Sopra. "Il tempio di Giano" di Peter Paul Rubens, olio su tavola (1635), presso il "Museo dell'Ermitage" di San Pietroburgo.
“L’annocheViene” 1. “Le false verità, da Caracas a Mosca”, testo di Antonio Padellaro pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, domenica 4 di gennaio 2026: Per esempio: Nicolas Maduro si è fatto catturare dagli americani, è stata un'uscita di scena negoziata? O piuttosto, l'origine dell'attacco militare al Venezuela va individuato nella patologia di Donald Trump, affetto da una pericolosa sindrome di onnipotenza? Nel blitz c'entra qualcosa l'alluvione di cocaina sugli Stati Uniti orchestrata, secondo la Casa Bianca, dal ras narcotrafficante di Caracas? Oppure la droga è la solita scusa dietro cui si nasconde il vero obiettivo che quasi sempre muove l'aggressività di Washington: il petrolio? Se dovessimo mettere in copertina il personaggio dell'anno appena concluso (e, sicuramente, di quello che verrà), come facevano i grandi news magazine in un mondo ancora di carta, sceglieremmo un grande punto interrogativo e come titolo: "Il trionfo delle boh news”. Boh come l'interiezione che esprime incertezza e incredulità: "Boh! non lo so proprio": Afferma il vero il Cremlino quando accusa Kiev di aver orchestrato un'incursione di droni contro la residenza di Putin? O hanno ragione gli ucraini nel negare qualsiasi responsabilità in proposito affermando che Mosca diffonde menzogne onde far saltare qualsiasi ipotesi di accordo? Certo, la distinzione tra ciò che è vero e ciò che è falso non possiamo improvvisarla con le nostre quasi sempre scarse e superficiali informazioni. Perfino gli storici dopo secoli di approfonditi studi possono non raccapezzarsi. Davvero Cristoforo Colombo scoprì l'America per avere sbagliato rotta? Per fermarci a qualcosa di più vicino, pensiamo alla morte di John Fitzgerald Kennedy sotto gli occhi del mondo intero, e alla figura enigmatica di Lee H. Oswald. Fu soltanto lui a sparare? Per non parlare della cosiddetta verità giudiziale continuamente rimessa in discussione anche quando le prove nei confronti degli accusati appaiono schiaccianti (non indugiamo sul caso Garlasco per carità di patria). Prima di questa nostra disorientata età dell'incertezza abbiamo attraversato la dimensione ingannevole delle “fakenews" che in qualche modo ci ha addestrati a credere soltanto in ciò a cui ci fa comodo credere. Simonetta Sciandivasci nel proporre sulla ''Stampa" la domanda: "Dimmi cosa è vero" sostiene che il vero "è una nostra scelta, un'idea in cui credere, una realtà che possiamo aumentare, correggere, e perfino, a volte, una bugia": Però, qualcosa di vero, di assodato, di inconfutabile sicuramente esiste, e sono i morti. Perché sottostante al fuoco pirotecnico globale dove si sparano continuamente bugie, calunnie, manipolazioni, esiste un mare di sangue. Sull'origine della guerra tra russi e ucraini ciascuno avrà la sua opinione ma il numero incalcolabile di giovani uomini, le intere generazioni falciate da una parte e dall'altra, sono un fatto. Così come la strage del 7 ottobre perpetrata da Hamas e la pulizia etnica a Gaza a opera del governo Netanyahu sono realtà di sangue che superano le categorie del vero e del falso. Tragedie che dividono e tormentano i vivi, ma non più i morti. Scrive Matteo Nucci, studioso del pensiero antico, che "se si ammazzano in media trenta bambini al giorno per due anni abbondanti, si è colpevoli di un crimine mostruoso e basta. Non c'è bisogno di alcuna discussione e di nessun contraddittorio. Vogliamo discuterne? Dobbiamo ascoltare l'opinione della controparte? Una verità dura da accettare, ma questo è: una verità''.
L’annocheViene” 2. “La malattia americana”, testo di Gianni Riotta pubblicato sul supplemento “L’anno che verrà” del quotidiano “la Repubblica” del 31 di dicembre dell’anno 2025: Quando Jimmy Carter, poco conosciuto governatore della Georgia e coltivatore di arachidi, arrivò alla Casa Bianca, nel 1976, il vignettista Giorgio Forattini lo ritrasse su questo giornale, allora neonato, con due noccioline in mano, a fare il segno V di Vittoria. Carter mise la Cia sul banco degli imputati, promise di «non mentire mai al popolo», aprì la stagione dei diritti con l’America Latina, denunciò la “malaise”, la malattia americana, ma non seppe contrastare l’inflazione in casa e l’offensiva degli ayatollah a Teheran e venne sconfitto dal sorridente slogan, “È mattino in America”, di Ronald Reagan. Dopo la sconfitta in Vietnam e lo scandalo Watergate, gli europei guardavano agli Stati Uniti non come a un impero perfetto, ma come a un alleato capace di rinnovarsi, passato remoto ormai. Cinquant’anni dopo, nel 2026, l’America celebrerà i 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza, incapace di mettersi d’accordo perfino su come festeggiare, il regista Ken Burns produce un documentario commovente per unire i cittadini, e in tanti gli danno addosso da traditore. Alla Casa Bianca governa Donald Trump, e il suo nuovo documento “National Security Strategy” non è più atlante della leadership occidentale, cara ai presidenti Roosevelt e Truman e ai diplomatici Kennan e Harriman, ma resa dei conti con l’Europa. Gli Stati Uniti, faro della rivoluzione liberale nel Settecento, flirtano in Europa con i movimenti che, da destra a sinistra, Farage a Londra, Conte a Roma, contestano l’eredità illuminista e liberale e, di conseguenza, in sondaggi recenti quasi la metà dei cittadini europei vede nel presidente Usa un rivale, non un alleato. Trump considera l’Europa continente in via di “estinzione civile”, e la narrativa del “declino occidentale” lo accomuna la conversione al cattolicesimo del vicepresidente J.D. Vance. Le sinistre deluse si scoprono gemelle dei populisti nazionalisti, nell’Ue e negli Usa, fra disuguaglianze, fragilità dei media, il cinismo con cui si guarda a guerre e dittature “lontane”, finendo per fare da corifei alle narrative illiberali del presidente russo Putin. Lo studioso Emmanuel Todd nel saggio La sconfitta dell’Occidente (Fazi) descrive Usa e Ue come civiltà logorata da squilibri demografici, guerre periferiche, crisi di fede nella propria missione storica. Il porcospino d’acciaio: Occidente ultimo atto di Luciano Canfora (Laterza), come gli editoriali del fisico Carlo Rovelli, riducono “la democrazia una ideologia”, glissando sulle autocrazie, certi, come il trumpiano miliardario Peter Thiel che “la democrazia non garantisce la libertà”. E applaudendo infine, per paradosso, l’antieuropeismo in voga negli Usa. Nel 1976 gli europei ammiravano un’America che, dopo aver visto dimettersi il presidente Nixon, con i suoi collaboratori in tribunale, dimostrava la forza della legge. Oggi vediamo in America attacchi a giudici, giornalisti, funzionari “nemici del popolo”. Nel 1976 democracy, human rights, rule of law erano grammatica condivisa nell’Atlantico, oggi infuriano crociate contro le élite liberal e nei talk show e online democrazia è parola vuota, la società aperta sistema di potere ipocrita, la Nato guerrafondaia, la sconfitta dell’Occidente atto di immanente giustizia storica. È vero, Usa, Europa, Occidente non sono anime pure, la democrazia può degenerare in mercato selvaggio, le guerre “per i diritti” nascondere interessi materiali, ma auspicare nel 2026 che Pechino, Mosca e Washington siano potenze imperiali, come al Congresso di Vienna 1815, non ha senso, l’autodeterminazione dei popoli, per cui si son battuti i nostri antenati, va difesa. Nel 1976, gli americani sentivano vivo il sogno di Martin Luther King e la promessa di John Kennedy di battersi per la libertà, ora meno. Se non vogliamo che i prossimi cinquant’anni siano giusto un lungo addio all’Occidente democratico, europei e americani devono riscoprire, d’urgenza, un lessico e un faticoso lavoro comuni: rimettere mano alle democrazie, perché funzionino meglio, ridurre disuguaglianze e precarietà, proteggere la libertà di dibattito, investire in scuola, scienza, includere chi soffre ai margini del benessere. Jimmy Carter, nel discorso di insediamento, disse: «La forza morale è la nostra più grande risorsa», massima che i populisti del XXI secolo irridono come ingenua. Eppure è da lì che dobbiamo ripartire: dalla testarda, imperfetta, bellissima idea che la libertà, pur piena di contraddizioni, valga sempre la pena di essere difesa. Pena tornare nel buio dell’autoritarismo, che per secoli ha reso infelice il nostro mondo.
.jpg)
Nessun commento:
Posta un commento