"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 5 agosto 2025

Lastoriasiamonoi. 84 Ezio Mauro: «Cos’è successo a Israele, si domanda Grossman, come siamo arrivati fino al punto da essere accusati di genocidio?».


(…). Cos’è successo a Israele, si domanda Grossman, come siamo arrivati fino al punto da essere accusati di genocidio? Lo scrittore spiega che per anni si è rifiutato di usare questo termine, anzi ha fatto «tutto quello che poteva» per non giungere a chiamare Israele uno Stato genocida: ma oggi, «con immenso dolore e con il cuore spezzato devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi». Grossman sa che con questo giudizio fa saltare un argine, perché genocidio è una «parola-valanga», e «una volta che la pronunci non fa che crescere». Ma il suo rimedio non è tacere, piuttosto spezzare l’attuale associazione tra Israele e il genocidio: «Come nazione siamo abbastanza forti per resistere ai germi del genocidio, dell’odio, degli assassinii di massa, oppure dobbiamo arrenderci al potere che ci garantisce il fatto di essere i più forti?». Arrendersi alla paura e all’odio è semplicissimo, non vedere risulta facile, ma cercare di capire e reagire resta essenziale. Ecco perché lo scrittore esce dal silenzio e indica la strada della responsabilità, evitando di rimanere prigionieri della tentazione che Israele possa fare tutto ciò che vuole, grazie alla corruzione del potere assoluto generato dall’occupazione dei territori palestinesi. È un invito alla responsabilità doppia, per sé e per gli altri, dimostrando che anche nel momento più buio degli eccessi disumani di guerra Israele resta una democrazia, dov’è possibile giudicare pubblicamente il potere e denunciare i suoi abusi, ponendo un limite alla propria supremazia per farsi carico della disperazione altrui. Questo spazio democratico, questa passione di minoranza in Israele oggi è un sentiero stretto: ma è l’unica traccia verso un futuro che Grossman vede ancora e sempre nei due Stati, se la comunità internazionale riuscirà a ricostruire una vera rappresentanza attorno all’Autorità palestinese, fuori dalla corruzione e dall’ambiguità per arrivare a elezioni trasparenti e libere dall’ipoteca terroristica. Ci vuole coraggio, dopo il pogrom terroristico di Hamas il 7 ottobre, a chiedere al proprio popolo di rinunciare a stravincere trasformando la sicurezza in dominazione. Ma ci vuole altrettanta lungimiranza nel vedere l’abisso che Israele sta scavando nella sua storia, a colpi di abusi e soprusi, e dove rischia di precipitare insieme con la sua vittoria. Per questo la voce dello scrittore, oggi, è la vera coscienza dell’epoca. (Tratto da “Grossman coscienza dell’epoca” di Ezio Mauro, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 3 di agosto 2025).

“È genocidio mi si spezza il cuore ma adesso devo dirlo”, testo della intervista di Francesca Caferri allo scrittore israeliano David Grossman pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” del primo di agosto 2025: (…). Partiamo dai numeri: quando legge le cifre dei morti a Gaza, lei cosa pensa? «Sto male. Anche se so che quei numeri passano attraverso il controllo di Hamas e che Israele non può essere l’unico colpevole di tutte le atrocità a cui assistiamo. Nonostante ciò, leggere in un giornale o ascoltare nelle conversazioni con gli amici in Europa l’accostamento delle parole “Israele” e “fame”; farlo partendo dalla nostra Storia, dalla nostra presunta sensibilità alle sofferenze dell’umanità, dalla responsabilità morale che abbiamo sempre detto di avere verso ogni essere umano e non soltanto verso gli ebrei… tutto questo è devastante. E mi manda in confusione: non dal punto di vista morale, ma personale. Mi chiedo: come siamo potuti arrivare a questo punto? A essere accusati di genocidio? Anche solo pronunciare questa parola, “genocidio”, in riferimento a Israele, al popolo ebraico: basterebbe questo, il fatto che ci sia questo accostamento, per dire che ci sta succedendo qualcosa di molto brutto. Una volta un giudice della Corte suprema israeliana ha detto che il potere corrompe, e che il potere assoluto corrompe in modo assoluto. Ed ecco, ci è successo: l’Occupazione ci ha corrotto. Io sono assolutamente convinto del fatto che la maledizione di Israele sia nata con l’Occupazione dei territori palestinesi nel 1967. Forse la gente è stanca di sentirne parlare, ma è così. Siamo diventati molto forti dal punto di vista militare e siamo caduti nella tentazione generata dal nostro potere assoluto e dall’idea che possiamo fare tutto».

Ha usato la parola proibita: “genocidio”. In un articolo uscito qualche giorno fa su Haaretz, la giurista israeliana Orit Kamir ha definito quello che sta accadendo a Gaza “un tradimento delle vittime dell’Olocausto”. Sul New York Times, lo storico israeliano Omer Bartov ha scritto: “Studio i genocidi, sono in grado di riconoscerne uno quando lo vedo. A Gaza è in corso un genocidio”. Lei è d’accordo? «Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: “genocidio”. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con persone che sono state lì. Ma vede, questa parola serve principalmente per dare una definizione o per fini giuridici: io invece voglio parlare come un essere umano che è nato dentro questo conflitto e ha avuto l’intera esistenza devastata dall’Occupazione e dalla guerra. Voglio parlare come una persona che ha fatto tutto quello che poteva per non arrivare a chiamare Israele uno Stato genocida. E ora, con immenso dolore e con il cuore spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi. “Genocidio”. È una parola valanga: una volta che la pronunci, non fa che crescere, come una valanga appunto. E porta ancora più distruzione e più sofferenza».

Dove si va da qui? «Dobbiamo trovare il modo per uscire da questa associazione fra Israele e il genocidio. Prima di tutto, non dobbiamo permettere che chi ha sentimenti antisemiti usi e manipoli la parola “genocidio”. E poi dobbiamo farci una domanda: siamo capaci come nazione, siamo abbastanza forti per resistere ai germi del genocidio, dell’odio, degli assassinii di massa? O dobbiamo arrenderci al potere che ci garantisce il fatto di essere i più forti? Ascolto gente come Smotrich e Ben Gvir (due ministri israeliani di estrema destra, ndr) dire che dobbiamo ricostruire insediamenti a Gaza: ma cosa dicono? Non ricordano quello che succedeva quando eravamo lì, con Hamas che uccideva centinaia di civili israeliani, donne e bambini, senza che fossimo in grado di proteggerli? Non abbiamo lasciato Gaza per generosità, ma perché non potevamo proteggere la nostra gente. Il grande errore dei palestinesi sta nel fatto che avrebbero potuto trasformarla in un luogo fiorente: invece hanno ceduto al fanatismo e l’hanno usata come rampa di lancio per i missili contro Israele. Se avessero fatto l’altra scelta, magari questo avrebbe spinto Israele a cedere anche la Cisgiordania e a mettere fine all’Occupazione anni fa. Invece i palestinesi non sono stati in grado di resistere alla tentazione del potere: loro hanno sparato a noi, noi abbiamo sparato a loro e ci siamo ritrovati nella solita situazione. Se noi e loro fossimo stati più maturi politicamente, più coraggiosi, la realtà avrebbe potuto essere completamente diversa».

Perché non ci sono milioni di persone in strada in Israele per fermare tutto questo? La fame, le stragi… Perché in piazza c’è sempre, solo, una minoranza del Paese? «Perché non vedere è più facile. E arrendersi alla paura e all’odio è semplicissimo. Ancora di più dopo il 7 ottobre: lei era qui in quei giorni, può capire quando dico che è stato orribile, tanta gente ancora non capisce cosa abbia significato per noi. Tante persone che conosco, da quel giorno hanno abbandonato i nostri comuni valori di sinistra, hanno ceduto alla paura; e improvvisamente la loro vita è diventata più facile, si sono sentiti accolti dalla maggioranza, non hanno più avuto bisogno di pensare. Senza capire che più cedi alla paura, più sei isolato e odiato al di fuori di Israele. La vita è la storia che ci raccontiamo: vale per tutti. Ma quando sei Israele, circondato da vicini che non ti vogliono in questa regione, come la Siria, e cominci a perdere l’appoggio dell’Europa, l’isolamento cresce e tu ti ritrovi in una trappola sempre più profonda, da cui uscire è complicato. Anzi, da cui rischi di non riuscire a uscire».

Il silenzio della maggioranza rischia di travolgere tutti indistintamente, israeliani ed ebrei, compresi quelli che non sono d’accordo. Lei sa quello che è successo nei giorni scorsi in un Autogrill vicino a Milano, poi c’è stata la nave a cui non è stato consentito attraccare in Grecia. Artisti e scrittori israeliani si sono visti ritirare inviti all’estero pur avendo criticato il governo: pensa mai che può succedere anche a lei? «Certo che ci penso: sarebbe il segno dei tempi in cui viviamo. Sarebbe spiacevole. Ma non sarà questo a impedirmi di dire quello che penso: credo che ascoltare idee come le mie in questo momento sia essenziale. Per Israele e per chi ama Israele».

Lei ha detto che è tutto nato con l’Occupazione. Lo ha scritto nel “Vento giallo”, ed era il 1987. Parliamo di Cisgiordania allora: in Europa si parla ancora di due Stati, ma basta uscire da Gerusalemme per vedere che non c’è più, fisicamente, spazio per due Stati. Le colonie si stanno mangiando la terra dei palestinesi… «Resto disperatamente fedele all’idea dei due Stati, principalmente perché non vedo alternative. Sarà complesso e sia noi che i palestinesi dovremo comportarci in modo politicamente maturo di fronte agli attacchi che sicuramente ci saranno. Ma non c’è un altro piano».

Cosa pensa del riconoscimento dello Stato palestinese proposto da Macron? «Credo sia una buona idea e non capisco l’isteria che l’ha accolta qui in Israele. Magari avere a che fare con uno Stato vero, con obblighi reali, non con un’entità ambigua come l’Autorità palestinese, avrà i suoi vantaggi. È chiaro che dovranno esserci condizioni ben precise: niente armi. E la garanzia di elezioni trasparenti da cui sia bandito chiunque pensa di usare la violenza contro Israele».

Alla fine di questa conversazione, vorrei chiederle di rispondere a chi – sono tanti – dice che voi intellettuali israeliani non avete detto o fatto abbastanza per fermare quello che succede a Gaza. «Io credo che prendere di mira chi ha combattuto l’Occupazione per 70 anni, che in questa battaglia ha investito la maggior parte della propria vita e della propria carriera, sia ingiusto. Quando è iniziata questa guerra eravamo in un totale stato di disperazione per aver perso tutto quello in cui avevamo creduto e amato: credo che la nostra reazione lenta sia stata naturale e comprensibile. Ci abbiamo messo del tempo: a capire cosa sentivamo e cosa pensavamo e poi a trovare le parole per dirlo. Chi cercava una reazione in tempo reale doveva cercarla da un’altra parte: parlo per me e per quelli che vedo alle manifestazioni ogni settimana, da anni ormai. Il nostro cuore è nel posto giusto: e batte in una realtà che è senza cuore».

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