, neppure gli Stati Uniti. L'operazione è interamente predatoria, coloniale vecchio stile. Trump ha dichiarato che saranno gli Usa a reggere direttamente il Venezuela e a decidere dell'uso delle sue risorse. E, visto che già si trovava in argomento, ha minacciato di nuovo Colombia e Messico di subire la stessa sorte. Lo stile coloniale di tutta la vicenda si è rivelato nella dinamica dei bombardamenti, che hanno accuratamente evitato le raffinerie di petrolio, e nelle dichiarazioni del segretario di Stato e di quello della Difesa che hanno vantato la supremazia assoluta della forza armata americana senza riconoscere alcun concorso ad alleati interni, a quinte colonne pronte a prendere il potere. L'operazione golpe in Venezuela, perciò, è riuscita finora a metà, oppure è fallita. Molto dipende dai punti di vista, e da ciò che accadrà nei prossimi giorni. Se le forze armate resteranno al fianco del governo, come è probabile, e se non si verificherà, com'è altrettanto probabile, alcun movimento di giubilo antichavista che spazzi via l'esecutivo in carica, sarà l'attuale esecutivo che continuerà a governare il Venezuela, sotto la guida della vicepresidente esecutiva Delcy Rodriguez. È molto difficile che si verifichi una capitolazione. A norma di Costituzione, la vicepresidente dovrebbe convocare entro un mese le elezioni, che si svolgerebbero all'insegna di un patriottismo favorevole alla causa chavista. Trump potrebbe prendere atto di questo sviluppo, dichiarare come al solito una vittoria immaginaria e riportare a casa le truppe, come già accennato da Rubio. Altrimenti dovrà lanciare un'invasione e/o una guerra vera e propria, mettendosi contro, oltre al deep State che non ha alcuna voglia di esporsi a un alto rischio di sconfitta, la stragrande maggioranza dei suoi elettori che è contraria a nuove guerre. Il Venezuela diventerebbe un campo di battaglia tra una milizia popolare di 5-6 milioni di chavisti armati e addestrati, guidati da militari professionisti in possesso di droni e missili da un lato, contro soldati americani agli ordini di generali che hanno ben presente il verdetto del Vietnam e dell'Afghanistan. E dotati di armamenti obsoleti, impotenti nel corso di un conflitto asimmetrico. È anche possibile che si arrivi a una trattativa secondo la quale il Venezuela, in cambio di una sovranità limitata e sorvegliata, riconosce agli Stati Uniti una sorta di diritto di prelazione a prezzi stracciati sul suo petrolio a scapito del maggiore acquirente attuale, che è la Cina. Pechino potrebbe non sollevare forti obiezioni alla proposta dato che il petrolio venezuelano incide per pochi punti sul suo fabbisogno, ma in questo caso il governo Rodriguez rischierebbe di soccombere alla prima tornata elettorale di fronte al malcontento della sua base politica che vedrebbe tradito il progetto socialista. Non dovremo attendere a lungo l'esito di questa partita.
N.d.r. Tutti i testi sopra riportati sono stati pubblicati su “il Fatto Quotidiano” in edicola oggi, domenica 4 di gennaio 2026.

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