Sopra. "Vasco Nunez De Balboa fa uccidere i nativi dai suoi cani" di Theodor De Bry (1594).
“Il coraggio di liberare i morti dall’anonimato”, testo di Gustavo Zagrebelsky - a seguito dell’umanissima e cristianissima richiesta del cardinale Matteo Zuppi affinché venissero letti nella “Comunità di Monte Sole” i nomi delle piccole vittime del “genocidio” praticato in Palestina - pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di ieri, 15 di agosto 2025: (…). Consideriamo la differenza tra l’esecrazione solo numerica e l’immedesimazione anche nominativa nei misfatti che insanguinano la terra. La prima è anonima; un numero vale un altro; un bimbo ucciso equivale a un altro tra le migliaia; sono interscambiabili nella conta e nelle statistiche, precisamente perché si trascura la loro identità, propria e irripetibile. I morti si possono contare come si contano mere quantità e ci si può anche sdegnare in proporzione: un assassinio, un piccolo sdegno; due assassinii, doppio sdegno. Poi, però, la riprovazione si ferma, lo sdegno si affievolisce e subentra l’accettazione quando i numeri crescono. Che cosa è una vita spenta in più a fronte di migliaia? Una quantità trascurabile. Nella mera conta dei morti quelle esistenze sono considerate fungibili, cioè l’una equivalente all’altra; è come se si trattasse di un’unica vicenda inumana, naturale e impersonale che inghiotte e cancella i mille assassinii annegandoli in anonime “tragedie”. “Fare i nomi” è importante perché ricorda che non di esistenze e di numeri interscambiabili si tratta, ma di vite, l’una diversa dall’altra, ciascuna fatta di mille caratteristiche, di mille aspirazioni e speranze, di mille legami affettivi, di mille relazioni sociali. La somma dei bambini morti a opera delle bombe, dei cecchini, della fame, della infermità, della disperazione e dell’abbandono è certamente una grande tragedia, ma è fare loro un grande torto se dimentichiamo di dirci che ciascuno è vittima prima di tutto di un assassinio, cioè di un crimine e di criminali, non di “una tragedia”. Ogni singolo assassinio d’un innocente è un male assoluto, completo, totale. All’assoluto non si aggiunge; l’assoluto non si moltiplica. La riduzione dei morti a numeri contabilizzabili ignora le vite e considera le mere esistenze. La riduzione della vita a esistenza è l’annullamento di ciò che c’è di più importante negli esseri umani, precisamente la loro umanità. L’umanità non è fatta di statistiche. In che cosa consiste, infatti, l’umanità se non nella partecipazione, attiva e passiva, alla rete di relazioni con altri esseri umani? Che cosa c’è di più disumano e brutale che il vuoto dell’isolamento, o la dichiarazione che di ciò che tu sei, vuoi, pensi e speri a tutti noi non importa niente e, viceversa, la dichiarazione che tu non hai nulla da attenderti da noi, perché noi di te non vogliamo sapere niente? Tu sei morto, per noi; noi non esistiamo, per te. Così, le commemorazioni quantitative delle vittime delle guerre sono effettivamente solo ricordi di cumuli di morti. Quando, almeno, si pronunciano i nomi, la commemorazione e il dolore non riguarda morti che sono stati vivi, ma vivi che sono morti. Non è la stessa cosa. È una sommessa apologia della vita. Commemorare vivi che sono morti significa una cosa molto importante. Significa farli rivivere in noi o, meglio, risuscitare i segni che la loro vita ha lasciato su di noi e i segni che la nostra ha lasciato su di loro. Per questa via tacita ma reale, consolante o rattristante che sia, i morti vivono con noi attraverso i segni che abbiamo ricevuto da loro. “Vivere con” significa lasciare e ricevere segni, grandi o piccoli che siano, piccoli almeno come un nome che ci differenzi dagli altri, che ci renda degni d’essere considerati per quello che siamo nella nostra individualità. I segni segnano e, segnandoci, segneranno chi verrà dopo di noi, mescolandosi ad altri nuovi e imprevedibili segni. Che cosa è la storia dell’umanità se non questo mescolamento di generazioni, un mescolamento che noi della generazione presente arricchiamo con i nostri segni, nel bene o nel male? Perfino un pessimista cosmico come Giacomo Leopardi, avendo scritto che «tutto al mondo passa e orma non lascia» ha aggiunto un decisivo “quasi”: «e quasi orma non lascia» (La sera del dì di festa, vv. 29-30). Ecco: in quel “quasi” sta la continuità con i nostri morti. Viviamo bene o male in quella che è stata definita la “età dei diritti”. Tuttavia, è stupefacente che non si parli di qualcosa come il primordiale “diritto al segno” o “all’orma”, cioè del diritto di venire al mondo e di andarsene dal mondo avendo lasciato una testimonianza del proprio passaggio, piccola magari, circoscritta alla cerchia familiare; non necessariamente un segno importante, tantomeno riconosciuto, ammirato o temuto ed esecrato dai più. Non è questione di nomea, meno che mai di gloria al prezzo, molto spesso, dell’umiliazione altrui. È molto di meno, ma in questo meno c’è l’essenziale: il diritto di tutti a un passaggio sulla terra che non sia un nulla, un sospiro neppure udito o presto dimenticato, magari un rantolo che nessuno può raccogliere per provarne dolore e pietà. È il diritto a contare qualcosa nella vita degli altri, quantomeno a essere percepiti come esistenti; è il diritto a che la vita che riceviamo alla nascita non si riveli la beffa più atroce, cioè una vita che è come una non vita: irrilevante. Il nome, almeno un nome proprio, ci individua e specifica come persone e ci differenzia nel genere cui apparteniamo. Perfino agli animali che vivono con noi si dà un nome. I bimbi danno un nome alle loro bambole. Li si umanizza come partecipi della nostra vita. Del nome come diritto identitario parla, da noi, il Codice civile e fa cenno la Costituzione in uno degli articoli, il 22, tra i più ignorati dai commentatori, pur essendo la base di ogni possibile considerazione come persona. In scala mondiale, non c’è forse diritto più misconosciuto e violato. Quanti milioni e miliardi d’individui sono venuti al mondo e sono passati senza che nessuno se ne sia accorto; nelle guerre, nelle carestie, sotto le macerie di città e quartieri distrutti, nelle bidonville e nelle favelas, in ogni luogo di degrado delle relazioni umane dove non c’è censimento che tenga. Di questa umanità non possediamo nemmeno i nomi che possano essere offerti alla nostra meditazione sulle ingiustizie tra cui viviamo con indifferenza. Ma, almeno quando i nomi li possediamo, è bene che li usiamo per aprire gli occhi su di loro e sui loro fratelli senza nome. I cinici che fanno sfoggio di realismo irridono tutto questo, in nome della politica: la geopolitica, la politica di potenza, le ideologie e le religioni, gli interessi nazionali e altre cose soverchianti i lamenti di coloro che chiamano “anime belle”, inutili se non anche ipocrite. Vedremo dove ci porteranno e, allora, ci chiederemo forse chi aveva ragione. In ogni caso, le anime belle non avranno sciolto i mali del mondo, ma almeno non ne avranno aumentato il dolore. E, se si organizzassero, si facessero legione e si ribellassero…? Chissà.

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