“Miracolo a Palermo la notte di Natale”, testo di Manuel Vilas:
Esiste
la felicità? Non lo so, non lo sa nessuno. Ora sono a Palermo. Ci sono venuto
per la ragione più indiscutibile del mondo: adoro Palermo. Ma sono venuto a
Palermo anche perché ho divorziato da poco. E ho cercato rifugio a Palermo,
nella bellezza delle sue strade strette e nelle sue case invecchiate, forse
perché Palermo ha a che vedere con il paese spagnolo in cui sono nato. Palermo
è mia. Mi appartiene. Ho scelto un albergo stupendo, che si chiama Palazzo del
Poeta. Mi sono svegliato in una stanza bianca, identica a quella che compare
nel finale del film di Stanley Kubrick 2001. Odissea nello spazio. Pareti
bianche, armadio bianco, letto bianco, tavolo bianco, sedia bianca, tende
bianche, una bianchezza protettrice. Tutto ciò che ho letto nei libri e ho
visto al cinema torna nella mia vita quasi come un miracolo. Esistono i
miracoli? La mia stanza bianca è la stessa di quella di un film di Stanley Kubrick.
Sì, i miracoli esistono. Ho passato in rassegna, appena sveglio, i motivi per
cui Ada, la mia seconda moglie, ha deciso di divorziare da me. La vedo in
questa stanza bianca. Se fosse qui, nella stanza bianca, mi sentirei in compagnia.
Ma non c'è, ci sono solo io. Ada, la mia Ada, che è stata il mio gran rifugio,
non sta più con me; e molte volte sono stato tentato di arrendermi, di suicidarmi,
ma la mia vita non ammette le dimissioni. Sono uscito a passeggiare per
Palermo, ed è apparsa quell'illusione, sempre bianca, nel cielo. Cos'era? Era
il Natale, non mi ricordavo delle date, ero così immerso nel dolore del mio
secondo divorzio da non rendermi conto che era già Natale e che era quello il
motivo del mio viaggio a Palermo, perché stavo fuggendo da Madrid, e volevo
passare il Natale completamente solo, vagando per le strade di Palermo,
mangiando quegli spaghetti con le sarde che tanto mi piacciono. La presenza del
Natale mi ha dato coraggio, così mi sono lasciato tentare da tutto ciò che
vedevo. Sono entrato in un negozio di abiti di seconda mano, e allora ho capito
che avevo idealizzato Ada e i nostri undici anni di matrimonio, può darsi che
quella rivelazione me l'abbia fatta l'angelo del solstizio d'inverno, ammesso
che esistano ancora gli angeli. Nel negozio c'era un albero di Natale, e
c'erano decorazioni e palline e un enorme «Happy Christmas». Ho visto un
cappotto di pelle che mi è piaciuto. Tutta la mia vita finisce per sembrarmi
inesplicabile, e quel cappotto di pelle conteneva una possibile spiegazione.
Dagli altoparlanti del negozio veniva la voce di Frank Sinatra che cantava
Santa Claus Is Coming to Town. Quando ho sentito quella voce, mi sono sentito
protetto. L'arte ci protegge dal male, dalla paura, dalla morte. Devo
ringraziare la letteratura, che mi aiuta a vedere i misteri della vita. Lo
confesso: ho usato la letteratura come terapia. Lo confesso in modo che tutti
coloro che tanto mi censurano lo facciano adesso con la potenza di una
confessione di colpevolezza del diretto interessato. Questa confessione mi porta
anche a adorare ancora di più l'opera e la vita dello scrittore francese Marcel
Proust. La mia vita è stata un'oscillazione tra Franz Kafka e Marcel Proust, e
in mezzo il romanzo Le onde della mia amata Virginia Woolf. La mia editrice
spagnola mi ha fatto una confessione con cui sono d'accordo, completamente d'accordo.
Ha detto: «La Spagna è orribile». E lo è. Forse per questo ho sentito tante
volte, e in modo così intenso, la presenza di un lupo nero che ulula dentro di
me, che si aggira dentro di me e si alimenta dei miei organi e beve il mio
sangue. Che nome dare a quella creatura? Quel lupo che ulula è anche un essere
vischioso e privo di compassione. Quale sarà il suo nome? Non mi lascia vivere
e non mi regala nulla in cambio della sua alimentazione quotidiana a spese dei
miei organi e del mio sangue. Potrebbe chiamarsi lo straniero, come il titolo
di quell'indecifrabile romanzo di Albert Camus. Non sono entrato da solo in
quel negozio di abbigliamento. Con me è entrata una legione romana, una guardia
pretoriana, perché erano presenti anche la mia psichiatra e l'ultima
conversazione che avevo avuto con lei, in cui mi aveva detto che non si sentiva
attratta da me, dando così risposta alla seduta precedente, in cui le avevo
chiesto dell'ipotesi di un innamoramento tra il paziente e la psicoterapeuta.
Lei, in quest'ultima seduta, era tornata sull'argomento e aveva voluto sapere
se quell'ipotesi fosse o meno estranea alla mia persona. È difficile il mio
rapporto con la mia psichiatra. Stavolta ero stato umiliato da lei. Sono uscito
dalla seduta, dal punto di vista della mia salute psichica, molto peggio di come
ci ero entrato. Non aveva avuto pietà di me, e quella mancanza di pietà aveva
il nullaosta della psichiatria. La mia psichiatra (si chiama Bianca, una vera e
propria coincidenza, per nulla aleatoria) era obbligata da qualche codice
medico a dirmi che se l'ipotesi da me formulata accadeva nel mio cuore, dovevo
sapere che quell'innamoramento non era reciproco, e questo mi ha danneggiato
psicologicamente. E Bianca si è mostrata priva di compassione. Non le
importavo, perché la sua salute era più importante della mia; la sua salute
lavorativa, che posso capire, e rispetto. Ciò che non posso più accettare è la
mancanza di parole, l'assenza di frasi e di concetti accurati nel cervello
della mia psichiatra, la sua ignobile ignoranza di una gigantesca tradizione
umanistica al momento di elaborare pensiero e vita. La mancanza di eleganza, è
di questo che sto parlando. Il suo atteggiamento grossolano mi ha gelato il sangue,
non il suo distacco dalle mie emozioni, bensì l'assenza di grazia con cui ha
esposto le regole del gioco di una terapia e di una cura psichiatrica che al
giorno d'oggi (spero di sbagliarmi) non dà frutti, è sterile; la sterilità è la
bandiera del nuovo mondo in cui stiamo andando. Non mi sembra un male la sterilità.
Tutto mi sembra un bene. Il bene e il male sono anch'essi inespressivi alla
fine delle vite. Anche la mia amica Federica è entrata nel negozio. L'ho detto,
eravamo un esercito. E io il portabandiera di tutta quella gente. Perché ho
pensato se Fede (noi amici la chiamiamo così) avrebbe approvato, con il suo
sapere estetico e il suo gusto originale e raffinato, ciò che quel negozio
offriva. Mi piace molto Fede. Parlo con lei ogni giorno. Dopo la chiamerò. Ho
paura di confessarle che la amo, perché sicuramente mi respingerà, come ha
fatto Bianca. E naturalmente, mia madre è entrata accanto a me. E sono entrati
i miei zii morti, i miei nonni morti. Anche i miei due matrimoni rotti sono
entrati. E i miei amici e le mie amiche e i miei due figli. È entrata una
folla. C'eravamo ormai tutti e ho deciso di provarmi un giaccone di pelle
scamosciata che costava ottanta euro. Aleggiava sul negozio un incantesimo di
Natale. Potevo vederlo. Il Natale, negli esseri umani della mia età, è pieno di
fantasmi. E avevo bisogno di un piacere rapido. Una gioia della vita alla
velocità della luce. Allora mi sono visto allo specchio e ho sentito un rumore
del sangue che mi alimenta il corpo, e il negozio si è oscurato, e ho
ricordato. Ho ricordato il giorno di Natale in cui mio padre, nel 1974, cioè
più di mezzo secolo fa, mi aveva regalato un giaccone di pelle scamosciata. Non
so da dove diavolo l'avesse tirato fuori, ma so che era carissimo, e so che
quel giaccone di pelle scamosciata, nel cui interno c'era un marchio rosso che
indicava l'origine di autentica pelle d'agnello dell'indumento, mi ha cambiato
la vita, perché quel giaccone mi ha fruttato un'onorificenza divina. Cos'è
un'onorificenza divina? La vita, la bellezza, l'arte di guardare le cose, è
questo un'onorificenza divina. E l'amore di tuo padre. E sono tornato alla
realtà e alla commessa, una ragazza giovane: mi sorrideva perché mi ha visto
entusiasta del giaccone. E l'ho comprato per cinquanta euro. Me l'hanno dato a
meno perché era Natale. Mi hanno fatto uno sconto natalizio. E sono uscito in
strada con il giaccone addosso e dopo tre minuti che ci passeggiavo per Palermo
ho capito di aver comprato lo stesso giaccone che mio padre mi aveva regalato
cinquantuno anni prima. Ho capito che il Natale era dentro di me. E allora ho
sentito la mano di mio padre, e ho avvertito la sua presenza. E mi ha domandato
con una voce piena di felicità: «Vero che ti piace moltissimo il tuo regalo di
Natale? Hai proprio un sorriso da bambino felice, buon Natale, Manuel». “Miracolo in una notte di solstizio”, testodi Paolo Rumiz: Entrò
nelle torri di luce verso mezzanotte, disteso su una lettiga. Fece appena in
tempo a vedere le stelle dell'Avvento, prima di essere inghiottito da un
sotterraneo pieno di gente. Oltre la bora, oltre l'odore del bosco, un mondo di
corridoi, porte automatiche, luci come di lanterna magica. L'ospedale di
Trieste, a tre chilometri dalla frontiera. Da quel momento il suo racconto
passa al presente, su un unico piano-sequenza. Vede un camice bianco chino su
di lui, che gli misura ogni parametro. Ha la polmonite, l'ossimetria è ai
minimi. Ha un caso grave accanto, un uomo lungo, esanime. Un team di medici e
infermieri gli stanno attorno. Ne vede solo i piedi divaricati. Sente due
agenti di polizia sussurrare che è turco, e non ha documenti. Sale dei raggi X,
consulto di medici. Lo spingono in un ascensore. Sale al tredicesimo piano,
Pneumologia. Alle 02.15 ha il suo letto, il suo reparto. Entrando, fa in tempo
a vedere sulla destra un presepe sul bancone dell'accoglienza. È fatto di
materiale sanitario adornato di lumini. Tutto attorno a lui respira quietamente.
L'intera torre di luce sembra respirare all'unisono, come un grande animale. Lo
attaccano a dei fili. Si sente accolto. Si distende, si fida. Ha brave sentinelle
attorno. Ha l'erogatore di ossigeno sulla destra. Si gira da quella parte,
entra in un sonno Rem e lo sogna, ma l'apparecchiatura è attorniata di esseri
immaginari che si avvicinano al letto formulando domande senza senso. Sullo
sfondo, un monitor mostra una surreale luna piena. Poi il sogno finisce: non
c'è nessuno nella stanza. Solo l'erogatore è rimasto lì, nello stesso posto del
sogno. Fermo nel suo campo visuale. Di notte non dorme quasi mai. Farmaci e
curiosità lo tengono in stato di allerta, sente il passaggio felpato di medici
e infermieri. Vede le loro ombre attorno alla piccola luce del desk. Immagina
le stelle d'inverno sopra le torri. Tutto è grandiosamente teatrale. E tutto,
dalle voci alle facce di protagonisti fino al canovaccio della regia, andrebbe
mostrato nelle scuole per rappresentare il senso del dovere. A occhi chiusi
percepisce il "pianissimo" di un'orchestra sinfonica che da un
momento all'altro è capace di lanciarsi in roboanti impennate alla Mahler. Alle
tre arriva un caso grave, un uomo dai bronchi intasati di nicotina che cerca di
strapparsi la maschera a ossigeno senza la quale morirebbe. È assatanato, insulta
tutti, si acquieta per cinque minuti, poi ricomincia. Bisogna mettere in campo
tutti gli artifici della persuasione, dalla minaccia alle parole dolci. Parole
soffocate, un'imprecazione, qualche grido, poi torna la calma; c'è nell'aria un
pulviscolo di adrenalina che lentamente decanta. Nel nucleo di pronto
intervento si tira il fiato. Ora c'è persino qualcuno che ride e fa battute.
Dove trovino l'energia, quei matti, è un mistero. Verso le quattro, l'ora più
buia, viene fame. Qualcuno evoca una pizza con accento napoletano. Per spirito
di emulazione egli riordina il comodino e il letto. Fa come un soldato in
trincea farebbe con il loculo di terra che gli è stato assegnato per dormire.
Divide la notte in due, come i monaci, per creare una fertile cesura nel sonno.
Sa che a quell'ora di mezzo i pensieri gli volano quietamente attorno, non deve
fare altro che raccoglierli, farli scivolare dalla mente alla mano e dalla mano
alla penna. Usa la lampadina frontale per non disturbare. Ha come vicino una
donna, nelle ore più intime il dialogo a bassa voce con lei ha un calore
speciale. Lui le racconta delle storie. Lei sa tirargliele fuori come una
levatrice. Un'arte innata che ha il nome di maieutica. Medici, infermieri,
personale paramedico si muovono sapendo ciascuno la sua parte. Egli ha imparato
i loro nomi, sono la sua famiglia. Chiara, Rosario, Erica, Tjasa, Olindo, Ivan,
Dorina e altri. Jeinaba è della Costa d'Avorio, pulisce le stanze sorridendo.
Ha il chador, e il suo nome vuol dire "profumato fiore di luce".
Quasi la metà non sono italiani e più della metà sono donne. La notte chiarisce
tutto: senza di loro la sanità pubblica non funzionerebbe, alla faccia dei suprematisti
bianchi. Alle sei del mattino lo spazio è già riorganizzato, in vista di nuovi
arrivi. Nessuna clinica privata raggiungerebbe questi livelli di umanità ed
efficienza. Fuori l'aria è di cristallo, ogni mattina gli regala lo spettacolo
della prima luce che si accende oltre le colline. Alle sette e trenta, dopo il
passaggio di consegne attorno a un bollitore del caffè, quelli della notte
smobilitano, formano un trenino verso l'uscita, salutano. Uno del gruppo si
gira e dice: «Scriva di noi, che la gente non sa cosa succede qui dentro».
Sente che il suo compito è rendere grazie. Costruire un ponte tra il fuori e il
dentro. Gli hanno detto del delirio degli acquisti in città, e allora sente che
i malati veri sono fuori, non dentro. Sente anche che, nelle sue Torri, anche
gli Ultimi troverebbero posto, mentre la giostra della Grande Abbuffata li
rifiuta come scarti umani. Decide di non volere regali, né di farli. Vuole
celebrare il Natale in frugalità e purezza. Ripartire da zero, in modo nuovo. È
la sua ultima notte. Notte del solstizio. Lo hanno liberato di sensori,
alimentatori, flebo. Dovrebbe sentirsi libero e invece ha poca voglia di andar
via. Non dorme. Le ombre attorno a lui si fanno irreali. Ha i sensi dilatati.
Gusto, udito, olfatto. Si commuove per un nonnulla. Vive un racconto di
realismo magico. Guarda fuori dai vetri blindati, aspetta la luce. Ed ecco che
poco prima dell'alba succedere qualcosa di inverosimile. Le due torri
illuminate tremano, sembrano scuotersi dalle fondamenta, poi muoversi come
un'astronave e prendere lentamente il largo con tutto il loro carico di anime
in pena, in direzione dell'ultima luna. I passeggeri si svegliano a migliaia,
si affacciano alle finestre per assistere alla grande traversata della notte. La
nave stellare si alza con le sue strumentazioni, cucine, sale operatorie,
ascensori. Non si sa da dove sia partito l'ordine di sciogliere gli ormeggi, ma
tutti sono ordinatamente al loro posto di manovra. Il silenzio è totale. Si ode
solamente, in una saletta segreta, un suono come di mantice che sembra
innervare il bastimento in ogni più segreta struttura e dare il ritmo a una
respirazione generale. È un flauto, o forse un fagotto. O forse una piccola
macchina a vento, capace di offrire la giusta colonna sonora a
quell'inverosimile avventura interstellare. Un organetto di Natale, una
concertina. Una fisarmonica. Un bandoneon.
N.d.r. I brani sopra riportati sono stati pubblicati, rispettivamente,
il 21 di dicembre dell’anno 2025 ed il 4 di gennaio 2026 sui settimanali “Robinson”
del quotidiano “la Repubblica”.
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