"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 2 novembre 2021

Piccolegrandistorie. 07 «Sono nata lì, al centro del mondo. Lì sono diventata grande. Ogni tanto ci torno».

 

A lato. "Isola Tiberina, Roma", penna e acquerello (2021) di Anna Fiore.

Ha scritto Elasti il 18 di settembre 2021 – al tempo crudele della “pandemia” - in “Dev’esserci sempre una fragola, anche fuori stagione”, pubblicato sul settimanale “D”:

(…). La pandemia ci ha congelato. Dopo un anno e mezzo faticoso, pieno di insidie e paura, fisso il QR code del mio green pass, alternando sollievo e disincanto, incapace di credere che torneremo come prima. Vorrei accontentarmi della consapevolezza che il peggio è passato e che la strada è in discesa. Ma mi manca quella piena fiducia nelle sorti progressive dell’umanità che avevo imparato da piccola. Con il Covid ho introiettato l’incertezza oltre all’incancellabile epifania della nostra connaturata inesperienza. (…). Piano piano riallacceremo i fili e smetteremo di sentirci nomadi, forse anche di avere paura. Tratto da “Un sorriso dalla finestra di fronte” di Claudia de Lillo – in arte Elasti – pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 2 di novembre dell’anno 2013: Sono cresciuta in una casa sopra un negozio di valigie e una fermata del tram che, quando passa, copre ogni rumore con il suo sferragliare. Sono nata qui, in una via trafficata, senza alberi o panchine. Quel posto, in apparenza anonimo, era il mio ombelico, la mia rete, il centro della mia orbita. No, non era bello, ma la vivacità, la familiarità e l’accoglienza spesso sono più rilevanti dell’estetica. Non so se fosse un’usanza dei tempi, una perversione della giovane età o il portato di un’infanzia annoiata, ma passavo ore alla finestra, regina al primo piano di un regno brulicante e caotico. Di fronte al nostro, dall'altro lato della strada, c'era l'appartamento della signora Dalò, che viveva affacciata al davanzale nonostante tre figli, un marito nerboruto e un focolare da tener desto. Se i nostri sguardi si incrociavano, ci salutavamo con la mano. A dieci anni ebbi un brutto incidente e rimasi immobilizzata al letto alcuni mesi. Quando finalmente potei alzarmi, andai subito alla finestra. Lei era lì. Sgranò gli occhi, se li stropicciò, scoppiò in una risata e applaudì. Io agitai le mie stampelle, trionfante. Per poco non ruppi i faretti del soggiorno. Ma quel giorno era speciale e la commozione della signora Dalò era anche la mia. Sotto la finestra della mia amica, c'era un negozio di frutta e verdura. Ci lavorava un ragazzino con mani grandi e ruvide, cresciuto troppo in fretta. Enzo, si chiamava e ne ero innamorata. «Quando compi sedici anni ti sposo», disse una volta. Tuttavia, quando quel compleanno arrivò, eravamo distratti. Accanto a Enzo c'era un macellaio che aveva la voce di Toto Cutugno e, mentre tagliava bistecche, cantava: «Sono un italiano, un italiano vero». Un giorno il suo negozio non aprì. «Sequestro giudiziario», diceva un cartello. Di lui non si seppe più nulla. C'era Antonia che vendeva lampadine, pile elettriche e sveglie. Sembrava capitata lì per caso. «Una donna che ama le donne», mi disse la signora-che-non-ride che era la panettiera dell'angolo e faceva le focaccine quadrate di cui ho ancora il profumo nel naso. Antonia divenne per me, bambina, un irresistibile mistero, ma poi si ammalò e il suo negozio chiuse improvvisamente. C'era una famiglia di belli e ricchi, con un cognome doppio. La leggenda narrava che la loro casa all'ultimo piano del civico 12 avesse un terrazzo trasformato in zoo. Si davano molte arie. Poi la primogenita, a 15 anni, ebbe un figlio. «Anche i ricchi piangono!», esclamò Benito, il droghiere, che di figli ne aveva sei, maschi. Ci conoscevamo tutti, in quel quartiere: il segaligno professore di greco e latino che viveva con la sua madre in una casa piena di specchi e vocabolari, il tabaccaio tabagista, Aginulfo il calzolaio che regalava i palloncini, il signore che aveva avuto cento infarti e si diceva che di notte stesse sveglio ad ascoltare i canti della Resistenza, l'ottico bello che ha spezzato mille cuori, Michela la signora cinese che partoriva un bambino l'anno e il giorno dopo serviva ai tavoli del suo ristorante napoletano. Sono nata lì, al centro del mondo. Lì sono diventata grande. Ogni tanto ci torno. Moltissimo è cambiato ma è ancora casa. Incontro Antonia che ora sta bene ma ha bisogno di un bastone. Ha 80 anni e vive con la sua compagna. Chissà cosa direbbe la signora-che-non-ride. Enzo ha chiuso. Al suo posto c'è un fruttivendolo del Bangladesh con una bambina vestita da principessa che gioca con la Barbie tra le patate e le cipolle. Benito ha venduto la drogheria, il signore dal cuore ferito ma invincibile canta ancora Bella Ciao, Michela non partorisce più ma continua a servire ai tavoli, di Aginulfo c'è il figlio, senza palloncini ma al posto delle scarpe vende case. Mia mamma vive ancora lì. L'altro giorno mi sono affacciata alla finestra. Ho scorto, di fronte, una testa bianca, gli stessi ricci arruffati, una mano che faceva ciao. Era la signora Dalò. Da lì non si è mai mossa.

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