"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 26 agosto 2025

Lastoriasiamonoi. 91 Massimo Novelli: «Nella nascita di uno Stato fondato sulla religione, Perutz coglieva la morte di una speranza: quella di vivere in una nuova patria a cavallo tra due culture, la occidentale e l'orientale».


Era il 1948 quando lo scrittore Leo Perutz, ebreo praghese, scrisse ad alcuni amici in una lettera da Gerusalemme: "La Palestina è cambiata... Gli arabi sono quasi scomparsi nella zona che ci appartiene. Non amo il nazionalismo e nemmeno il patriottismo, sono entrambi come colpevoli di ogni disgrazia". Dopo la nascita dello Stato di Israele, avrebbe affermato: "Qui mi sono sempre sentito a favore di uno Stato fatto di due nazioni e ora appartengo al novero degli sconfitti". Nato a Praga il 2 novembre del 1882, in seguito trasferitosi a Vienna, Perutz è autore di romanzi indimenticabili: (...). Morì in questi giorni, il 25 di agosto, nel 1957, a Bad Ischl, in Austria. Fu il campione assoluto del fantastico storico, ma anche il cantore ineguagliabile del ghetto ebraico di Praga del 1500, ai tempi dell'imperatore Rodolfo: la Praga magica del Golem e del Rabbi Low, che avrebbe ispirato tanto Gustav Meyrink quanto Franz Kafka. Come il suo allievo prediletto Alexander Lernet-Holenia, altro eccellente narratore, come Joseph Roth, come Stefan Zweig, Perutz visse come una tragedia irreparabile la scomparsa di un mondo: era il "mondo di ieri", quell'impero transnazionale absburgico travolto dai nazionalismi che avrebbero prodotto il fascismo. Così Zweig l'avrebbe descritto: "Era dolce vivere in quell'atmosfera di tolleranza, dove ogni cittadino senza averne coscienza veniva educato a essere super nazionale e cosmopolita". Stefan Zweig si sarebbe suicidato nel 1942, "eroe nostalgico", ha scritto qualcuno, "di quell'unità spirituale della vecchia Europa". Con l'annessione dell'Austria alla Germania nazista, nel 1938, e quando i suoi romanzi stavano sparendo dalle librerie, Perutz lasciò l'Austria per trasferirsi per qualche tempo in Italia e quindi in Palestina. Decisamente ostile al sionismo, a Tel Aviv e a Gerusalemme continuò a parlare soltanto tedesco. Si sentiva sempre più "un corpo estraneo", ha notato Giuseppe Dierna su il Manifesto, dopo la formazione dello Stato israeliano. Uno Stato che, per lo scrittore praghese, "cancellava definitivamente quella convivenza fra arabi ed ebrei che tanto lo affascinava". La nascita dello Stato ebraico, dunque, non venne accolta bene da Perutz, che restava un avversario di ogni forma di nazionalismo. Nella nascita di uno Stato fondato sulla religione, Perutz coglieva la morte di una speranza: quella di vivere in una nuova patria a cavallo tra due culture, la occidentale e l'orientale. (Tratto da “Un uomo giusto. Perutz, l’ebreo della Mittleuropa che sognava due stai per due popoli in Palestina” di Massimo Novelli pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 25 di agosto 2025).

“Israele e Gaza perché era già tutto previsto”, testo di Tahar Ben Jelloun riportato sul quotidiano “la Repubblica” di ieri, lunedì 25 di agosto 2025: Fino al 6 ottobre 2023, andava tutto bene a Gaza. In Israele regnava la calma. Quasi nessun attacco. La vita quotidiana era normale. Niente ambulanze urlanti. Nessuna smania di ordine da parte della polizia. Tutto era a posto. Il blocco di Gaza proseguiva in modo del tutto naturale. Tutto era irreggimentato. A nessuno era permesso di lasciare la Striscia di Gaza. Solo i lavoratori giornalieri autorizzati attraversavano il confine con Israele. Nessun disordine. Nessuna protesta. Era “lo status quo”. Gaza era sorvegliata giorno e notte. O quasi. Le cose andavano così bene che al confine si era instaurato un atteggiamento di lassismo. Gaza era contenuta. I suoi 363 chilometri quadrati erano ben delimitati. E i suoi 2,3 milioni di abitanti non si muovevano. Vivevano il loro destino con fatalità. Di tanto in tanto, qualcuno lanciava un grido, un ululato, tanto quelle condizioni di vita erano insopportabili. Era un grido che non sorprendeva nessuno. I giovani soffocavano. Gli anziani si adattavano a quella vita angusta, ridotta, senza gioia, senza sfarzo. L’Autorità palestinese con sede a Ramallah collaborava con Israele in materia di sicurezza. La vita non era fatta di fuochi d’artificio. Tutto andava bene. Alcuni stati arabi firmavano accordi per ristabilire relazioni diplomatiche con lo stato di Israele. Questi accordi sono stati chiamati Accordi di Abramo sotto l’egida dell’America di Donald Trump. E così, si faceva la pace. Con il Sudan, gli Emirati Arabi, il Bahrein e persino il Marocco, lontano dal Medio Oriente (...) Tutto andava bene. Nessuno parlava più di Palestina. I palestinesi erano divisi in diverse categorie: quelli della diaspora, ormai stabiliti in diversi paesi del mondo, che vivevano la loro vita normalmente, integrandosi nel tessuto sociale del loro paese. Quelli a Ramallah, che non protestavano più e vivevano come meglio potevano. Quelli di Gaza, i più poveri e maltrattati, chiamati a sopravvivere in una situazione di blocco su tutti gli aspetti della vita. In Cisgiordania, i coloni ebrei li attaccavano e cercavano di portare via loro le case. C’erano stati morti e feriti. Si trattava di colonialismo, e di conseguente razzismo. Secondo le organizzazioni non governative, il furto della terra con l’uccisione dei palestinesi era all’ordine del giorno: ottocento morti palestinesi in Cisgiordania, ben prima del 7 ottobre 2023. E il governo israeliano ha lasciato che ciò accadesse, credendo che il furto della terra fosse tutto sommato legittimo! Infine, c’erano i soldati palestinesi di Hamas, movimento di contestazione radicale dell’esistenza di Israele. Un movimento la cui ideologia è quella dei Fratelli Musulmani, aiutati e persino finanziati dall’Iran. Un’ideologia rigorista, che usa l’Islam come arma nella lotta di liberazione. Un movimento islamista, salito al potere a Gaza dopo le elezioni del 2006, nemico dell’Autorità Palestinese e militante per la “liberazione della Palestina”. Dopo il 2006 è scoppiata una guerra civile tra questi diversi gruppi che compongono il popolo palestinese. (...) Il 7 giugno 2007, Hamas ha preso il controllo delle strade principali della Striscia di Gaza. Funzionari di Fatah sono stati rapiti. Il cicr (Comitato Internazionale della Croce Rossa) stima che almeno 118 persone siano state uccise e più di 550 ferite in questa nuova serie di combattimenti, durata fino al 15 giugno (...). Israele osservava tutto questo con attenzione e inaspriva sempre di più il blocco. Alla minima manifestazione, i palestinesi di Gaza venivano arrestati arbitrariamente. Fermezza e intransigenza. Tutto viene fatto per indebolire Hamas. Israele si rifiuta di far passare i camion di aiuti alimentari per gli abitanti di Gaza e tiene sotto controllo i confini con l’aiuto dell’Egitto. La prigione si estende su tutta Gaza. La popolazione di Gaza è rinchiusa, repressa, impossibilitata a vivere. Una popolazione prigioniera. Sapevano tutti che, prima o poi, un giorno, la situazione sarebbe esplosa. Tutto andava bene. E tutti erano d’accordo sul fatto che la causa palestinese non fosse più all’ordine del giorno. Tutti tranne Hamas, sostenuto da Hezbollah in Libano e dall’Iran, sostenitore di entrambi. Il 7 ottobre 2023, Hamas ha commesso il crimine più atroce della storia di Israele. Più di 1200 uomini, donne e bambini, tra cui 46 americani e cittadini di 30 paesi, sono stati massacrati da membri di Hamas. I funzionari di Hamas hanno dichiarato che l’attacco era una risposta all’occupazione israeliana, al blocco della Striscia di Gaza, alla violenza dei coloni israeliani contro i palestinesi, alle restrizioni alla libertà di movimento dei palestinesi e all’imprigionamento di migliaia di palestinesi. Stupore e rabbia. La risposta di Israele sarà terribile. Le rappresaglie durano dal 10 ottobre 2023. A oggi (il luglio 2025), il bilancio delle vittime è di 50.000 morti, tra cui 12.000 bambini, senza contare i morti non censiti sepolti sotto le macerie. Una o due domande, allora: Hamas ha agito da solo o è stato aiutato e guidato da un paese straniero? Si indica l’Iran. Ma non solo l’Iran. Hamas gode di simpatia in altri paesi. Hamas, nel preparare questo massacro, ha valutato il costo dei morti e dei feriti di parte palestinese? Per dirla in altre parole: Hamas sapeva perfettamente che attaccando Israele in questo modo, prendendo ostaggi, avrebbe provocato rappresaglie di portata e orrore incommensurabili. La domanda che i palestinesi hanno il diritto di porsi è: il 7 ottobre 2023 è stata un’azione bellica che ha portato benefici alla popolazione di Gaza o è stata, al contrario, una condanna a morte per tutti i palestinesi, nessuno escluso? Il giorno dopo il 7 ottobre, dopo l’orrore per i massacri, ho reagito come un cittadino toccato nella sua umanità. Avevo condannato in termini molto severi la follia omicida di Hamas anche ne L’urlo, uscito a novembre 2024. Sono stato vilipeso da amici che vedevano in questo atto “la prima vittoria del popolo palestinese”. E successivamente, il “risveglio della causa palestinese” che gli stati arabi avevano ormai sepolto. Rimango fedele a ciò che ho scritto e continuo a condannare la politica di Hamas, che ha accettato di sacrificare la sua popolazione, ben sapendo come avrebbe reagito il “nemico sionista”. Una persona che conosco bene mi risponde: è la guerra. E in guerra la morte degli innocenti è inevitabile! Non sono convinto.

N.d.r. Il testo sopra riportato è tratto da “L’anima perduta di Israele” di Tahar Ben Jelloun, pubblicato da “La nave di Teseo”, pagg. 112, euro 10.

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