“Hannah e l’originalità del bene”, testo della presentazione del volume di Thomas Meyer “Hannah Arendt” – Feltrinelli editore, pagg. 480, euro 35 – di Wlodek Goldkorn pubblicato sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del 14 di dicembre 2025: L’opera di Hannah Arendt non è riducibile all'espressione "la banalità del male", una frase di grande effetto scritta nel reportage per il New Yorker sul processo di Adolf Eichmann a Gerusalemme. Grande filosofa (e grandi erano le sue capacità di far uso dei mass media), anche se non amava definirsi tale, nella sua elaborazione teorica partiva sempre dall'esperienza di vita. O se vogliamo: è il vissuto delle persone - con i loro traumi, il loro coinvolgimento emotivo - e non l'aderenza alle categorie astratte, il nucleo del "non metodo" della pensatrice, nata a Hannover nel 1906, cresciuta a Konigsberg patria di Kant, e morta cinquant'anni fa a New York. Hannah Arendt. Una vita filosofica di Thomas Meyer, pubblicato da Feltrinelli nella traduzione di Federico Zaniboni, è una biografia molto interessante per la ricchezza delle fonti, in parte inedite; tra cui lettere e abbozzi delle opere. Il grande merito di Meyer è aver ricollocato l'oggetto della sua ricerca «quasi interamente nella sua epoca». Spieghiamoci. Oggi, di fronte alla crisi delle democrazie liberali con il corollario delle guerre a Gaza e in Ucraina e il cambio radicale del volto della globalizzazione, il richiamo all”attualità" di Arendt è costante, rumoroso, e le citazioni - spesso fuori contesto- si sprecano. Meyer tenta invece di raccontare più che definire o giudicare. E nell'economia della narrazione considera decisivi gli anni fra il 1934 e il 1940, in esilio in Francia, quando Arendt si impegnò nell'aiuto ai bambini e adolescenti ebrei, fuggiaschi come lei dalla Germania, e contribuì a salvare molte vite. Da quell'esperienza concreta, suggerisce, nasce l'intuizione della particolare posizione degli apolidi, dei profughi, delle persone che non hanno il diritto ad avere diritti e che sarà il fondamento di tante sue opere. Intanto, Hannah Arendt nasce come Johanna in una famiglia di ebrei progressisti. L'ambiente è laico, ceto medio. Il padre muore quando lei è bambina, la madre Martha Cohn sposa un altro uomo, e Hannah diciottenne, ragazza indipendente, lascia la città e si iscrive all'Università di Marburgo, dove brilla la stella di un professore che vuole rifondare la filosofia. Il professore, Martin Reidegger, ha diciassette anni più di lei. I due diventano amanti. Con l'ascesa di Hitler al potere lui aderisce al nazismo. Lei lo rivede nel 1950 e poi nel 1975 e gli dà perfino consigli sulle finanze sue e della moglie. Meyer suggerisce che Arendt si rese indipendente dal maestro. Sicuramente non si pentì né perdonò e comprese molto. Nel 1947 scriveva a Herbert Marcuse, ex compagno di studi: «Il suo caso dimostra quanto una grande impresa filosofica non sia (...) sufficiente per orientarsi nel mondo». Ma torniamo agli anni parigini. È citata una lettera dell'agosto 1939 a Henrietta Szold. Szold era una leader sionista, si trovava a Gerusalemme a dirigere l'organizzazione Alià dei giovani (Aliyat Hanoar) per cui lavorava anche Arendt. Non solo portava i ragazzi in Palestina ma li preparava a una vita da "ebrei nuovi", agricoltori nei kibbutz, pionieri. In quella lettera è scritto: «Oggi più che mai, i nostri pensieri sono rivolti a voi in Palestina, e più che mai ci sentiamo oppressi dall'impotenza quando pensiamo ai milioni di 3 ebrei oltre confine». Nel 1945, sei anni dopo, esprime invece critiche al progetto di uno Stato ebraico che lei teme sarà modellato sull'esempio dei nazionalismi europei e in perenne e tragico conflitto con i vicini arabi: lei sogna invece una specie di progetto federativo. E, intanto, «ebrea al cento per cento» partecipa all'opera di salvezza dell'eredità culturale degli ebrei in Europa, dai libri delle biblioteche semidistrutte fino a un progetto di pubblicazione di romanzi per «non dimenticare». Una contraddizione? No. Intanto la situazione era cambiata. E poi lei era fedele alla biografia e non a idee a priori. Desiderava un mondo che promuove convivenza e pluralità a scapito di nazionalismi e ideologie esclusive, collegando le persone e creando amicizie. Di amicizie con Hans Jonas, Walter Benjamin, Karl Jaspers e altri si parla molto nel libro. È molto interessante poi il lavoro eclettico sulle fonti letterarie delle opere di filosofia politica di Arendt, a partire da Le origini del totalitarismo: da Joseph Conrad a Stefan Zweig, da Franz Kafka e Hermann Broch, fino a Rahel Varnhagen. E lo scandalo de La banalità del male? Quando lei nel 1963 pubblicò il libro (e per banalità non intendeva ubbidienza agli ordini, ma stupidità), fu stroncata subito in un articolo sul New York Times e poi attaccata da moltissimi suoi critici, primo fra tutti Gershom Scholem. Lei si aspettava contestazioni ma non una campagna così violenta come quella che la investì. Forse, quella volta, mancò di immaginazione.
N.d.r. La foto a corredo del post è - come quasi tutte le altre immagini postate in questo blog - della carissima amica Agnese A. Grazie.

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