"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 14 agosto 2025

Lastoriasiamonoi. 87 Gabriele Romagnoli: «La madre di James McBride e molte altre straordinarie avevano Dio, ma non accanto: dentro».

                  Sopra. "L'estate" (2024), acquerello dell'amica Anna Fiore.

In breve, vengo subito ai dettagli polizieschi, a lei più accessibili. Come tutti sanno, io sono per natura amante delle moltitudini; il 14 agosto spalancai le porte del mio chalet a un gruppo interessante: scrittori e sottoscrittori delle edizioni Probeta. I primi reclamavano la pubblicazione dei loro manoscritti; i secondi, la restituzione delle quote versate e perdute. Sono circostanze, queste, che mi rendono più felice di un sommergibile sott'acqua. La vivace riunione si prolungò fino alle due del mattino. Sono innanzi tutto un combattente: improvvisai una barricata con poltrone e sgabelli e riuscii a salvare buona parte del vasellame. (Tratto da “Il dio dei tori” - 1942 – di Jorge Luis Borges ed Adolfo Bioy Casares).

StorieAlleFeried’Augusto”. 1 “Avevano Dio dentro”: Ho conosciuto una madre stra-straordinaria.  L'ho incontrata in un libro, ma non è nata dalla fantasia dell'autore: è davvero sua madre. Lui è James McBride, un grande. Lei è Ruchl, detta Rachel, detta Ruth, Shilsky. James è nero e cristiano. Ruth bianca e, ai tempi di Ruchel, ebrea. Il libro si intitola Il colore dell'acqua (Fazi editore), omaggio di un figlio nero a una madre bianca. Deriva da un dialogo chiave, questo. «Le chiesi se Dio fosse bianco o nero”. "Oh piccolo. Dio non è nero e non è nemmeno bianco. È uno spirito". "Che cos'è uno spirito?". "Uno spirito è uno spirito". "Di che colore è lo spirito di Dio?". "Di nessun colore. Dio è del colore dell'acqua. L'acqua non è di nessun colore"». Questa donna ebbe dodici figli da due mariti diversi (otto+quattro) che la lasciarono entrambi vedova. James è l'ultimo della prima nidiata. Non conobbe mai il padre. Chiamò "papà" quello che, egregiamente, ne fece le veci. Ebbe una sola, incredibile, madre. Povera, dignitosa, tenace, che mandò tutti i figli all'università e li fece laureare. Tutti. Non fecero percorso netto (James è finito anche in galera), ma dopo la caduta lei aiutò ciascuno a rialzarsi e superare il successivo ostacolo. La sua comunità d'origine la considerò morta quando se ne andò con un afro-americano, recitò le preghiere, tenne il lutto e la dimenticò. Non fu accolta con tutti gli onori là dove si trasferì, ma seppe resistere perché se gli uomini l'abbandonarono il suo Dio non lo fece mai. Ora, mi è capitato di conoscere altre madri straordinarie (non stra-stra) e tutte avevano un Dio che indicava loro la strada su cui camminare, subire i colpi e proseguire. Mariti traditori o violenti? C'era Dio. Figli deludenti o delinquenti? C'era Dio. Ristrettezze economiche, fatiche, sacrifici? Dio, accanto. Da non credente le ho sempre osservate con stupore. Come poteva un'idea così lontana e astratta confortarle e aiutarle a superare situazioni così vicine e concrete? Poi, alla fine, ho raggiunto una convinzione, in cui credo fermamente. Nella Bibbia Giobbe dovrebbe essere una donna, una madre. A lei toccano più spesso i dolori maggiori e li sopporta. In nome di Dio o della vita. Va avanti. È quello che diceva mia nonna. Suo marito sparì, lasciandole quattro figli, una sorella paralizzata e madre single (al tempo ragazza-madre) di un quinto bambino. Scoppiò la guerra. E lei trascinò avanti tutta la baracca, senza lamentarsi o accusare il destino. Perché così erano la sua vita, il suo destino. Se Abramo fosse stato una donna, una madre, avrebbe certo rispettato il suo Dio, ma non avrebbe esitato un secondo a rispondergli che quel sacrificio, la testa di suo figlio, non l'avrebbe compiuto, non ne vedeva una ragione e chiunque gliel'avesse chiesto, fosse anche il suo grande Dio, sragionava. E credo infine che tutte le donne - le madri, che tollerano la loro sorte, vanno avanti, attraversano la guerra, l'amore e le loro fini, che emergono dall'altra parte tenendo per mano uno o dodici bambini, convinte che il futuro sarà migliore se quello o quelli ne avranno uno migliore - quelle donne, quelle madri, non preghino davanti a un altare, ma davanti a uno specchio, che non debbano alzare gli occhi per cercare la fonte della loro salvezza, ma guardare semplicemente di fronte a sé. Perché non è lontana e astratta, ma vicina e concreta. Credere in qualcosa di separato da sé non è così importante come farlo proprio, come diventarlo. La madre di James McBride e molte altre straordinarie avevano Dio, ma non accanto: dentro.

StorieAlleFeried’Augusto”. 2 “Si trattava di sogni”: La prima volta che Pupi Avati ricevette un bacio fu nell'estate del 1950.  Aveva undici anni, suo padre era morto in un incidente di macchina il giorno prima e gli occhi dei bagnanti erano tutti per l'orfano e per il suo nucleo di disgraziati esposti come attrazioni da zoo alla curiosità. La ragazza osservata in silenzio per settimane si era decisa spontaneamente al grande passo, aveva attraversato la spiaggia rovente e forse per gioco o forse per amore, aveva raggiunto Pupi appoggiando le labbra sulle sue guance e legando per sempre il regista al dubbio: si trattò di pietà, di sentimento o di equa distribuzione dei due elementi? Come acutamente suggerito da Battiato, più si invecchia e più affiorano ricordi lontanissimi come se fosse ieri. Avati li ha nitidi e andandolo a trovare nella sua caverna si capisce il perché. Alle pareti, senza che un solo centimetro non sia stato occupato in un'opera di ingegneria domestica che deve essere costata un certo sforzo, si trovano locandine, fotografie, spartiti, santini e reliquie. Dietro la scrivania, la figura di un uomo che ha finito per sottomettere il pregiudizio alla produzione fordista e, che avendo girato una sessantina di film belli e brutti senza mai concedersi il lusso della pausa, si è dimenticato dei decenni restando ancorato ai propri vent'anni. È un privilegio che lo tiene vivo e deriva dalla stessa indole che, all'epoca in cui era poco più che adulto, lo persuase a riunire intorno al tavolo gli amici del bar: un ragioniere, un amministratore di condominio e un fruttivendolo per immaginare il suo primo film. Chissà che racconto tirerebbe fuori il provinciale Avati dalla storia di Massimo Bochicchio, arrivato a Roma da forestiero proprio come lui e impegnato da uomo delle stelle, da mago della finanza, da artista dell'effetto speciale e della promessa, a far baluginare ai suoi investitori guadagni trasformati in tracollo finanziario. Prima di schiantarsi contro un muro con la sua moto in un giorno di sole, senza apparenti ostacoli, un paio d'anni fa sulla Via Salaria, e proprio poche ore prima di deporre in tribunale, Bochicchio, di professione broker, aveva convinto una vasta teoria di coltivatori dell'albero degli zecchini a piantare monete nella terra come in un passo collodiano. Aveva sceneggiato ogni dettaglio, aveva rassicurato e fatto ridere il gentile pubblico, aveva mandato rendiconti periodici che tutto parevano tranne soldi del Monopoli. Poi le bugie che, come ci dicevano i nonni hanno le gambe corte, avevano fatto inciampare Bochicchio e i suoi clienti e la vicenda era stata retrocessa da favola a incubo con articoli stagionali che rincorrevano lo scandalo e prevedibili quanto spesso inutili strascichi giudiziari. (…). In Regalo di Natale, uno dei film migliori di Avati, quel filo sottile tra l'estasi e la disperazione che solo chi è abituato al rilancio conosce e calpesta nella speranza di non precipitare, è indagato con cura. Non ha spiegazione logica né giustificazione ed è figlio di quella natura che seduceva mio nonno e lo indirizzava alle albe da pokerista con la giacca sgualcita a impolverare sulla sedia, le maniche della camicia tirate sul gomito e la schiena inarcata, protesa in avanti, a intercettare un colpo di fortuna. Avati sostiene che dichiararsi ottimisti o pessimisti sia uno sforzo inutile e che l'unico talento che conti davvero sia dimostrarsi «disponibili agli accadimenti». Entrambi, Avati e Bochicchio, lo sono stati a modo loro. Si trattava di sogni: prima di dormire non sai mai come finiscono.

N.d.r. I testi sopra riportati sono a firma, rispettivamente, di Gabriele Romagnoli e di Malcom Pagani e sono stati pubblicati sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 9 di agosto 2025.

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