“DelleArti&DellaVita”. “Il cinema è morto”, titolo del resoconto di Emiliano Morreale a conclusione dell’incontro con il regista Franco Maresco pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 22 di agosto 2025: (…). 27 maggio 1992. È il mercoledì dopo la strage di Capaci, un’Italia sconvolta. All’ora di cena, sugli schermi di Rai 3, gli italiani si trovano davanti il primo piano in bianco e nero di un signore che li guarda immobile e in silenzio. Dopo un po’ avranno cambiato canale, ma quando ritornano l’uomo è ancora lì che li fissa. Sputa per aria e, come da proverbio, lo sputo gli ricade sulla testa. Ripete l’operazione ancora e ancora. Infine una voce fuori campo gli chiede: «Buonasera. Lei è?». «Pietro Giordano». «Signor Giordano, cosa prova in questo momento?». «Un forte disgusto». «E per chi?». «Per me stesso». Da alcune settimane la trasmissione Blob trasmetteva una striscia di cinque minuti chiamata Cinico Tv realizzata da due trentenni di Palermo, Ciprì e Maresco. Era la Rai 3 sperimentale e sofisticata diretta da Angelo Guglielmi, con trasmissioni come Avanzi, Fuori orario, Un giorno in pretura, ma quelle immagini sembravano arrivare da un’altra galassia. In effetti arrivavano da Palermo, spedite per posta. I due autori si incontrano a metà anni 80. Maresco all’epoca gestisce un videonoleggio, viene dalla radio e dall’organizzazione di un cineclub nel quartiere Brancaccio nel pieno della seconda guerra di mafia. Cinico Tv crea uno stile riconoscibile: bianco e nero con un filtro che scurisce il cielo, reietti sullo sfondo di una Palermo apocalittica, incalzati da una voce fuori campo. I loro sketch vanno in onda in una delle mille piccole emittenti della penisola, Tvm, mentre i loro lavori sperimentali vengono premiati nei festival indipendenti. Gli anni dopo le stragi di mafia vedono a Palermo, inaspettatamente, una reazione civile e politica che si incrocia a una irripetibile vitalità culturale. Riapre, simbolo della città, la chiesa “scoperta” dello Spasimo. La compagnia di Carlo Cecchi si installa in un vecchio teatro diroccato e mette in scena Shakespeare tra le sue rovine. Muove i primi passi Emma Dante mentre è ancora attivo, quasi dimenticato, un grande drammaturgo come Franco Scaldati. Letizia Battaglia, fotografa e militante antimafia, fonda una piccola casa editrice. E poi scrittori, festival, riviste, videomaker… In quegli anni piomba a Palermo Goffredo Fofi, che oltre trent’anni dopo l’esperienza con Danilo Dolci nelle baracche di Cortile Cascino sente che qualcosa si muove, e lega insieme alcune di queste esperienze. È lui a far conoscere Maresco e Letizia Battaglia, che il giovane regista aveva sempre scrutato da lontano, intimidito. Le dedicherà un film, un libro e la vorrà come co-protagonista di La mafia non è più quella di una volta nel 2019.
Nightmare a Palermo. In quella Palermo in ebollizione, il pessimismo di Maresco si mette alla prova in una serie di iniziative culturali. In quegli anni, frequentare Ciprì e Maresco, (…), significava vivere avventure surreali. La più coraggiosa, quasi suicida, fu la creazione del Cinema Lubitsch. Si recuperavano i centri storici, e Ciprì e Maresco decisero di andare oltre. Un cinema (intitolato al più leggiadro autore di commedie sofisticate americane) nell’estrema periferia di Palermo, fuori dagli stradari, in territori dominati dai clan Greco e Bontate. I borghesi palermitani non lo avevano mai nemmeno sentito nominare, il quartiere Bonagia. Ricordo una rassegna in cui arrivarono smarriti Robert Englund (il Freddy Kruger della serie Nightmare) e il grande Christopher Lee, vampiro dei film inglesi anni 60 nonché futuro Saruman del Signore degli anelli. La sera dovevamo proiettare una copia fortunosamente ottenuta di Cape Fear di Scorsese, ma davanti al cinema trovammo un signore basso e sudato che aveva prelevato le pizze del film e le metteva nel bagagliaio di un’auto di grossa cilindrata. La maschera del cinema spiegò: era Giuseppe Greco, figlio di Michele Greco il Papa, il capo dell’intera Cosa Nostra. Regista fallimentare, cinefilo disperato e devoto di Scorsese, aveva chiesto di poter vedere il film nella sua saletta di proiezione privata a Ciaculli, lontano da occhi indiscreti. Come si faceva a dire di no? (La pellicola, va detto, fu poi riconsegnata impeccabilmente in tempo per la proiezione).
1998: gli ultimi censurati. Il punto di massima notorietà per la coppia Ciprì e Maresco, purtroppo, è anche l’inizio della fine. Totò che visse due volte, girato tra mille difficoltà e lutti personali, sarà l’ultimo film in Italia a non ottenere il visto di censura e viene denunciato per vilipendio alla religione: prime pagine sui giornali, discussioni in parlamento, un processo (con memorabili testimonianze di Mario Martone ed Edoardo Sanguineti in difesa). L’ultimo film di finzione insieme è Il ritorno di Cagliostro, storia di registi inetti e produttori improvvisati nel dopoguerra siciliano. Nel 2008 la separazione da Ciprì, il quale dirige da solo alcuni film di finzione e si afferma come direttore della fotografia. Forse la marginalità estrema e rivendicata dal sodale gli stava ormai stretta; il risentimento di Maresco, per sua ammissione, negli anni si diluisce fino a scomparire. Da allora, Maresco è riuscito a girare dei film che sembrerebbero dei documentari. Ma molto sui generis, come Belluscone (2014) che segue il mito del Cavaliere nella Palermo dei neomelodici, e mette in scena l’impossibilità di raccontarlo e la fuga del regista stesso. A finirlo gli danno una mano alcuni suoi allievi di diversi periodi, prima Luca Guadagnino e poi Pietro Marcello, oggi entrambi presenti a Venezia coi loro ultimi film. A questo punto l’isolamento, le fobie, il temperamento autodistruttivo di Maresco prendono il sopravvento sempre più. I film successivi (due documentari sui jazzisti Tony Scott e Joe Lovano, uno su Franco Scaldati e La mafia non è più quella di una volta) sembrano lavori strappati al silenzio, testamenti reiterati che contraddittoriamente enunciano la vanità di fare film.
Dicembre 2023: l’asino. È un inverno gelido. Maresco è sul set del nuovo film, dedicato a Carmelo Bene. Mesi prima era comparso un avviso per il cast in cui si cercavano “donne tra i 20 ed i 35 anni, con bellezza avvenente, procace e dai tratti non comuni e con esperienza di recitazione. Uomini tra i 40 e gli 80 anni, con possibile esperienza nel teatro dialettale. Anche performer come imitatori, prestigiatori, artisti, cantanti e barzellettieri purché meridionali”. Gabriele, l’assistente di Maresco, mi segnala la posizione su Google Maps, ma il luogo, su una collina alle spalle di Palermo, pare irraggiungibile. Prima finisco alla discarica di Bellolampo, in un silenzio spettrale, tra sacchetti di plastica che rotolano al vento come i cespugli del deserto nei western. Poi con la mia Panda del 1990 mi inerpico su una pietraia, inseguito da un cane pastore. In cima, un pianoro si affaccia sul golfo di Palermo. Ha smesso di piovere e il cielo è di un azzurro da technicolor anni 50. Un gruppo di persone vestite da monaci sta lasciando il set in una jeep. Restano una statua di santa Rosalia, un asino e Bernardo, il non-attore che interpreta san Giuseppe da Copertino. Deve esorcizzare un indemoniato, e per fargli capire meglio un componente della troupe si mette a terra dietro la cinepresa, nella posizione di una blatta rovesciata, agitando gli arti. Ciak, motore, azione. Bernardo comincia a maledire l’uomo fuori campo, ma presto comincia a farfugliare parole incomprensibili con voce a sua volta da indemoniato. Maresco si guarda bene dal dare lo stop. Cosa succede?, chiedo. Niente, mi risponde un assistente, Bernardo ha l’ossessione di fare le voci di Tutto il calcio minuto per minuto, ora gli è partita la telecronaca con la voce di Sandro Ciotti. Le riprese sono tutte così, con la troupe che a tratti è costernata, a tratti si morde le labbra per non ridere. Tutti parlano in siciliano, il sole sta per andar via e, anch’io mi confondo e la mia ombra finisce in campo («Minchia, ci mancavi solo tu!»). Alla fine, vista la riuscita climatica della giornata, raggiante e superstizioso Maresco si convince che porto bene: «Resteresti fino alla fine delle riprese?». La fine della lavorazione è prevista fra due settimane, ma lui aggiunge sarcastico: «Certo, se hai due-tre mesi liberi…».
Luglio 2025: l’intervista. Un anno e mezzo dopo, come spesso quando Maresco mi dà appuntamento, mi trovo ad attraversare Palermo torrida e deserta, in una domenica di piena estate. Ci sono solo, ai balconi, dei signori sovrappeso in canottiera, verosimilmente agli arresti domiciliari. E in una stanzetta in penombra, Franco al lavoro. Il suo studio adesso è all’interno di un palazzetto cadente, con un salone dal cui soffitto gli affreschi si staccano poco a poco. Il film su Carmelo Bene è finito.
La sinossi del film parla di te che molli la lavorazione di un film su Carmelo Bene, sparisci e il tuo vecchio amico Umberto Cantone ti viene a cercare. Quindi è un film su di te, non su Carmelo Bene? Ed è un film di finzione? «Guarda, al momento c’è l’idea di mettere prima dell’inizio del film la scritta “Tratto da una storia vera” o qualcosa di simile. Perché il rischio è che tutto sembri fatto a tavolino: un giochino tra produttore e regista. Invece è tutto vero. Più dei film precedenti, che erano giocati in modo tale da confondere lo spettatore su cosa fosse vero e cosa no, questo nasce da una rottura drammatica che c’è stata fra me e Lucky Red nel corso della lavorazione. Eravamo partiti con un film su Carmelo Bene da realizzare in poche settimane, ma che prevedeva parti nel Seicento, oggi, in pellicola, in digitale, per cui era temerario pensare di riuscirci. Infatti non ci siamo riusciti. Il film è naufragato e Andrea Occhipinti ha detto che non potevano continuare. Dopo la rottura dei rapporti, Claudia Uzzo, collaboratrice preziosa da tanti anni, mi fa una battuta su chi doveva fare causa all’altro. E da lì è partita l’idea: ma se la storia fosse proprio quella del regista che sparisce? Umberto Cantone, cosceneggiatore della prima parte, appena uscito dall’ospedale (aveva avuto un infarto) trova questo caos e si mette alla mia ricerca».
Un’operazione temeraria, a rischio di narcisismo o di masochismo. Uno che non ti conosce potrebbe chiedersi: ma ci è o ci fa? «Ho dovuto superare molti pudori per mettermi in gioco con incoscienza e autoironia. Ma arrivato a 67 anni non ho niente da perdere. Faccio i conti con un mestiere e con una vocazione che ormai vedo alla fine. Le crisi depressive che ho avuto sono vere, la misura dei miei disturbi (sostanzialmente un Doc, disturbo ossessivo-compulsivo) è invalidante. Il film era anche una sorta di parziale auto-terapia».
Ha funzionato? «Poco, perché ormai la coscienza dell’inutilità di tutto è soverchiante. Oggi chiunque abbia un’onestà intellettuale e la capacità di discernere sa che le categorie con cui siamo cresciuti sono finite, anche a fronte dell’onnipotenza tecnologica. Il cinema è stata un’arte novecentesca, non ha niente a che fare col nuovo secolo, è un residuo. Luca Guadagnino che da ragazzino frequentava la mia videoteca e a cui facevo micro-lezioni di storia del cinema (il primo film che gli feci vedere fu Boudu salvato dalle acque di Renoir) in un’intervista dice: a differenza del mio amico Maresco, credo che il cinema sia vivo. Siccome Guadagnino è intelligente, io non posso credere che sia in buona fede. Il padre dei fratelli Lumière diceva che il cinema era “un’invenzione senza futuro”. In fondo aveva ragione: ha solo sbagliato di qualche decennio».
Tu sparivi già in Belluscone, personaggi sparivano in La mafia non è più quella di una volta e nel Ritorno di Cagliostro. Perché sei così appassionato di sparizioni? «Ti confesso che sono stato per anni uno spettatore appassionato di Chi l’ha visto? Non mi perdevo una puntata, guardavo quelle storie con nostalgia, ammiravo quelli che volevano sparire… Ma già Cinico Tv, coi fotogrammi in cui Palermo scompare, non ci sono abitanti, non ci sono auto ma solo rovine e la linea dell’orizzonte come in un film di fantascienza, era una forma di sparizione. Dà un po’ di sollievo alla mia psicosi, vedere il dissolversi delle cose. E poi la mia depressione è anche legata alla perdita di un orizzonte. Non dimenticare che sono un uomo del Novecento: ho vissuto lotte, scoperte, cambiamenti e assistere a un imbarbarimento che uno pensava di là da venire è stata per me sconvolgente. Penso che se fossi andato in analisi questo sarebbe stato il punto decisivo».
Ma quindi non hai nemmeno provato ad andare in analisi? «Come no! Più volte, ma ho mollato subito. La prima analista, una freudiana illustre, non mi volle, mi mandò da un’altra e ci restai male. Durante Totò che visse due volte andai da un altro famoso, che univa analisi e terapia farmacologica, perché ero in una situazione di emergenza. Ma i farmaci avevano effetti collaterali, io avevo l’impressione che mi atterrassero dal punto di vista creativo e questa cosa mi spaventava. E ho mollato, stupidamente. Poi, come nei film hollywoodiani, mi ha aiutato l’incontro e la relazione con Claudia Uzzo, (…). E ho finito Il ritorno di Cagliostro, cominciato anni prima, scrivendolo ogni giorno sul set».
Ma cosa c’entra Carmelo Bene in tutto questo? «È un fantasma, qualcosa che viene inseguito. Molto presente invece è Giuseppe Desa da Copertino, il santo scemo che vola, su cui Bene aveva progettato un film. Le scene con lui mi sembrano la cosa più riuscita del film. Oso pensare che a Carmelo sarebbero piaciute, così come gli sarebbe piaciuta la deriva del film».
Hai girato a Palermo, che però tu ultimamente quasi ti rifiuti di vedere. Ci vivi come un clandestino. «Già vent’anni fa con Ciprì la mettevamo sempre più fuori scena. Adesso non so più nemmeno come è fatta, Palermo. Non è più nel mio orizzonte se non nella memoria che ogni tanto condivido coi più vecchi, per ricordare quel passaggio a livello, quel chiosco… C’è un signore meraviglioso che da qualche anno mi porta in giro e fa delle commissioni per me, Conticelli, che ho messo nel film. Lui mi preleva, andiamo dalla pensione in cui vivo allo studio, o mi porta in qualche posto a mangiare. Dopo il Covid la città l’ho solo intravista, quando con lui o qualcun altro passiamo da un luogo che conosco sono atterrito: davanti alle facciate rifatte coi finanziamenti europei, ai pub, ai sushi bar».
Prima di questo film stavi lavorando a un documentario su Goffredo Fofi in Sicilia, (…). Hai un po’ di rimorso di non averlo finito in tempo perché lui lo vedesse? «Sì. Il film, prodotto da minimum fax, è stato cominciato nel 2019 e proseguito durante la pandemia, fino al 2022. A un certo punto si è bloccato, ho avuto una delle mie crisi, poi l’ho accantonato per fare quest’altro su Carmelo Bene che doveva essere un lavoro piccolo e rapido e poi invece... Io non viaggio più, da anni ho i documenti scaduti e per una specie di blocco non riesco a rifarli... Insomma, non sono riuscito a vedere e riabbracciare Goffredo. Lui è stato forse il mio punto di riferimento più importante, averlo conosciuto è stato un grande regalo. Ora da un lato ho un senso di colpa estremo, dall’altro sentivo l’impegno a finire quest’altro film incompiuto»

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