"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 7 gennaio 2026

CosedalMondo. 100 “Miracoli”.


“Miracolo a Palermo la notte di Natale”, testo di Manuel Vilas: Esiste la felicità? Non lo so, non lo sa nessuno. Ora sono a Palermo. Ci sono venuto per la ragione più indiscutibile del mondo: adoro Palermo. Ma sono venuto a Palermo anche perché ho divorziato da poco. E ho cercato rifugio a Palermo, nella bellezza delle sue strade strette e nelle sue case invecchiate, forse perché Palermo ha a che vedere con il paese spagnolo in cui sono nato. Palermo è mia. Mi appartiene. Ho scelto un albergo stupendo, che si chiama Palazzo del Poeta. Mi sono svegliato in una stanza bianca, identica a quella che compare nel finale del film di Stanley Kubrick 2001. Odissea nello spazio. Pareti bianche, armadio bianco, letto bianco, tavolo bianco, sedia bianca, tende bianche, una bianchezza protettrice. Tutto ciò che ho letto nei libri e ho visto al cinema torna nella mia vita quasi come un miracolo. Esistono i miracoli? La mia stanza bianca è la stessa di quella di un film di Stanley Kubrick. Sì, i miracoli esistono. Ho passato in rassegna, appena sveglio, i motivi per cui Ada, la mia seconda moglie, ha deciso di divorziare da me. La vedo in questa stanza bianca. Se fosse qui, nella stanza bianca, mi sentirei in compagnia. Ma non c'è, ci sono solo io. Ada, la mia Ada, che è stata il mio gran rifugio, non sta più con me; e molte volte sono stato tentato di arrendermi, di suicidarmi, ma la mia vita non ammette le dimissioni. Sono uscito a passeggiare per Palermo, ed è apparsa quell'illusione, sempre bianca, nel cielo. Cos'era? Era il Natale, non mi ricordavo delle date, ero così immerso nel dolore del mio secondo divorzio da non rendermi conto che era già Natale e che era quello il motivo del mio viaggio a Palermo, perché stavo fuggendo da Madrid, e volevo passare il Natale completamente solo, vagando per le strade di Palermo, mangiando quegli spaghetti con le sarde che tanto mi piacciono. La presenza del Natale mi ha dato coraggio, così mi sono lasciato tentare da tutto ciò che vedevo. Sono entrato in un negozio di abiti di seconda mano, e allora ho capito che avevo idealizzato Ada e i nostri undici anni di matrimonio, può darsi che quella rivelazione me l'abbia fatta l'angelo del solstizio d'inverno, ammesso che esistano ancora gli angeli. Nel negozio c'era un albero di Natale, e c'erano decorazioni e palline e un enorme «Happy Christmas». Ho visto un cappotto di pelle che mi è piaciuto. Tutta la mia vita finisce per sembrarmi inesplicabile, e quel cappotto di pelle conteneva una possibile spiegazione. Dagli altoparlanti del negozio veniva la voce di Frank Sinatra che cantava Santa Claus Is Coming to Town. Quando ho sentito quella voce, mi sono sentito protetto. L'arte ci protegge dal male, dalla paura, dalla morte. Devo ringraziare la letteratura, che mi aiuta a vedere i misteri della vita. Lo confesso: ho usato la letteratura come terapia. Lo confesso in modo che tutti coloro che tanto mi censurano lo facciano adesso con la potenza di una confessione di colpevolezza del diretto interessato. Questa confessione mi porta anche a adorare ancora di più l'opera e la vita dello scrittore francese Marcel Proust. La mia vita è stata un'oscillazione tra Franz Kafka e Marcel Proust, e in mezzo il romanzo Le onde della mia amata Virginia Woolf. La mia editrice spagnola mi ha fatto una confessione con cui sono d'accordo, completamente d'accordo. Ha detto: «La Spagna è orribile». E lo è. Forse per questo ho sentito tante volte, e in modo così intenso, la presenza di un lupo nero che ulula dentro di me, che si aggira dentro di me e si alimenta dei miei organi e beve il mio sangue. Che nome dare a quella creatura? Quel lupo che ulula è anche un essere vischioso e privo di compassione. Quale sarà il suo nome? Non mi lascia vivere e non mi regala nulla in cambio della sua alimentazione quotidiana a spese dei miei organi e del mio sangue. Potrebbe chiamarsi lo straniero, come il titolo di quell'indecifrabile romanzo di Albert Camus. Non sono entrato da solo in quel negozio di abbigliamento. Con me è entrata una legione romana, una guardia pretoriana, perché erano presenti anche la mia psichiatra e l'ultima conversazione che avevo avuto con lei, in cui mi aveva detto che non si sentiva attratta da me, dando così risposta alla seduta precedente, in cui le avevo chiesto dell'ipotesi di un innamoramento tra il paziente e la psicoterapeuta. Lei, in quest'ultima seduta, era tornata sull'argomento e aveva voluto sapere se quell'ipotesi fosse o meno estranea alla mia persona. È difficile il mio rapporto con la mia psichiatra. Stavolta ero stato umiliato da lei. Sono uscito dalla seduta, dal punto di vista della mia salute psichica, molto peggio di come ci ero entrato. Non aveva avuto pietà di me, e quella mancanza di pietà aveva il nullaosta della psichiatria. La mia psichiatra (si chiama Bianca, una vera e propria coincidenza, per nulla aleatoria) era obbligata da qualche codice medico a dirmi che se l'ipotesi da me formulata accadeva nel mio cuore, dovevo sapere che quell'innamoramento non era reciproco, e questo mi ha danneggiato psicologicamente. E Bianca si è mostrata priva di compassione. Non le importavo, perché la sua salute era più importante della mia; la sua salute lavorativa, che posso capire, e rispetto. Ciò che non posso più accettare è la mancanza di parole, l'assenza di frasi e di concetti accurati nel cervello della mia psichiatra, la sua ignobile ignoranza di una gigantesca tradizione umanistica al momento di elaborare pensiero e vita. La mancanza di eleganza, è di questo che sto parlando. Il suo atteggiamento grossolano mi ha gelato il sangue, non il suo distacco dalle mie emozioni, bensì l'assenza di grazia con cui ha esposto le regole del gioco di una terapia e di una cura psichiatrica che al giorno d'oggi (spero di sbagliarmi) non dà frutti, è sterile; la sterilità è la bandiera del nuovo mondo in cui stiamo andando. Non mi sembra un male la sterilità. Tutto mi sembra un bene. Il bene e il male sono anch'essi inespressivi alla fine delle vite. Anche la mia amica Federica è entrata nel negozio. L'ho detto, eravamo un esercito. E io il portabandiera di tutta quella gente. Perché ho pensato se Fede (noi amici la chiamiamo così) avrebbe approvato, con il suo sapere estetico e il suo gusto originale e raffinato, ciò che quel negozio offriva. Mi piace molto Fede. Parlo con lei ogni giorno. Dopo la chiamerò. Ho paura di confessarle che la amo, perché sicuramente mi respingerà, come ha fatto Bianca. E naturalmente, mia madre è entrata accanto a me. E sono entrati i miei zii morti, i miei nonni morti. Anche i miei due matrimoni rotti sono entrati. E i miei amici e le mie amiche e i miei due figli. È entrata una folla. C'eravamo ormai tutti e ho deciso di provarmi un giaccone di pelle scamosciata che costava ottanta euro. Aleggiava sul negozio un incantesimo di Natale. Potevo vederlo. Il Natale, negli esseri umani della mia età, è pieno di fantasmi. E avevo bisogno di un piacere rapido. Una gioia della vita alla velocità della luce. Allora mi sono visto allo specchio e ho sentito un rumore del sangue che mi alimenta il corpo, e il negozio si è oscurato, e ho ricordato. Ho ricordato il giorno di Natale in cui mio padre, nel 1974, cioè più di mezzo secolo fa, mi aveva regalato un giaccone di pelle scamosciata. Non so da dove diavolo l'avesse tirato fuori, ma so che era carissimo, e so che quel giaccone di pelle scamosciata, nel cui interno c'era un marchio rosso che indicava l'origine di autentica pelle d'agnello dell'indumento, mi ha cambiato la vita, perché quel giaccone mi ha fruttato un'onorificenza divina. Cos'è un'onorificenza divina? La vita, la bellezza, l'arte di guardare le cose, è questo un'onorificenza divina. E l'amore di tuo padre. E sono tornato alla realtà e alla commessa, una ragazza giovane: mi sorrideva perché mi ha visto entusiasta del giaccone. E l'ho comprato per cinquanta euro. Me l'hanno dato a meno perché era Natale. Mi hanno fatto uno sconto natalizio. E sono uscito in strada con il giaccone addosso e dopo tre minuti che ci passeggiavo per Palermo ho capito di aver comprato lo stesso giaccone che mio padre mi aveva regalato cinquantuno anni prima. Ho capito che il Natale era dentro di me. E allora ho sentito la mano di mio padre, e ho avvertito la sua presenza. E mi ha domandato con una voce piena di felicità: «Vero che ti piace moltissimo il tuo regalo di Natale? Hai proprio un sorriso da bambino felice, buon Natale, Manuel».

“Miracolo in una notte di solstizio”, testodi Paolo Rumiz: Entrò nelle torri di luce verso mezzanotte, disteso su una lettiga. Fece appena in tempo a vedere le stelle dell'Avvento, prima di essere inghiottito da un sotterraneo pieno di gente. Oltre la bora, oltre l'odore del bosco, un mondo di corridoi, porte automatiche, luci come di lanterna magica. L'ospedale di Trieste, a tre chilometri dalla frontiera. Da quel momento il suo racconto passa al presente, su un unico piano-sequenza. Vede un camice bianco chino su di lui, che gli misura ogni parametro. Ha la polmonite, l'ossimetria è ai minimi. Ha un caso grave accanto, un uomo lungo, esanime. Un team di medici e infermieri gli stanno attorno. Ne vede solo i piedi divaricati. Sente due agenti di polizia sussurrare che è turco, e non ha documenti. Sale dei raggi X, consulto di medici. Lo spingono in un ascensore. Sale al tredicesimo piano, Pneumologia. Alle 02.15 ha il suo letto, il suo reparto. Entrando, fa in tempo a vedere sulla destra un presepe sul bancone dell'accoglienza. È fatto di materiale sanitario adornato di lumini. Tutto attorno a lui respira quietamente. L'intera torre di luce sembra respirare all'unisono, come un grande animale. Lo attaccano a dei fili. Si sente accolto. Si distende, si fida. Ha brave sentinelle attorno. Ha l'erogatore di ossigeno sulla destra. Si gira da quella parte, entra in un sonno Rem e lo sogna, ma l'apparecchiatura è attorniata di esseri immaginari che si avvicinano al letto formulando domande senza senso. Sullo sfondo, un monitor mostra una surreale luna piena. Poi il sogno finisce: non c'è nessuno nella stanza. Solo l'erogatore è rimasto lì, nello stesso posto del sogno. Fermo nel suo campo visuale. Di notte non dorme quasi mai. Farmaci e curiosità lo tengono in stato di allerta, sente il passaggio felpato di medici e infermieri. Vede le loro ombre attorno alla piccola luce del desk. Immagina le stelle d'inverno sopra le torri. Tutto è grandiosamente teatrale. E tutto, dalle voci alle facce di protagonisti fino al canovaccio della regia, andrebbe mostrato nelle scuole per rappresentare il senso del dovere. A occhi chiusi percepisce il "pianissimo" di un'orchestra sinfonica che da un momento all'altro è capace di lanciarsi in roboanti impennate alla Mahler. Alle tre arriva un caso grave, un uomo dai bronchi intasati di nicotina che cerca di strapparsi la maschera a ossigeno senza la quale morirebbe. È assatanato, insulta tutti, si acquieta per cinque minuti, poi ricomincia. Bisogna mettere in campo tutti gli artifici della persuasione, dalla minaccia alle parole dolci. Parole soffocate, un'imprecazione, qualche grido, poi torna la calma; c'è nell'aria un pulviscolo di adrenalina che lentamente decanta. Nel nucleo di pronto intervento si tira il fiato. Ora c'è persino qualcuno che ride e fa battute. Dove trovino l'energia, quei matti, è un mistero. Verso le quattro, l'ora più buia, viene fame. Qualcuno evoca una pizza con accento napoletano. Per spirito di emulazione egli riordina il comodino e il letto. Fa come un soldato in trincea farebbe con il loculo di terra che gli è stato assegnato per dormire. Divide la notte in due, come i monaci, per creare una fertile cesura nel sonno. Sa che a quell'ora di mezzo i pensieri gli volano quietamente attorno, non deve fare altro che raccoglierli, farli scivolare dalla mente alla mano e dalla mano alla penna. Usa la lampadina frontale per non disturbare. Ha come vicino una donna, nelle ore più intime il dialogo a bassa voce con lei ha un calore speciale. Lui le racconta delle storie. Lei sa tirargliele fuori come una levatrice. Un'arte innata che ha il nome di maieutica. Medici, infermieri, personale paramedico si muovono sapendo ciascuno la sua parte. Egli ha imparato i loro nomi, sono la sua famiglia. Chiara, Rosario, Erica, Tjasa, Olindo, Ivan, Dorina e altri. Jeinaba è della Costa d'Avorio, pulisce le stanze sorridendo. Ha il chador, e il suo nome vuol dire "profumato fiore di luce". Quasi la metà non sono italiani e più della metà sono donne. La notte chiarisce tutto: senza di loro la sanità pubblica non funzionerebbe, alla faccia dei suprematisti bianchi. Alle sei del mattino lo spazio è già riorganizzato, in vista di nuovi arrivi. Nessuna clinica privata raggiungerebbe questi livelli di umanità ed efficienza. Fuori l'aria è di cristallo, ogni mattina gli regala lo spettacolo della prima luce che si accende oltre le colline. Alle sette e trenta, dopo il passaggio di consegne attorno a un bollitore del caffè, quelli della notte smobilitano, formano un trenino verso l'uscita, salutano. Uno del gruppo si gira e dice: «Scriva di noi, che la gente non sa cosa succede qui dentro». Sente che il suo compito è rendere grazie. Costruire un ponte tra il fuori e il dentro. Gli hanno detto del delirio degli acquisti in città, e allora sente che i malati veri sono fuori, non dentro. Sente anche che, nelle sue Torri, anche gli Ultimi troverebbero posto, mentre la giostra della Grande Abbuffata li rifiuta come scarti umani. Decide di non volere regali, né di farli. Vuole celebrare il Natale in frugalità e purezza. Ripartire da zero, in modo nuovo. È la sua ultima notte. Notte del solstizio. Lo hanno liberato di sensori, alimentatori, flebo. Dovrebbe sentirsi libero e invece ha poca voglia di andar via. Non dorme. Le ombre attorno a lui si fanno irreali. Ha i sensi dilatati. Gusto, udito, olfatto. Si commuove per un nonnulla. Vive un racconto di realismo magico. Guarda fuori dai vetri blindati, aspetta la luce. Ed ecco che poco prima dell'alba succedere qualcosa di inverosimile. Le due torri illuminate tremano, sembrano scuotersi dalle fondamenta, poi muoversi come un'astronave e prendere lentamente il largo con tutto il loro carico di anime in pena, in direzione dell'ultima luna. I passeggeri si svegliano a migliaia, si affacciano alle finestre per assistere alla grande traversata della notte. La nave stellare si alza con le sue strumentazioni, cucine, sale operatorie, ascensori. Non si sa da dove sia partito l'ordine di sciogliere gli ormeggi, ma tutti sono ordinatamente al loro posto di manovra. Il silenzio è totale. Si ode solamente, in una saletta segreta, un suono come di mantice che sembra innervare il bastimento in ogni più segreta struttura e dare il ritmo a una respirazione generale. È un flauto, o forse un fagotto. O forse una piccola macchina a vento, capace di offrire la giusta colonna sonora a quell'inverosimile avventura interstellare. Un organetto di Natale, una concertina. Una fisarmonica. Un bandoneon.

N.d.r. I brani sopra riportati sono stati pubblicati, rispettivamente, il 21 di dicembre dell’anno 2025 ed il 4 di gennaio 2026 sui settimanali “Robinson” del quotidiano “la Repubblica”.

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