"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 12 aprile 2024

Capitalismoedemocrazia. 88 Marx: «La grandezza dell’accumulazione è la variabile indipendente, la grandezza del salario quella dipendente, non viceversa».


(…). Le chiamano le morti bianche perché il bianco è il colore della purezza, il contrario del nero, il colore del lavoro sommerso. Le chiamano morti bianche perché sennò dovrebbero definirle "omicidi sul lavoro". A parte le stragi, che invadono le prime pagine dei giornali, i morti sul lavoro del giorno per giorno sono al massimo dei trafiletti in cronaca: è un bollettino di guerra, e in guerra la morte è un'abitudine. (…). Dopo Firenze, il governo ha introdotto con un decreto la patente a punti per le imprese, come quella dell'automobile: si parte con 30 punti, si può lavorare con un minimo di 15: se ti muore un operaio te ne tolgono 20, 15 in caso di infortunio grave. Ma, frequentando corsi di aggiornamento e formazione, si possono ripristinare 5 punti (con un morto più un corso di formazione, si arriva di nuovo a 15 punti e si può lavorare): i crediti riacquistati "non possono superare complessivamente il numero di quindici". Una presa in giro, soprattutto perché il decreto non ha toccato il nodo centrale dei subappalti, che proprio questo governo ha deregolamentato. Così, con i subappalti a cascata, la ditta che vince la gara può affidarsi a una serie infinita di altre aziende o ditte individuali; così i lavoratori a cascata spesso non hanno il contratto di categoria relativo alle man-sioni che svolgono (e per i quali, come nell'edilizia, sono previsti presidi di sicurezza più stringenti) o magari nessun contratto. E questo accade, di fatto, anche negli appalti pubblici, sempre grazie al governo Meloni che ora promette di tornare indietro. Le aziende risparmiano sui costi del lavoro e della sicurezza, ci rimettono i dipendenti, anche se sarebbe meglio chiamarli schiavi visto che i diritti sono sempre meno e il salario pure. L'unica logica è il profitto, a qualunque costo: guadagnare il più possibile, il resto non conta. Nemmeno le vite. Sulla Stampa (…) si poteva leggere che la diga di Suviana (senza cui, quattro decenni dopo non si sarebbe potuta realizzare la centrale di Bargi) è stata costruita un secolo fa, negli anni Trenta del Novecento: i lavori di scavo della montagna, "portarono a movimentare 85.000 metri cubi di rocce e 45.000 metri cubi di materie alluvionali e terrose in questa zona allora impervia dell'alto appennino tosco-emiliano a cavallo tra Bologna e Pistoia, avevano comportato un grande sacrificio di vite umane. Tredici operai morti oltre a una innumerevole quantità di infortuni". Cento anni dopo, nella Repubblica fondata sul lavoro, siamo più o meno nelle stesse condizioni. Almeno gli operai degli anni Trenta sapevano per chi lavoravano e morivano, oggi sono morti per conto terzi. (Tratto da “Le stragi sul lavoro, morti per conto terzi: è il profitto, bellezza” di Silvia Truzzi pubblicato su “il Fatto Quotidiano” dell’11 di aprile 2024).

“Marx e il Capitale nella borsa chic”, testo di Daniela Ranieri pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri: Peccato non avere più una sinistra in Italia: qualche parlamentare avrebbe potuto alzarsi dai banchi su cui oggi i politici vecchi e giovani passano il tempo chattando su WhatsApp o scrivendo scemenze sui social, o prendere il microfono nel corso di una di quelle interviste per strada da cui si ricavano pastoni di stronzate per i Tg, per dire perentoriamente che è ora di smetterla con lo sfruttamento dei lavoratori da parte dei capitalisti. Roba vecchia, obsoleta, già rottamata da apposito Jobs Act renzista con conseguente cancellazione dell’articolo 18 e ridicolizzata come fissa da parrucconi dai giornali progressisti. Quel che emerge nell’ambito dell’inchiesta per sfruttamento del lavoro con cui il tribunale di Milano ha messo in amministrazione giudiziaria la Giorgio Armani Operations è la pedissequa prova che Marx aveva ragione, e aveva descritto tutto al dettaglio. Libro Primo, capitolo 23 de Il Capitale: “La forza-lavoro non è comprata per soddisfare mediante il suo servizio o il suo prodotto i bisogni personali del compratore”; vale a dire che Giorgio Armani, coi suoi soci compratore ultimo della forza-lavoro, non sfrutta il lavoratore cinese per vivere nel lusso; “lo scopo del compratore è la valorizzazione del suo capitale, la produzione di merci che contengano una maggior quantità di lavoro di quella che paga, che contengano quindi una parte di valore che a lui non costa nulla e che ciò nonostante viene realizzata mediante la vendita delle merci”. Per capirci: Giorgio Armani vende una borsa a 1.800 euro. Vedendola luccicare dalla vetrina o sulle riviste patinate, ci si immagina fabbriche lucenti in cui lavorano geni della moda che cuciono a mano mentre Giorgio vigila sorridente. Invece, la Armani appalta la produzione della borsa ad aziende appaltatrici italiane; queste, per il sistema piramidale tipico di ogni settore del lavoro attuale (non del 1848), non hanno nemmeno una sede di produzione, e subappaltano la produzione ad altre aziende, cinesi. Perché cinesi? Per abbattere il costo del lavoro, sfruttando il più possibile i lavoratori. Cucire borse 16 ore al giorno consumandosi gli occhi e il naso con coloranti chimici per 2-3 euro l’ora è uno dei lavori che gli italiani divanisti non vogliono più fare. Le aziende italiane oggetto dell’inchiesta della Procura sono la Manifatture Lombarde e la Minoronzoni, che comprano la borsa finita a 93 euro e la rivendono a Armani a 250, la quale Armani (non indagata), la rivende a 20 volte il prezzo di produzione. Ma Armani lo sa? Quando i carabinieri di Tutela del Lavoro sono entrati in uno di questi opifici cinesi vi hanno trovato un ispettore della Giorgio Armani Operations che faceva il “controllo di qualità”. Delle condizioni dei lavoratori? No, dei prodotti. Verificava che le colle usate fossero resistenti al sole, che la pelle fosse morbida, etc., come la clientela di lusso esige da un marchio tanto. Come dice Marx, “la produzione di plusvalore o il fare di più è la legge assoluta di questo modo di produzione”. Cosa vuol dire “fare di più”? Che il capitalista deve aumentare sempre di più la quota di lavoro non retribuito necessario per produrre una merce e “rivestirla” di plusvalore. Altrimenti, “si ottunde lo stimolo del guadagno”. I salari potrebbero pure aumentare, senza che ciò faccia diminuire i profitti degli imprenditori (…); solo che, mannaggia, così si ridurrebbe l’accumulazione di capitale, che è come l’accelerazione crescente di un razzo supersonico.

Armani, come altri marchi simbolo del lusso italiano per cui i ricchi turisti russi, arabi, giapponesi fanno follie, è un’azienda la cui merce luccica perché possiede una patina ulteriore assicurata dalla comunicazione e dal marketing: comprando una borsa Armani non si compra solo un prodotto fatto di materiale resistente ai raggi solari e pelle morbida, ma l’eleganza, l’abbondanza, il fascino italiani, anche se è stata materialmente fabbricata da cinesi sfruttati che lavorano senza misure di sicurezza (nelle aziende lombarde erano stati rimossi i dispositivi di sicurezza dei macchinari, gli estintori erano senza revisione e i materiali chimici e infiammabili non erano custoditi correttamente) e dormono in fabbrica su materassi accatastati per terra coi cucinini dentro i bagni. Ha voglia il ministro del “Made in Italy” Urso a dare avvio in pompa magna al “nuovo ciclo di attività del Consiglio Nazionale per la Lotta alla Contraffazione e all’Italian Sounding”, per difendere “la Proprietà Industriale dalla concorrenza di operatori economici sleali”, fingendo di non vedere che la borsa tarocca e quella ‘vera’ sono prodotte dallo stesso operaio sfruttato e che i concorrenti sleali (di forza-lavoro) sono in casa nostra. E non è detto che lo sfruttato sia cinese: quanto prende il fattorino del corriere che ci consegna la borsa Armani quando la compriamo sul sito del venditore? Nel sistema piramidale del capitale ogni nodo della filiera è truccato, a garanzia del padrone e dei padroni politici che gli reggono il moccolo. Basta non fare nessuna legge e ignorare l’articolo 36 della Costituzione: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Ma davvero? Marx lo dice così: “La grandezza dell’accumulazione è la variabile indipendente, la grandezza del salario quella dipendente, non viceversa”, brutale e chiarissimo.

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