"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 8 agosto 2016

Scriptamanent. 33 “Non obblighiamo gli stranieri a integrarsi”.



Da “Non obblighiamo gli stranieri a integrarsi” di Umberto Galimberti, sul settimanale “D” dell’8 di agosto dell’anno 2015: Non attardiamoci nella difesa dei nostri confini. La storia si muove molto velocemente e noi occidentali dovremmo pensare ad accogliere anche le differenze. (…). …noi occidentali, dopo avere costruito il nostro benessere sulla colonizzazione del mondo, oggi stentiamo ad accogliere le vittime degli effetti tardivi e disastrosi della nostra colonizzazione in quei Paesi dove altri colonizzatori, più feroci di noi, hanno preso il nostro posto. O dove guerre di potere, cui noi non siamo del tutto estranei in termini di interessi economici o addirittura di fornitura d'armi, seminano vittime in stragi di massa, costringendo chi fugge a preferire una morte probabile a una morte certa. Ci consideriamo una civiltà superiore perché difendiamo e talvolta, un po' ipocritamente, tentiamo di esportare diritti umani e democrazia, alla condizione però che questi due valori non confliggano col mercato, perché in questo caso non esitiamo a sacrificarli. Questo argomento, che trova la sua conferma per esempio nei nostri rapporti con la Cina, applicato agli immigrati determina uno stile di accoglienza che li prevede non come "persone", ma solo come "produttori di merci e di servizi", con una possibilità di circolazione limitata e comunque inferiore ai beni che producono, per i quali non esistono frontiere. Per non parlare del concetto di "integrazione" che chiediamo allo straniero quando decidiamo di accoglierlo. Sotto l'apparente ovvietà della richiesta, mai problematizzata e neppure oggetto di una minima riflessione, io leggo una sorta di mancanza di rispetto, perché ciò che allo straniero si chiede è di rinunciare alla "differenza" in cui sono le radici della sua identità. Allo straniero si può chiedere senz'altro di ottemperare alle leggi del Paese in cui è giunto, ma anche di "integrarsi", rendendosi estraneo alle sue origini? Questo problema era già stato preso in considerazione duemila anni fa dal pensiero gnostico, che parlava dell'angoscia insolubile dello straniero, che proviene da altro luogo, e a quelli del luogo appare sospetto. Allo stesso modo, il luogo che lo straniero si trova ad abitare è per lui estraneo, e perciò disorientante. "Angoscia e nostalgia della patria sono parte del destino dello straniero che, non conoscendo le strade del paese estraneo, girovaga smarrito. Se poi impara a conoscerle troppo bene, dimentica di essere straniero e si perde in un senso più radicale perché, soccombendo alla familiarità di quel mondo non suo, diventa estraneo alla propria origine. Nell'alienazione da sé l'angoscia sparisce, ma comincia la tragedia dello straniero che, dimenticando la sua estraneità, dimentica anche la sua identità" (M. Lidzbarski, Ginza. Il libro dei Mandei). Se queste considerazioni hanno una loro plausibilità, viene da pensare che le radici cristiane, in cui l'Occidente si riconosce, si sono rinsecchite e non hanno generato neppure un misero arbusto. Inoltre, per effetto della globalizzazione, nonostante i muri e i fili spinati che qua e là andiamo costruendo, in realtà stanno cedendo i confini dei territori su cui si orientava la nostra geografia. Usi e costumi si contamineranno e, se "etica" vuol dire "costume", è possibile ipotizzare la fine delle nostre etiche, fondate su quei principi, oggi non più tanto solidi, di nazione, territorio e confine, perché la storia sta accelerando quei processi di recente avviati, che sono nel segno della "de-territorializzazione", dove il "prossimo", sempre meno specchio di me, e sempre più "altro", obbligherà tutti a fare i conti con la "differenza". Vediamo di non arrivare in ritardo.

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