"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 1 novembre 2019

Ifattinprima. 16 «Lo spettacolo dei fascisti che urlano “fascista” a qualcun altro è delizioso».


Proviamo a (s)ragionare al passo con i tempi. È solamente un provare. Cosa suscita in Voi la frase “porco negro”? Direte: si manifesta una opinione. Bene. E la frase “sporco ebreo”? È pur sempre una opinione, viva iddio. E giù, giù sino alla “sporca zingara”. (S)ragionando al passo con i tempi si evince che tutte quelle opinioni andrebbero tutelate come espressione del libero pensiero. Di quale pensiero poi? Si invocherebbe la tutela, sempre (s)ragionando al passo con i tempi, contro qualsivoglia azione si intentasse per frenare tutta quella paccottiglia indecente dell’umano libero pensiero, si invocherebbe cioè la tutela contro il presunto attacco antidemocratico al libero esercizio – democraticamente tutelato - delle libere opinioni.
È quanto è avvenuto in questi giorni nelle sedi parlamentari. Una buona fetta dei sedicenti rappresentanti del “popolo” – degni rappresentanti di quelli dello “porco negro”, di quelli dello “sporco ebreo”, o della “sporca zingara” - si sono scandalizzati davanti alla proposta di una commissione parlamentare che perseguisse, nelle forme e nella sostanza, quel libero pensiero di cui sopra. Ma quel pensiero è veramente libero? Ma libero da cosa? Non certamente dalle turbe psichiche che portano di questi tempi a (s)ragionare. E così una buona fetta di quei rappresentanti del “popolo” non ha aderito alla istituzione di quella commissione – votandone contro la proposta – argomentando - sentite, sentite - che sarebbe un tentativo per  “imbavagliare” il libero pensiero degli italiani. Ha pienamente ragione Alessandro Robecchi quando asserisce che “Il fascista che si appella alla democrazia fa ridere: è il ladro che chiama il 113”, che poi non è altro che il titolo di un Suo “pezzo” pubblicato su “il Fatto Quotidiano” dell’11 di settembre 2019. Leggiamolo:  Spettacolari, i fascisti italiani. Nel senso che lo spettacolo è impareggiabile: salti mortali, carpiati e piroette. Testacoda e salti di corsia, capottamenti, inversioni a U e altre mirabolanti gesta, come per esempio urlare in piazza Montecitorio col braccio teso nel saluto romano, indifferentemente “Duce-Duce” e subito dopo “Elezioni!-Elezioni!”. Il fascista che si appella alla democrazia fa molto ridere, è come il rapinatore che chiama il 113. Poi, nella bolgia della piazza boia-chi-molla è calata la notizia che a mollarli è stato Facebook, oscurando le pagine di alcuni gerarchetti di Forza Nuova e Casa Pound, e lì è scattato il pandemonio. Lo spettacolo dei fascisti che urlano “fascista” a qualcun altro è delizioso, un contrappasso esilarante, la storiella del bue che dà del cornuto all’asino, in confronto, era roba da dilettanti. Così, eccoli precipitarsi su un social network che non li ha (ancora?) oscurati, Twitter, e lì fioccano le perle, come quella di Simone Di Stefano, Obergruppenführer di Casa Pound che sostiene che Facecebook “si configura come un servizio pubblico” visto che ci sono moltissimi italiani iscritti. Un po’ come dire che siccome negli anni Sessanta tutti avevano una Fiat, allora la Fiat era di tutti. Invece no: Facebook è un’azienda privata, ha un suo regolamento, quando vi si accede si accettano le sue regole, e ogni tanto le applica pure. Diciamolo: è un peccato. È un peccato che un azienda privata faccia quello che lo Stato avrebbe dovuto fare da anni, da decenni. Perché sembrerà strano, ma anche la Repubblica Italiana, come Facebook, ha le sue regole, che sono scritte nella Costituzione (XII disposizione finale: “E’ vietata la ricostituzione del partito fascista in ogni sua forma”) e in qualche legge scarsamente applicata (la legge Scelba, la legge Mancino). Insomma, duole constatare che un’azienda privata è arrivata prima dello Stato, che è stata più efficiente e meno timorosa. Detto questo, cioè che la Repubblica Italiana doveva fare da tempo quello che la ditta di Zuckerberg ha fatto l’altro ieri, rimane sospeso nell’aria un certo sentore di corto circuito. Riassumiamo a grandi linee: i nostri nonni, dopo l’immane disastro e i milioni di morti regalatici dal puzzone mascelluto, hanno cacciato il fascismo a colpi di schioppo. Poi hanno fondato una Repubblica. Poi hanno scritto una Costituzione. Poi hanno fatto delle leggi perché i fascisti non potessero fare apologia di quel disastroso crimine. E poi però, per cacciare i fascisti dal dibattito pubblico e impedirgli la diffusione di odio etnico e razziale, è dovuto intervenire un multimiliardario americano inventore dei “like”. Difficile non sentire la nota stonata, la campana fessa. Infatti l’azienda, in un comunicato, ha spiegato la sua decisione appellandosi alle regole che gli utenti dovrebbero conoscere, e ha sottolineato che alla base della decisione “non ci sono motivi ideologici”. E questo è un altro peccato, è come dire che se un fascista inneggiasse alla dittatura, al boia-chi-molla, al me-ne-frego, con parole gentili andrebbe tutto bene. Invece no. Si dimostra che le regole dello Stato sono migliori e più rigide di quelle di Facebook (bene), ma che lo Stato non le applica e invece Facebook sì (male), e questo mette un po’ di tristezza. Del resto, si sa (leggere il prospetto illustrativo) che quando metti qualcosa sul più grande social network del mondo, la proprietà intellettuale di quello che pubblichi diventa sua, che siano gattini, foto di nipotini o virili appelli a otto milioni di baionette. Forse qualcuno dovrebbe spiegarlo ai nazionalisti, sovranisti, suprematisti, che i loro frementi prima-gli-italiani sono stati regalati a un algoritmo made in Usa il quale, come da regolamento, può farne ciò che vuole, anche mandarli al confino quando gli pare.

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