"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 5 dicembre 2020

Leggereperché. 52 «Dio è solo una metafora di cui ci serviamo per dare un nome al nostro bisogno di trascendenza».

 

A lato. "Bergerac" (Francia, 2019), acquarello di Anna Fiore.
 
"Tratto da “Cosa cerchiamo nel fondo della notte” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 5 di dicembre dell’anno 2015: Scriveva poeticamente David Maria Turoldo un anno prima di morire: «Il Nulla, tuo necessario limite, nera fonte di ogni altro male. Tuo dramma di essere Dio». La parola "trascendenza" è stata sequestrata dalla religione e identificata con Dio. Ma non è questo l'unico senso della parola. A differenza dell'animale, infatti, l'uomo sa di dover morire e per dar senso alla propria esistenza questa consapevolezza gli fa nascere il pensiero di un'ulteriorità, che tale rimane comunque la si pensi, che sia abitata da Dio o dal Nulla, come scriveva David Maria Turoldo nei suoi Canti ultimi (Garzanti). A portarci sulle tracce di questi due diversi destini è il dolore e l'amore. Se ad attenderci è il Nulla, il dolore non ha un senso. Ma, come pensavano gli antichi Greci - gli unici che hanno preso sul serio la morte al punto di chiamare l'uomo "il mortale" - il dolore fa parte dell'esistenza, e quando fa la sua comparsa occorre, come dicevano gli Stoici, reggerlo e astenersi dal metterlo in scena (substine et abstine). Quanto all'amore, cadenzato sul ritmo dell'ineluttabilità della morte, va vissuto in tutta la sua espressività, perché la vita si regge solo se l'amore la alimenta. Se invece ad attenderci è Dio, qui le cose si complicano, a partire dal concetto che ciascuno ne ha. Se Dio, come vuole la concezione cristiana, viene pensato come un Padre che assiste e conforta nel dolore e chiede agli uomini di amarsi come lui li ama, allora la trascendenza ha un valore consolatorio nel caso del dolore, e diventa un precetto morale nel caso dell'amore. Se invece Dio è solo una metafora di cui ci serviamo per dare un nome al nostro bisogno di trascendenza, di oltrepassamento delle relazioni umane, dove le parole che si scambiano sembrano insoddifacenti sia nel caso del dolore che dell'amore, allora gli spazi di trascendenza si ampliano, fino a interrogare sulla genesi del mondo, sul senso della vita, sull'origine del male, sul perché dell'iniqua distribuzione dei doni e dei dolori. E sulla ragione per cui l'amore per Dio e l'amore per gli uomini, come ci insegna la storia di Abelardo ed Eloisa, non collimano in una visibile armonia. Senza un'apertura a un'ulteriorità - o, se si preferisce il linguaggio religioso, senza trascendenza - il dolore ci contrae sotto lo sguardo beffardo della morte, mentre l'amore incontra solo il desiderio e l'appropriazione dell'altro, la febbre del corpo che si traduce nel gesto sessuale che risponde soltanto alle esigenze della natura. La quale, nella sua crudeltà innocente, vede nell'amore solo il modo di perpetuarsi, e nella morte degli individui la condizione per farlo. L'individuo che non vuol ridursi a semplice funzionario della specie va alla ricerca ininterrotta di un raggio di trascendenza, per scoprire nel dolore e nell'amore le due forme di violazione dell'integrità dell'individuo che si nasconde gelosamente custodito dalla passione per la notte. La notte del dolore e la notte dell'amore, proprio perché inabissano ogni stabilità e identità diurna, sono le due vie che possono soddisfare la nostra mai interrotta ricerca di un'ulteriorità di senso, al di là della legge del giorno che al dolore chiede solo guarigione e all'amore stabilità e continuità. Per un raggio di trascendenza occorre oltrepassare quello che Kierkegaard chiama "stadio etico" per raggiungere lo "stadio religioso", dove anche i vincoli dell'etica sono infranti.

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