"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 1 novembre 2021

Notiziedalbelpaese. 38 «Il complottista è un collettivista, e traspone il proprio stato d’animo su una scala cosmica, o almeno cosmopolitica».

 

Ha scritto Corrado Augias in “Il virus che cancella la storia”, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi primo di novembre 2021: A Novara alcuni manifestanti contrari alla Carta verde (Green Pass) hanno sfilato indossando le uniformi a strisce dei prigionieri dei lager. Si fingevano legati tra di loro da una grossa fune nodosa che richiamava il filo spinato. Vengono in mente due parole per tentare di definirli: empi, oppure, in modo più rude, imbecilli. Empio è il contrario di pio. Enea era Pio, era pio l'imperatore Antonino. Uomini rispettosi dell'umanità prima ancora che dei principi religiosi propri e altrui. Chi adotta un tale comportamento merita l'aggettivo Pius. L'empio è invece chi non prova questi sentimenti e lo dimostra con un comportamento opposto, empio è colui che calpesta i principi morali, profana valori, sofferenze, vittime ritenute intoccabili sulla base di qualità umane universalmente condivise. Quanto a imbecille, non è solo un insulto comunemente usato, in psicologia ha un significato preciso così condensato nel Dizionario Treccani: "Debole fisicamente o mentalmente. Chi, per difetto naturale o per l'età o per malattia, è menomato nelle facoltà mentali e psichiche. Più spesso, nel linguaggio familiare, titolo ingiurioso, rivolto a chi, nelle parole e negli atti, si mostra poco assennato o si comporta scioccamente, senza garbo, da ignorante". (…). Forse però ho esagerato cercando una definizione filologica dell'oscena manifestazione di Novara. È possibile che la spiegazione sia più semplice, derivi da semplice ignoranza del passato e di quanto avvenne nell'orrore dei lager.  (…). …(que)gli sciagurati (…) forse non sanno bene quali spettri abbiano evocato accomunando un provvedimento concepito per salvaguardare la salute di tutti, con l'eliminazione, programmata a freddo, di milioni di uomini, donne, vecchi e bambini. Due cose che si trovano agli estremi opposti delle attività umane. Viviamo in un'epoca che il sociologo Giuseppe De Rita ha chiamato "presentismo". Tale la velocità dei cambiamenti e delle novità nelle quali l'intera popolazione del pianeta è coinvolta che il passato scivola via inavvertito e del futuro poco ci si preoccupa, nonostante alcuni fenomeni lascino presagire un cataclisma. Il vecchio precetto di saper cogliere l'attimo, il Carpe diem con il quale il poeta latino Orazio invitava a godere ogni giorno dei beni offerti dall'esistenza, pochi o molti che siano, viene applicato in maniera stravolta. Carpe diem è piuttosto inteso come un'esortazione ad annegare tutto nel presente ignorando il passato e senza tenere in alcun conto il possibile futuro. Se questo fosse, se gli sciagurati di Novara davvero fossero soltanto degli ignoranti, bisognerebbe ritirare sia l'accusa di empietà sia quella di imbecillità (in senso clinico) per ripiegare sulla desolata constatazione che l'inerzia di una pace durata - nei confini europei - quasi ottant'anni, ha reso quei crimini senza precedenti, di cui ancora sopravvivono testimoni diretti, indistinguibili dalle cento altre sciagure che hanno colpito l'umanità nel corso della sua storia tormentata. Tratto da “I finti sapienti che negano il virus” del filosofo Maurizio Ferraris, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di ieri, domenica 31 di ottobre 2021: All’origine di ogni complottismo c’è il più umano dei sentimenti: perché proprio a me? Il complottista, però, è un collettivista, e traspone il proprio stato d’animo su una scala cosmica, o almeno cosmopolitica, e nella peggiore delle ipotesi nazionale, come quando si reputa «particolarmente interessante» l’azione del virus nello spazio sociale francese, senza considerare che è interessante se e solo se si è francesi. Il decorso del complottismo presenta una morfologia simile alla favola, di cui è una variante: l’illusione universale, l’eroe che squarcia il velo, i tentativi di soffocare la voce dell’eroe, qualche eventuale aiutante magico, e dietro le quinte il male che non può non vincere, essendo il principio e la fine di tutto (tale, infatti, il fatalismo soggiacente al complottismo). Lo schema si adatta alle diverse contingenze, si nutre di anticipazioni letterarie e si perfeziona nel corso del tempo, principalmente attraverso l’accumulo di prove. (…). Ma, non dimentichiamolo, il complottismo, soprattutto in questioni mediche, è il punto di approdo di un crescendo che comporta varie tappe che vale la pena di ripercorrere. Di fronte al virus, la filosofia non ci è di alcuna utilità, sostengono taluni; talaltri, però, non sono dello stesso avviso. Filosofare può, per esempio, fornire solidi argomenti per negare l’esistenza del virus. Solo un filosofo può chiedersi se l’albero che ha di fronte a sé esista, e solo un filosofo può seriamente negare una pandemia. Nelle cronache dell’epidemia si sono spesso alternati, nello stesso soggetto politico, allarmismo e negazionismo. Ma per i filosofi (e tutti i negatori si sentono tali) va altrimenti. Il pensatore si propone di pensare con la propria testa e di non assumere come vera alcuna «verità ufficiale». La prima posizione della Fenomenologia dello spirito è la certezza sensibile, come posizione triviale, cui Hegel contrappone, filosoficamente, il dubbio metodico ereditato da Cartesio. Poiché i moderni sono filosofi nati, il primo atteggiamento nei confronti del virus consiste anzitutto nell’individuare la complessità del fenomeno: «il germe è nulla, il terreno è tutto», dunque la pandemia è un costrutto tanto complicato da cessare di costituire un fatto per divenire una interpretazione e, da ultimo, un puro nulla. Ecco qualcosa di assolutamente moderno: l’ontologia, quello che c’è, dipende dall’epistemologia, quello che sappiamo, ergo il virus non esiste perché non è definito con sufficiente chiarezza. Ma siamo davvero così moderni? Questo negazionismo pastorizzato richiama gli argomenti del negazionismo barocco narrato da Manzoni, che negli Sposi promessi era introdotto da un certo signor Lucio, «professore d’ignoranza, e dilettante d’enciclopedia», lanciando l’assist alla tirata di Don Ferrante: il virus non è né sostanza né accidente, dunque non esiste. Nei Promessi sposi, cassato il vero ignorante, rimane il finto sapiente, che, proprio come i suoi pronipoti postmoderni, sostiene che «la scienza è scienza; solo bisogna saperla adoprare». Ovviamente facendo ricorso a una scienza più vera e contrastante con quella ufficiale. Di qui l’esito prevedibile e l’aggiunta mirabile di uno dei passi più alti della letteratura italiana: «His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle». I rispecchiamenti tra antico e moderno non finiscono qui. Nella modernità il virus, turista opportunista e viaggiatore senza biglietto, impone la ricerca di modelli alternativi e per l’intanto rovina viaggi, vacanze, turismo domestico o esotico, tutte cose che non c’erano ai tempi di Don Ferrante. Tuttavia, sotto ogni cielo e in ogni tempo il virus è prima di tutto (cioè prima che un rischio) un guastafeste. Nella costante del guastafeste, cambiano le feste da guastare, per esempio il miracolo economico di Trump (men-tre altri sostengono – e come dar loro torto? – che il guastafeste è stato proprio lui con lo smantellamento dell’Obamacare), e soprattutto le feste possono essere tanto metaforiche quanto letterali. Il significato profondo di «dàgli all’untore» va inteso dunque come «dàgli al guastafeste». Sotto questo profilo, il comportamento dei milanesi di Ferrer di fronte alla peste non è diverso da quello dei nostri contemporanei. Il lazzaretto o la quarantena sono temuti molto più che il morbo, e ce la si prende con il tribunale della sanità come se il suo credere nell’esistenza del morbo fosse il segno di una ostinazione folle, del desiderio di credere a tutti i costi all’esistenza di un male che non esiste, e che viene tirato fuori con un sovrappiù di crudeltà per tormentare un popolo già fiaccato dalla carestia allo scopo di arricchire medici spregiudicati che speculano sulla paura della gente. In Manzoni, il protofisico Ludovico Settala viene fischiato come un menagramo che vuole a tutti i costi la peste per poter far lavorare la sua squadra, ed è per questo che nel 1621 come nel 2021, per non es-sere impopolari, altri medici minimizzano e negano, mentre l’arrivo del carnevale – l’aperitivo e la discoteca dell’epoca – fa mordere il freno contro le restrizioni. Non potendosi ancora lamentare l’illiberalismo dell’imposizione delle mascherine, né escogitare metodi per non portarle e per sottrarsi al lockdown, o notificare gli effetti collaterali come la maskne, ossia l’acne prodotta dall’uso prolungato di mascherine, e neppure dichiararne l’utilità o l’inutilità prove scientifiche alla mano, i milanesi di Manzoni fremono per il divieto delle mascherate, e quelli che fra loro si trovano nel lazzaretto festeggiano più degli altri perché si sentono discriminati. A quattro secoli di distanza, il catalogo è questo: i vaccini sono i veicoli del virus, e non è un caso se le popolazioni più vaccinate sono anche quelle più ammalate. Dietro di loro c’è una lobby di case farmaceutiche e un sistema corruttorio che non si ferma di fronte a niente minando le fondamenta della democrazia e imponendo controllo sociale e condotte dissennate, come il confinamento, studiato per far infettare le famiglie; il divieto di un medicamento efficace ed esistente da decenni, ma su cui non si possono realizzare utili; l’occultamento del fatto che per curare il virus basta l’aspirina.

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