"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 15 marzo 2021

Uominiedio. 32 «Non credo nel Dio che vuole la riparazione del male attraverso la croce di Cristo».

 

Ha scritto Umberto Galimberti in “A ognuno il suo Dio? Così si fa solo confusione” pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 9 di maggio dell’anno 2015: Un oggetto di fede costruito sulla base delle proprie necessità e angosce somiglia a un idolo. Ideale per consolare e rassicurare, ma non per discutere davvero. Ma come si fa a discutere di Dio con coloro che credono in Dio, se ciascuno di loro, con la parola "Dio", pensa una cosa diversa? Qui non mi riferisco al fatto che il Dio dei cristiani non è il Dio degli ebrei o dei musulmani o degli induisti o dei taoisti - e l'elenco potrebbe proseguire per quante sono le religioni nel mondo - ma al fatto che all'interno del cristianesimo stesso ciascuno si è costruito un Dio personale che risponde alle sue esigenze psicologiche, le quali, essendo diverse da individuo a individuo, creano tanti volti di Dio quanti sono i sentimenti e i pensieri che lo riguardano. Ma quando Dio diventa una risposta alle istanze psicologiche di ciascuno di noi, non è più il Dio trascendente che ha creato il mondo, che guarda e provvede alle vicende umane, che promette la salvezza in una vita ultraterrena, ma un Dio degradato a consolazione delle nostre ansie, a rassicurazione delle nostre incertezze, a deresponsabilizzazione delle nostre scelte perché la via è già tracciata, a lenimento della nostra angoscia di morte. Costruire un Dio che risponde ai nostri bisogni psicologici, non è il modo migliore per negare Dio proprio mentre si testimonia la propria incrollabile fede in Lui? Non è, questo Dio, un idolo che ci siamo costruiti? (…). Allora di chi parliamo, quando parliamo di Dio? Aristotele ci ha insegnato che è possibile discutere solo quando le parole hanno un significato univoco, ma se ciascuno con la parola "Dio" pensa quel che gli pare, su Dio non si può discutere, né vale la propria testimonianza, perché questa non testimonia nulla di Dio, ma unicamente dell'idea che ci siamo fatti di Lui o del nostro sentimento che ha bisogno di Lui. E allora al silenzio di Dio non c'è altra risposta che il nostro silenzio, che forse è l'atto più rispettoso che si può avere nei confronti di questo Nome, in cui probabilmente si riflette l'essenza dell'uomo, che non si accontenta mai dell'esistente, ma è incessantemente sospinto verso una trascendenza, un superamento continuo di sé. Letto – per cortese segnalazione dell’amica carissima Agnese A. - sul sito www.perlestrade.org il post “Il Dio in cui non credo” del teologo Carlo Molari del 18 di aprile dell’anno 2017: Non credo nel Dio della “pura ragione”: non merita fiducia e non è sufficiente. Si può credere in Dio attraverso la riflessione filosofica, ma non giungere alla FEDE in Dio, cioè a considerare Dio come riferimento delle proprie decisioni, per giungere a conoscere e ad amare in un modo nuovo. Se non scopri che c’è un Dio che ti ama e che ti consente di giungere a una forma nuova di vita a che ti serve? Non credo nel Dio che opera nella creazione e nella storia intervenendo, modificando le situazioni, completando le creature, rimettendo in funzione i meccanismi della creazione e della storia quando si inceppano. L’azione di Dio è un’azione creatrice che offre possibilità, che alimenta il processo, ma che non si sostituisce mai alle creature, proprio perché fa esistere ed operare le creature. […] Dio è provvidente non nel senso che risolve tutti i problemi, ma nel senso che, ovunque l’uomo si venga a trovare, il suo amore è tale che può condurlo al suo compimento. Dio non può risolvere alcun problema storico se non ci sono creature che, aprendosi alla sua azione, indicano e realizzano la soluzione. Il “dio tappabuchi” non può essere il Dio della fede. Non credo nel Dio che punisce i peccati, che manda le pestilenze per far ravvedere gli uomini. Per moltissimo tempo si è pensato così. Non credo nel Dio che cambia atteggiamento per la preghiera degli uomini. Come se noi pregando sollecitassimo Dio a fare qualcosa di nuovo. È una pretesa insensata, un modello antropomorfico. La preghiera ha un grande valore perché mette in moto in noi dinamiche di novità e di cambiamento, non perché modifica l’atteggiamento di Dio […] ma perché noi accogliamo la sua azione in modo molto più profondo e ricco. Non credo in un Dio che può fare le cose perfette dall’inizio perché la creatura è tempo e può accogliere il dono solo a frammenti, nella successione. Dio è eterno, è pienezza di vita, è perfezione compiuta, ma la creatura è tempo e non può accogliere l’offerta divina tutta in un solo istante. Non ci può essere una creatura perfetta all’inizio. Nella prospettiva evolutiva si capisce bene che Dio alimenta il processo continuamente, cioè la creazione continua tuttora. Il compimento è il traguardo del cammino, la perfezione piena è solo alla fine. Non credo nel Dio che vuole la riparazione del male attraverso la croce di Cristo o per mezzo di coloro che si uniscono alla sua sofferenza. Dio non vuole che gli uomini siano nel dolore, e quando qualcuno soffre Dio è dalla sua parte per sostenerlo nel suo cammino, perché possa giungere ad amare anche in quella condizione. I santi che hanno attraversato grandi sofferenze si sono santificati per l’amore a cui sono pervenuti. Lo stesso Gesù è giunto ad un amore supremo sulla croce e per questo è risorto. Amando Gesù ci ha salvato: è redentore non perché ha sofferto, ma perché la sofferenza è stata l’ambito in cui l’amore è fiorito in forme sublimi. Non credo al Dio che parla all’uomo con parole umane. Dio parla nel silenzio perché non pronuncia parole umane, bensì divine, per noi silenziose. La sua Parola però alimenta la nostra vita come forza creatrice. Il contatto con Lui ci rigenera. Ma questo contatto non diventa parola, non diventa idea, non diventa immagine, bensì diventa esperienza vitale, evento di storia. Quando diciamo che la Scrittura è “parola di Dio” dobbiamo intendere la formula in senso analogico cioè di relazione. La Parola è quella forza di vita che ha suscitato gli eventi di salvezza, narrati dagli uomini secondo i modelli con cui li hanno vissuti e interpretati, e trascritta secondo i modelli culturali del tempo. Il processo che ci consente di cogliere il senso della Parola è rivivere le esperienze di fede che hanno caratterizzato l’evento narrato, coglierne la trama divina, e percepire nel silenzio la presenza che le ha rese possibili. Non credo nel Dio del Progetto intelligente (Intelligent Design) come lo presentano i gruppi statunitensi che si battono per introdurre nelle scuole l’insegnamento alternativo all’evoluzionismo neo-darwinista. Il Dio della fede non è semplicemente il Dio delle origini ma del processo nella sua interezza. Le cause dei processi cosmici sono imperfette e il male accompagna sempre lo sviluppo della vita sulla terra. Il caos e la complessità caratterizzano molti eventi, perché Dio non interviene con azioni puntuali nelle situazioni della storia. L’azione divina in ogni circostanza offre molte possibilità per cui la casualità ha una parte importante nel divenire cosmico e negli eventi della storia. Il progetto salvifico si può realizzare anche attraverso fallimenti, vicoli ciechi, eventi casuali e imprevedibili che costellano il cammino evolutivo.

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