"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

lunedì 30 maggio 2016

Oltrelenews. 91 “L’elisir di lunga vita a Expo”.



Da “Il papà del polo dopo-Expo promette l’elisir di lunga vita” di Gianni Barbacetto su “il Fatto Quotidiano” dell’8 di maggio 2016: Per capire che cosa sarà Human Technopole, la città della ricerca da costruire sull’area Expo, bisogna conoscere il papà di questo progetto: Pier Giuseppe Pelicci. (…). È lo scienziato che da anni promette l’elisir di lunga vita. È lui che ha convinto a entrare nella partita il finanziere Francesco Micheli, con cui ha fondato Genextra, holding specializzata in ricerca biofarmaceutica. Micheli ha poi coinvolto Marco Carrai, l’uomo d’affari più vicino a Renzi, che ha fatto da ponte con il presidente del Consiglio, il quale ha infine fatto suo e lanciato il progetto. Ricerche sul genoma, con la promessa di allungare la vita: è la fascinazione di Human Technopole, ma è anche da sempre il programma di Pelicci, lo scienziato che vuole portare la vita dell’uomo a 120 anni. Progetto affascinante. Ma perché è stato scelto proprio questo, senza una valutazione preventiva di altri temi, senza un confronto con altri programmi possibili? Per esempio la medicina rigenerativa e la terapia genica, in cui l’Italia è prima al mondo, grazie agli studi dell’università di Modena e Reggio Emilia e del San Raffaele di Milano. In questo campo, gli italiani Michele De Luca e Graziella Pellegrini hanno prodotto il primo farmaco al mondo a base di cellule staminali. Invece non c’è stata alcuna discussione, alcuna comparazione: a scegliere, senza aver ricevuto alcun incarico trasparente e senza aver messo in comune percorsi e motivazioni della scelta, è stato un gruppo informale di persone, tra cui il professor Pelicci; poi Renzi ha annunciato in pubblico l’ideona per salvare il dopo-Expo, con annessa promessa del tesoretto miliardario. Solo a cose fatte, e dopo le proteste di una parte del mondo scientifico, è stato coinvolto un gruppo di scienziati internazionali a cui è stato affidato il compito di elaborare una valutazione del programma: ma senza alternative, senza la possibilità di confrontare programmi diversi.

sabato 28 maggio 2016

Oltrelenews. 90 “E a tarda sera, madonne fiorentine…”.



È primavera... svegliatevi bambine
alle cascine, messere Aprile fa il rubacuor.
E a tarda sera, madonne fiorentine,
quante forcine si troveranno sui prati in fior.
(…). 
Da “Mattinata fiorentina” di Rabagliati- D'Anzi - Galdieri   

Da “Tav, i confini del progresso e gli affari sporchi delle mafie” di Salvatore Settis, sul quotidiano la Repubblica di giovedì 8 di marzo dell’anno 2012: (…). Per sviluppo, (…), dovremmo intendere il beneficio che deriverà al Paese e ai cittadini da una "grande opera" dopo che sia stata eseguita e sia entrata in funzione. Sempre più spesso, invece, si tende a considerare "sviluppo" l'opera stessa, la mera mobilitazione di banche e imprese, capitali (pubblici) e manodopera. Sterile progetto, se la "grande opera" si rivelasse inutile o producesse guasti ambientali e sociali. (…). In un racconto di Mario Soldati, “Il berretto di cuoio” (1967), il protagonista, Aduo, è «lo scemo del villaggio», che però «non era affatto uno scemo», era anzi «aperto, simpaticissimo, intelligente». Ma non lavorava, non aveva un mestiere; un caso, dicevano i medici, «di sviluppo arrestato». Finché, affascinato dal cantiere dell'autostrada Torino-Piacenza, scatta la scintilla: assunto come guardiano, «lavorò per dieci», senza limiti di tempo, dall'alba a notte fonda»; sempre «scrutando con rapide occhiate» i lavori dell'autostrada, felice e attonito, con «lo sguardo che avrebbe potuto avere un assoluto responsabile, unico appaltatore, unico progettista, unico azionista dell'autostrada». Quando l'autostrada è finita, il tracollo: Aduo non può vivere senza, non mangia e non beve, viene ricoverato. Una specie di "complesso di Aduo" sembra aver preso alla gola troppi italiani, che non sanno immaginare altro sviluppo che la cementificazione del suolo. Distraendoci da altri investimenti più lungimiranti e produttivi, questo modello di crescita alla cieca è, come quello di Aduo, uno "sviluppo arrestato" che inceppa il Paese. Una risposta autoritaria non è accettabile. È necessaria una discussione aperta e radicale, tanto più in tempi di contenimento della spesa pubblica. È giusto spendere per la Tav, quando sono allo sfascio ferrovie minori e treni notturni, anche internazionali? Non sarebbe meglio potenziare le strutture esistenti, a cominciare dalla cintura ferroviaria di Torino? È meglio costruire nuove grandi opere o arrestare il degrado dei servizi sociali e della scuola? Viene prima la difesa del paesaggio, dell'agricoltura e dell'ambiente o la (presunta) convenienza economica della Tav? Unica bussola per rispondere a queste domande, la Costituzione consacra la tutela del paesaggio e dell'ambiente: «La primarietà del valore estetico-culturale», anzi, non può essere «subordinata ad altri valori, ivi compresi quelli economici», e pertanto dev'essere «capace di influire profondamente sull'ordine economico-sociale» (Corte Costituzionale, 151/1986). I portatori (sani?) del "complesso di Aduo" dicono il contrario: che le ragioni economiche sovrastano i principi del bene comune. (…).

giovedì 26 maggio 2016

Cronachebarbare. 38 “Pannella ed il selfie col morto”.



Avevo scritto in “Storiedallitalia” - n° 75 - del 20 di maggio ultimo scorso: “Storie dall’Italia”. Anzi “Storie dell’Italia”, che sta meglio assai. Poiché penso che esistano ben pochi paesi nell’intiero globo terracqueo nei quali gli ipocriti, i saltimbanco ed i teatranti vari abbiano ad essere in un numero sì sproporzionato. Oggi che il Giacinto Pannella detto “Marco” non c’è più, una turba di turiferari vociferanti s’ingegna a lodarne la vita e le opere. Noi non se ne conosceva nulla del Marco quale “uomo”, ma se ne conosceva assai del Marco quale “politico”. E pur non volendo apparire od essere – nella generale emozione del momento - il solito “bastian contrario”, o il solito “grillo parlante”, al Marco quale “uomo politico”, che è la cosa che qui penso ci stia particolarmente a cuore, non pensiamo di poter innalzare profumati incensi e cesellare encomi solenni. Non possiamo e non lo vogliamo, per non venire a far parte di quella turba d’incensatori d’accatto. Incensatori d’obbligo e di mestiere, pronti a smentirsi non appena il venticello flebile dell’emozione, sollecitata e solleticata dai media tonitruanti, si sarà affievolito – il venticello intendo dire - nel turbinio del generale, inutile parlottare. Così scrivevo in quel recentissimo mio post. Poiché accade, e penso che accada a chiunque si segga su di una sedia e provi a vergare su di un foglio in bianco con lo stilo o con la penna o a digitare, come faccio sul mio pc, i pochi pensieri coerenti che fulminei attraversano la mente, penso che a tutti accada, dicevo, di formulare e porsi all’improvviso una domanda: ma quel che vado pensando e che voglio far divenire nero su bianco, insomma in poche parole che provo a scrivere, ha un suo senso che possa essere condivisibile con altri? O sono solamente le mie fumisterie, le mie fissazioni o farneticazioni? Accade sempre, quando si voglia mettere nero su bianco, che quei pensieri che fulminei attraversano la mente si comportino come dei “grilliparlanti” che abbisognano, quei pensieri lì intendo dire, di essere afferrati per la coda e, con certosina pazienza, essere spalmati sull’immacolato foglio di carta od impressi sull’elettronico foglio di stampa del personal computer. Il processo è sempre lo stesso, in un caso e nell’altro. Ed avviene così, in quell’opera di certosina pazienza che la formulazione astratta dei propri pensieri inducano proprio a chiedersi: farnetico o son desto? Il “Marco” lì è mancato all’affetto della carissima Sua sfera degli umani il giorno precedente a quel posto lì. E quel che mi venne di getto da pensare alla funerea notizia è tutto ciò che ho scritto in quel post lì. E sempre con l’immancabile domanda, come un tarlo che rode: ma che vado scrivendo? Poiché la “fatica” dello scrivere è cosa ben diversa dallo sproloquiare: quella fatica lì impone allo scrivente, immancabilmente, l’obbligo d’acciuffare per la coda i fulminei, fuggevoli pensieri e provare a farne cose materiali e concrete quali sono parole scritte e frasi coerenti e compiute, per l’appunto. E così avviene che, due giorni dopo appena, un arguto – come sempre – editoriale di Marco Travaglio appaghi e renda quella fatica lì meno pesante da portarsi appresso. Il post del Travaglio, apparso su “il Fatto Quotidiano” del 22 di maggio, ha per titolo “Selfie col morto”. Godiamocene l’arguzia:

mercoledì 25 maggio 2016

Paginatre. 38 “Chiesa e Industria”.



Da “Chiesa e Industria (Saggio di interpretazione storico-socio-economica)” (1962) di Umberto Eco, tratto da “Diario minimo”, prima edizione Oscar narrativa Mondadori (ottobre 1988), pagg. 81-84: La penisola italiana è oggi teatro di quella che i nativi chiamerebbero una "lotta per le investiture". Le scena sociale e politica è dominata da due potenze egualmente forti che si disputano il controllo dei territori della penisola e dei suoi abitanti: l'Industria e la Chiesa. La Chiesa, a quanto risulta dalle testimonianze raccolte in loco, è una potenza laica e mondana, tesa al dominio terreno, all'acquisto di aree fabbricabili, alle leve del governo politico, mentre l'Industria è una potenza spirituale tesa al dominio delle anime, alla diffusione di una coscienza mistica e di una disposizione ascetica. Durante il nostro soggiorno nella penisola italiana abbiamo seguito alcune tipiche manifestazioni della Chiesa, le cosiddette "processioni" o "precessioni" (evidentemente connesse a celebrazioni equinoziali) che rappresentano vere e proprie ostentazioni di fasto e potenza militare; vi appaiono infatti drappelli di guardie, cordoni di polizia, generali dell'esercito, colonnelli di aviazione; altro esempio, ai cosiddetti "riti pasquali" si assiste a vere e proprie parate militari in cui interi reparti corazzati si recano a soddisfare al simbolico omaggio che la Chiesa pretende dall'esercito. Contro all'organizzazione militare di questa potenza terrena, ben diverso è invece lo spettacolo offerto dall'Industria. I suoi fedeli vivono in sorte di tetri conventi in cui aggeggi meccanici contribuiscono a rendere più scarno e disumanato l'habitat. Anche quando questi cenobi sono costruiti secondo criteri di ordine e simmetria, vi predomina un rigore di tipo cistercense, mentre le famiglie dei cenobiti vivono ritirate in cellette di enormi monasteri che spesso coprono aree di impressionante vastità. Lo spirito di penitenza pervade tutti gli affiliati, specialmente i capi, i quali vivono in una povertà quasi totale (io stesso ho potuto controllare lo status delle loro sostanze dichiarato pubblicamente a scopo penitenziale), e si riuniscono di solito in lunghi e ascetici ritiri (i cosiddetti "consigli") durante i quali questi uomini in grigio, dai volti scavati e dagli occhi infossati dai lunghi digiuni, restano ore e ore a discutere disincarnati problemi concernenti il fine mistico del sodalizio, la "produzione" di oggetti, vista come una sorta di continuazione perenne della creazione divina.

martedì 24 maggio 2016

Sfogliature. 59 “Televendita: Equitalia e meno tasse al ceto medio”.



La “sfogliatura” di seguito proposta aveva, al tempo, per titolo “Meno tasse per tutti”. Essa risale ad un lunedì 21 di novembre dell’anno 2011. Sono passati i mesi e gli anni ma il malvezzo degli imbonitori della politica non passa mai. E del malvezzo di questi giorni correnti, al tempo del signore da Rignano sull’Arno, ce ne rende conto e misura Alessandro Robecchi in “Equitalia in televendita” pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 20 di maggio ultimo scorso. Ha scritto Robecchi: (…). La donna barbuta! La legge che vieta i terremoti! Un decreto per bloccare la pioggia nei week-end! Il bollo auto (…). O il funerale di Equitalia, che, dice Matteo, circonfuso nello streaming e griffato Apple, “al 2018 non ci arriva mica”. Più che un programma, una sentenza. Giubilo nelle strade e nelle piazze del Paese e dietrologia talmente facile da essere banale “davantologia”: se nel 2018 si vota, abolire Equitalia è un nuovo modo per dire “ottanta euro” e pure di più. Se accompagnate la promessa con quell’altra, parallela e speculare, di “abbassare le tasse al ceto medio” siamo vicini all’en plein. Manca quella cosa delle settanta vergini, che suona ancora un po’ troppo islamica, ma ci arriveremo. Anche se la bomba Equitalia arriva insieme a decine di altre bombette, mischiata ad altre roboanti promesse, fa sempre il suo effetto, perché è difficile oggi trovare un italiano che simpatizzi per Equitalia. Il riscossore sta sulle palle a tutti, ovvio, e chi chiede soldi non è mai simpatico: basta vedere quel logo sulla lettera che vi arriva a casa per agevolare la crisi di itterizia. Poi ci pensa la solita commedia all’italiana, tipo i leghisti che minacciano rivolte e assalti alle sedi come fecero i loro amici col blindato fatto in casa al campanile di San Marco (ancora ridiamo). E ci sarebbero, un po’ più seriamente, i Cinque Stelle, che Equitalia la vogliono abolire da sempre e che a tal proposito presentarono una proposta di legge. La respinse il Pd alla Camera nel luglio del 2014, con grandi accuse di populismo e irresponsabilità. Brutti, zozzi e cattivi che attentavano a un’istituzione così preziosa per il paese. Passati nemmeno due anni, ecco Matteo dei miracoli decretarne la morte imminente, col linguaggio che si riserva di solito agli allenatori di calcio scarsi: Equitalia, al massimo tra due anni, non mangerà il panettone. Come Silvio, abbiamo il Renzi operaio, il Renzi imprenditore, il Renzi costituzionalista, il Renzi insegnante e, da ieri, pure il Renzi grillino. Sono soddisfazioni. Di suo, Berlusconi si limitava alle battute scherzose, e quando andò a inaugurare l’anno accademico dei futuri finanzieri disse: “Meglio io da voi che voi da me”. Almeno faceva ridere. Matteo no. Matteo guarda in camera come un attore della réclame e la butta lì: Equitalia must die. Dietro, accanto, ci sarebbe tutto un ragionamento sul riordino delle agenzie, quella delle entrate che si riprende i suoi compiti, razionalizzazioni, riforme, ridisegni complessivi e complicati, numeri, calcoli. Ma che noia! Vuoi mettere col dare l’annuncio? Come dire, parliamoci chiaro: se volete meno tasse, un regalo al ragazzo che compie diciott’anni, l’eliminazione di Equitalia e altre cosucce (esilarante la riforma dell’Università “entro il 2016”, ma “non calata dall’alto”), dovete tenervi stretto questo conduttore di talk show. Diceva Enzo Biagi di Silvio: “Se avesse le tette farebbe anche l’annunciatrice”. Ecco. Matteo non ha le tette nemmeno lui. Però fa solo l’annunciatrice.

lunedì 23 maggio 2016

Scriptamanent. 12 “Governare il disordine”.



Da “Governare il disordine, la sfida dei nuovi leader” di Thomas L. Friedman, sul quotidiano la Repubblica di sabato 23 di maggio dell’anno 2015: (…). …per adesso il mio candidato preferito al titolo di autore del miglior incipit di un articolo di informazione quest’anno è Tom Goodwin, dirigente di Havas Media, il cui intervento del 3 marzo su Techcrunch. com iniziava così: “Uber, la più grande compagnia di taxi al mondo, non possiede vetture. Facebook, proprietario del social network più popolare del mondo, non crea contenuti. Alibaba, il rivenditore più efficace al mondo, non ha beni inventariati. E Airbnb, il più grosso fornitore al mondo di soluzioni ricettive, non possiede alcun bene immobiliare reale. Stiamo assistendo a qualcosa di molto interessante”. Questo è poco ma sicuro. Ci troviamo all’inizio di una trasformazione molto significativa di ciò che vale la pena possedere. Le aziende di cui parlavamo hanno in comune una cosa: tutte hanno creato piattaforme fiduciarie nelle quali l’offerta incontra la domanda per oggetti e servizi che nessuno aveva pensato in precedenza di mettere a disposizione — una camera da letto in più nella propria casa, un posto a bordo della propria auto, un contatto commerciale tra un piccolo negoziante del Nord Dakota e un piccolo artigiano in Cina; oppure sono tutte piattaforme comportamentali che hanno generato come sottoprodotto informazioni di altissimo valore per i rivenditori al dettaglio o i pubblicitari, o ancora sono tutte piattaforme comportamentali nelle quali la gente comune può farsi un nome — per come guida, per come ospita qualcuno o per qualsiasi altra competenza si possa immaginare — per poi offrirsi al mercato su scala globale.

domenica 22 maggio 2016

Oltrelenews. 89 “Referendum: l’armageddon della democrazia?”.



Da “Cosa il premier non dice quando cita Berlinguer” di Silvia Truzzi, su “il Fatto Quotidiano” del 22 di maggio 2016: (…). “La sinistra è stata sempre per superare il bicameralismo. Enrico Berlinguer parlava direttamente di monocameralismo” (il virgolettato è stato pronunciato da quel buontempone di Renzi Matteo nella giornata di ieri sabato 21 di maggio, detta del “referendum-day”. n.d.r.). Infatti la riforma mantiene il bicameralismo. Il Senato continuerà ad esistere, semplicemente i membri della Camera alta (trasformata in “camerino”, copyright di Michele Ainis) non saranno più eletti dai cittadini, bensì “dai Consigli regionali” ma “in conformità alle scelte espresse dagli elettori” (la fantasia al potere). Saranno di meno (da 315 a 100), manterranno l’immunità, eleggeranno due giudici costituzionali, parteciperanno all’elezione del presidente della Repubblica, parteciperanno alla funzione legislativa per le leggi su referendum popolare e ordinamento degli enti territoriali. I procedimenti legislativi saranno sette (bicamerale paritario, monocamerale con intervento eventuale del Senato, non paritario rafforzato, non paritario con esame obbligatorio per leggi di bilancio, disegni di legge a “data certa”, conversione dei decreti, leggi di revisione costituzionale). Il bicameralismo resta, da paritario diventa confuso. (…). …Azzariti sostiene: “Un’unica Camera eletta con sistema proporzionale. Chi se la sente di proporre una riforma rivoluzionaria come questa? Eppure in passato era questa la frontiera avanzata della sinistra”. (…).

sabato 21 maggio 2016

Scriptamanent. 11 “Istruzioni per una nuova società”.



Da “Istruzioni per una nuova società” di Zygmunt Bauman, sul quotidiano la Repubblica del 21 di maggio dell’anno 2012: (…). Se le rivoluzioni non sono prodotti della disuguaglianza sociale, i campi minati sì. I campi minati sono aree disseminate di esplosivi sparsi a casaccio: si può star certi che una volta o l´altra qualcuno di essi esploderà, ma quale, e quando, non si può stabilire con qualche grado di certezza. Poiché le rivoluzioni sociali sono eventi con uno scopo e con un obiettivo, è possibile fare qualcosa per localizzarle e sventarle in tempo, mentre ciò non vale per le esplosioni dei campi minati. Qualora il campo minato sia stato predisposto da soldati di un esercito, si possono spedire altri soldati, appartenenti a un altro esercito, per estrarre le mine e disarmarle: un lavoro rischioso quant´altri mai, come ci rammenta incessantemente l´antica saggezza del soldato: «L´artificiere sbaglia una volta sola». Ma questo rimedio, per quanto insidioso, non è disponibile nel caso dei campi minati predisposti dalla disuguaglianza sociale: a seminare le mine e poi a estrarle deve essere lo stesso esercito, che non può smettere di aggiungere nuovi ordigni ai vecchi né evitare di metterci il piede sopra più e più volte. Seminare mine e cadere vittime delle loro esplosioni fanno tutt´uno. Tutte le varietà di disuguaglianza sociale scaturiscono dalla divisione fra ricchi e poveri, come osservava già mezzo millennio fa Miguel Cervantes de Saavedra. Tuttavia, in epoche diverse, possedere o non possedere oggetti diversi sono rispettivamente la condizione più appassionatamente desiderata e quella più appassionatamente sofferta. Due secoli fa in Europa, ancora pochi decenni fa in alcuni luoghi distanti dall´Europa, e ancor oggi su alcuni campi di battaglia di guerre tribali o parchi-giochi delle dittature, l´obiettivo primario che poneva in conflitto ricchi e poveri era il pane o il riso. Grazie a Dio, alla scienza, alla tecnologia e a certi espedienti politici ragionevoli, non è più così. Ma ciò non significa che la vecchia divisione sia morta e sepolta: al contrario… Oggigiorno, gli oggetti del desiderio la cui assenza è più acutamente sentita sono molti e vari, e il loro numero aumenta giorno per giorno come anche la tentazione di ottenerli. E così crescono l´ira, l´umiliazione, il rancore e il risentimento suscitati dal non averli; e con essi il desiderio di distruggere ciò che non si può avere. Saccheggiare i negozi e darli alle fiamme sono gesti che possono derivare dal medesimo impulso e gratificare il medesimo desiderio. (…).

venerdì 20 maggio 2016

Storiedallitalia. 75 “Marco Pannella che…”.



“Storie dall’Italia”. Anzi “Storie dell’Italia”, che sta meglio assai. Poiché penso che esistano ben pochi paesi nell’intiero globo terracqueo nei quali gli ipocriti, i saltimbanco ed i teatranti vari abbiano ad essere in un numero sì sproporzionato. Oggi che il Giacinto Pannella detto “Marco” non c’è più, una turba di turiferari vociferanti s’ingegna a lodarne la vita e le opere. Noi non se ne conosceva nulla del Marco quale “uomo”, ma se ne conosceva assai del Marco quale “politico”. E pur non volendo apparire od essere – nella generale emozione del momento - il solito “bastian contrario”, o il solito “grillo parlante”, al Marco quale “uomo politico”, che è la cosa che qui penso ci stia particolarmente a cuore, non pensiamo di poter innalzare profumati incensi e cesellare encomi solenni. Non possiamo e non lo vogliamo, per non venire a far parte di quella turba d’incensatori d’accatto. Incensatori d’obbligo e di mestiere, pronti a smentirsi non appena il venticello flebile dell’emozione, sollecitata e solleticata dai media tonitruanti, si sarà affievolito – il venticello intendo dire - nel turbinio del generale, inutile parlottare. Soccorre nella circostanza, per ricordare doverosamente e devotamente quel tale “uomo politico” che Marco è stato, andare a rileggere quel “pezzo” magistrale che è “Casa Pannella” di Marco Travaglio, “pezzo” pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 14 di agosto dell’anno 2015.

giovedì 19 maggio 2016

Scriptamanent. 10 “Non ci resta che l'America”.



Da “Non ci resta che l'America” di Federico Rampini, sul settimanale “D” del 19 di maggio dell’anno 2012: (…). Bo Xilai era uno dei massimi dirigenti del partito (comunista cinese n.d.r.), al comando della megalopoli più vasta del mondo, Chongqing, più di 30 milioni di abitanti. Ora si scopre - sono le accuse che lo stesso governo gli rivolge dopo averlo destituito e incriminato - che era una sorta di "signore della guerra", usava la polizia locale come una milizia privata per terrorizzare i suoi avversari politici, ricattare e depredare gli imprenditori. Se poi si aggiunge la saga ottocentesca della moglie-tigre che fa avvelenare da un domestico con il cianuro il suo complice-amante inglese, c'è di che nutrire un'intera biblioteca di futuri romanzi polizieschi. Ma c'è anche da chiedersi: è questo il sistema di governo all'altezza della seconda economia mondiale? È con una oligarchia di queste fattezze, che la Cina dovrebbe "scalzare" la leadership globale degli Stati Uniti? Lasciamo stare che per realismo o per opportunismo Obama non voglia o non possa affrontare a muso duro la questione dei diritti umani in Cina; resta il fatto che queste vicende sono sintomi di debolezza, tanto più in quanto avvengono nell'anno della transizione da Hu Jintao a Xi Jinping che avrebbe dovuto dare una dimostrazione di "ordinato" passaggio delle consegne. Dettaglio non banale: tra le pieghe dello scandalo Bo Xilai si è scoperto che sia il figlio di quest'ultimo, sia la figlia del futuro presidente e segretario generale del partito Xi Jinping, studiano nella stessa università. Che si chiama Harvard. Anche questo la dice lunga sulla strada che la Cina deve ancora percorrere, se i Vip del regime di Pechino devono mandare tutti i loro rampolli a studiare in America. (…).

mercoledì 18 maggio 2016

Paginatre. 37 “La grande bugia della fame nel mondo”.



Da “La grande bugia della fame nel mondo”, tratto da un resoconto del giornalista Riccardo Staglianò a seguito dell’incontro  con lo scrittore argentino Martin Caparros, a margine della presentazione del volume “La fame” – Einaudi editore, pagg. 722, € 26 -, resoconto pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 22 di aprile 2016: Che colossale abbuffata di ipocrisia si consuma intorno alla fame. Prima l’hanno ribattezzata «insicurezza alimentare», come se depotenziarla linguisticamente la rendesse meno micidiale. Poi hanno truccato le statistiche, per vantare inesistenti progressi in questa lotta che è di Sisifo solo per il sostanziale disinteresse di chi la combatte. Intanto i misteri abbondano: produciamo cibo per dodici miliardi di persone e tuttavia quasi un miliardo su sette di quelle che abitano sulla terra non ha di che riempire il piatto. La scomoda verità è che chi fa la fame oggi non lo deve tanto alla povertà propria quanto alla ricchezza altrui. Succede perché i due terzi di aiuti all’India vanno a finire nelle tasche dei funzionari corrotti. O perché la stessa percentuale dei soldi stanziati dagli Stati Uniti in realtà resta a ingrassare l’economia americana. O perché la Monsanto ha messo in piedi uno schema ricattatorio per lucrare sui semi. O perché i derivati sul grano valgono cinquanta volte di più della produzione del grano e questa e altre speculazioni hanno fatto triplicare il prezzo dei cereali, rendendoli proibitivi per chi ne aveva un bisogno vitale. Tutto questo, assai genericamente, lo sappiamo. Salvo poi dimenticarlo il giorno dopo. È un meccanismo di difesa normale quello di scrollarsi di dosso fardelli insopportabili per continuare a vivere. Sino a quando non arriva qualcuno che ci rispiega tutto a un livello di risoluzione inedito, offrendo il contesto storico che ci ha portati sin qui, e la storia prende un senso nuovo, più nitido e urgente. È successo per la camorra con Roberto Saviano. (…).

martedì 17 maggio 2016

Paginatre. 36 “Umberto Eco. Psicopedagogia per un figlio”.



Da “Lettera a mio figlio” (1964) di Umberto Eco, tratta da “Diario minimo”, prima edizione Oscar narrativa Mondadori (ottobre 1988), pagg. 115-121: Caro Stefano, si avvicina il Natale e presto i negozi del centro saranno affollati di padri eccitatissimi che giocheranno la commedia della generosità annuale – essi, che hanno atteso con gioia ipocrita quel momento in cui potranno comperarsi, contrabbandandoli per i figli, i loro trenini preferiti, i teatri dei burattini, i tiri a segno per frecce e i ping pong casalinghi. Io starò a vedere, (…). Poi verrà il mio turno, passerà la fase dell'educazione materna, tramonterà l'era dell'orsacchiotto e sarà il momento in cui incomincerò a plasmare io, con la dolce sacrosanta violenza della patria potestas, la tua coscienza civile. E allora, Stefano... Allora ti regalerò fucili. (…). Ho avuto una infanzia fortemente, esclusivamente bellica: sparavo tra gli arbusti in cerbottane fatte all'ultimo momento, mi acquattavo dietro le rade macchine posteggiate facendo fuoco col mio fucile a ripetizione, guidavo assalti all'arma bianca, mi perdevo in battaglie sanguinosissime. In casa, soldatini. Eserciti interi, impegnati in strategie snervanti, operazioni che duravano settimane, cicli lunghissimi in cui mobilitavo anche le vestigia dell'orso di pelouche e le bambole della sorella. Organizzavo bande di avventurieri, mi facevo chiamare da pochi scherani fedelissimi "il terrore di Piazza Genova" (ora piazza Matteotti); sciolsi una formazione di "Leoni Neri" per fondermi con un'altra banda più forte, al cui interno organizzai poi un pronunciamiento degli esiti disastrosi; sfollato nel Monferrato fui assoldato di forza dalla Banda dello Stradino e subii una cerimonia di iniziazione che consistette in cento calci nel sedere e la prigionia per tre ore in un pollaio; combattemmo contro la banda di Rio Nizza, che erano neri sporchi e terribili, la prima volta ebbi paura e scappai, la seconda mi presi un sasso sul labbro e ancora adesso ho come un nodulo dentro che si sente con la lingua. (Poi arrivò la guerra vera, i partigiani ci prestavano lo Sten per due secondi e vedemmo alcuni amici morti con un buco nella fronte; ma ormai si stava diventando adulti e si andava lungo le rive del Belbo per sorprendere i diciottenni che facevano all'amore, salvo i momenti delle primi crisi mistiche).

lunedì 16 maggio 2016

Scriptamanent. 9 “Per un capitalismo sostenibile”.



Da “Per un capitalismo sostenibile” di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, sul quotidiano la Repubblica del 16 di maggio dell’anno 2013: (…). Nella prima fase che segna l’affermazione del capitalismo industriale, il profitto viene estratto dallo sfruttamento del lavoro. Il conflitto sociale nasce dalla contrapposizione tra gli interessi capitalistici e quelli della democrazia politica: da una parte i rendimenti del capitale, dall’altra i redditi da lavoro sostenuti dal sindacato e promossi dallo sviluppo della democrazia. La composizione tra queste due esigenze è affidata a politiche dei redditi che si esprimono attraverso una distribuzione proporzionale all’aumento della produttività. La libertà nello scambio delle merci è “compensata” da controlli di varia natura sul movimento dei capitali. L’insieme di queste politiche sociali, commerciali e finanziarie permette di promuovere una fase caratterizzata da crescita economica e maggiore eguaglianza: l’età dell’oro (1945-1973). Dopo il primo shock petrolifero, la situazione muta radicalmente: si scatena una controffensiva capitalistica segnata dalla liberazione del movimento dei capitali. Agli inizi degli anni ’80 si verifica dunque una transizione dal capitalismo industriale al capitalismo finanziario mentre il profitto è realizzato sempre più attraverso la mobilità del capitale che assicura rendimenti più elevati. (…). Nel luglio 2012 uno studio di James Henry McKinsey, stimava il patrimonio nascosto dai super-ricchi nei paradisi fiscali in oltre 32mila miliardi di dollari, una cifra equivalente alla somma delle economie degli Stati Uniti e del Giappone. In questa fase, il capitalismo realizza l’obiettivo mancato dal movimento operaio: una vera e propria “internazionale capitalistica” che provoca enormi diseguaglianze tra capitale e lavoro e minaccia di deprimere la domanda. Questa minaccia viene fronteggiata con un indebitamento sistematico che dà luogo a una “grande sbornia” del credito: una vera e propria inflazione finanziaria. L’indebitamento delle famiglie e delle imprese che ne risulta viene sistematicamente rinnovato così da rendere il nuovo capitalismo finanziario un sistema nel quale i debiti non si rimborsano mai. Una scommessa chiaramente insostenibile eppure incentivata dai governi e avallata dalle agenzie di rating contro ogni logica. Ma le onde del debito che si accavallano l’una sull’altra, prima o poi si infrangono sulla riva. È il momento della crisi. L’immensa liquidità creata dalle banche e dagli altri intermediari finanziari si essicca di colpo. La liquidità sparisce. Le banche cessano dal farsi credito tra di loro. Ma i debiti restano e devono essere pagati. Per salvare il capitalismo dal collasso vengono mobilitate risorse pubbliche di una portata mai vista nella storia contemporanea. (…). L’intervento dello Stato ha privilegiato il salvataggio delle banche mentre è stato molto debole sul lato della crescita. E così che i governi sono “puniti” per i loro disavanzi dalle agenzie di rating e riducono le spese sociali addossando i costi della crisi ai ceti più deboli. (…). Oggi sarebbe quanto mai necessario un nuovo compromesso storico tra il capitalismo e la democrazia, del tipo di quello che contraddistinse, alla fine della Seconda guerra mondiale, l’età dell’oro. Abbandonare il capitalismo finanziario sregolato per tornare a un capitalismo governato. (…). Ridurre i divari nella distribuzione della ricchezza non solo perché diseguaglianze troppo marcate sono moralmente inaccettabili ma perché costituiscono un freno allo sviluppo dell’economia. Uno sviluppo economico sostenibile si deve fondare su investimenti, crescita della produttività e dei salari reali. Per questo la politica dei redditi deve ritornare al centro della politica economica.

domenica 15 maggio 2016

Lavitadeglialtri. 10 “La vita di Dangqiu Lamao”.



È giovine. Lui mi dice – riporto a memoria -: “Hai avuto tanto dalla vita, un lavoro, una famiglia, hai fatto quel che più ti è piaciuto… perché stai a lamentarti tanto, a mugugnare il più delle volte.” È tutto vero per ciò che ha detto. Se guardassi solamente al mio orticello non avrei motivo alcuno per lamentarmi, per mugugnare. Ma basta guardare solamente al proprio orticello per dire che tutto va bene? Ché il detto antico ha un valore eterno e supremo: “’u gurdu non crida mai a’ lu diunu” – che tradotto in lingua corrente sta a significare che il sazio non crede a chi digiuna per ragioni di forza maggiore -. È giovine e mi dice: “Prenditi la vita un po’ più alla leggera”. È il senso di quel “più alla leggera” che mi lascia perplesso. Cos’è: un invito a rinchiudersi nel proprio orticello? Per che fare? E il mondo di fuori? Oltre lo steccato? Mi piacerebbe tanto che leggesse la storia di Dangqiu Lamao, storia raccontata da Giampaolo Visetti in un’altra delle Sue straordinarie corrispondenze dal paese che fu dell’impero celeste, corrispondenza che ha per titolo “Il sostegno della famiglia”, pubblicata sul supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica” che di seguito trascrivo in parte. Mi dirà quel giovine a me carissimo: un’altra storia dalla Cina! Uffa!! Mi accuserà di ricorrere, magari in mala fede, alla solita vetusta iconografia vetero-marxista-comunista. Ma dove guardare allora? Nell’orticello del nostro mondo reso pieno di rovi – metaforicamente parlando soprattutto per i giovani come lui -, con un’aria non più salubre? Non mi piace rinchiudermi nel mio florido orticello. Mi interessa sapere anche di Dangqiu Lamao che studia e lavora, che accudisce fratelli e bambini del villaggio nel quale è ospite dopo aver perso la famiglia a seguito di un terremoto. Ed anche questo post è per pensare a Dangqiu Lamao ed a tutti quelli come lei; perché il giovine carissimo sappia che non basta che il proprio orticello sia ben tenuto e fiorito. È  necessario sempre, anche se sazi, guardare anche oltre lo steccato, mugugnare e lamentarsi pensando a tutte le Dangqiu Lamao che popolano questo mondo reso storto assai dagli umani. È ciò che mi sono sforzato d’insegnare ai carissimi giovani che la sorte mi ha nella vita affidato.

sabato 14 maggio 2016

Oltrelenews. 88 “Non è l’anatomia a renderci genitori”.



Da “Non è l’anatomia a rendere capaci di fare i genitori” di Umberto Galimberti, sul settimanale “D” del 30 di aprile dell’anno 2016: Ora che le decisioni sono state prese e il clima su questo non è più infuocato, approfitto per tornare sul tema delle adozioni, discutendo in termini “quasi scientifici”, dal momento che la psicoanalisi (…) non è una scienza, e le neuroscienze sanno ancora troppo poco dell’anima e anche, (…), del corpo. La separazione dell’anima dal corpo è stata inaugurata da Platone per giungere a conoscenze universali e valide per tutti, a cui non era possibile pervenire se ci si fosse regolati unicamente sulle informazioni provenienti dai sensi corporei, essendo queste informazioni diverse da individuo a individuo, e nel corso della vita dello stesso individuo. Poi il Cristianesimo, con Agostino, accolse il dualismo di anima e corpo che Platone aveva inaugurato per risolvere un problema di conoscenza, e lo rigiocò in un altro scenario: quello della salvezza. Il passo successivo ancora fu compiuto da Cartesio che, inaugurando la scienza moderna, ridusse il corpo a organismo e poi cercò di porlo in relazione all’anima ricorrendo alla ghiandola pineale. Quando sento dire che la psicologia è ormai persuasa che esiste una relazione tra anima e corpo, dico che questa relazione è un puro gioco di parole, finché qualcuno non sarà in grado di dimostrarmi perché, se uno mi insulta (evento culturale) mi produce una vasodilatazione (evento fisiologico) . Per quanto concerne le neuroscienze, esse sono ancor meno attrezzate della psicologia per trovare l’unità di anima e corpo, perché il corpo che indagano è ancora il corpo di Cartesio, ossia l’organismo, non il corpo del mondo della vita, del tutto estraneo alle neuroscienze, e, (…), in parte anche alla psicologia, eccezion fatta per la psicologia fenomenologica che da un secolo a questa parte, con Husserl, Heidegger, Iaspers, Sartre, Merleau-Ponty, Binswanger, Minkowskì, e da noi Callieri e Borgna, sta chiedendo alla psicologia di cambiare paradigma. (…). Ma se dall’organismo ci portiamo all’altezza del corpo, la felicità di un bimbo dipende dall’affetto che riceve, dall’attenzione che chi lo ha adottato gli dedica, dal mondo che i genitori adottivi gli creano intorno. Perché l’organismo, come tutte le cose, “è” nel mondo, mentre il nostro corpo “dischiude” un mondo, accoglie gli stimoli che da quel mondo provengono e in quel mondo si sente chiamato e impegnato. Ed è di un mondo che i bambini hanno bisogno, non di due organismi diversamente sessuati. Per quanto poi riguarda la psicoanalisi, Lacan, (…), riformula in altro modo quello che Freud aveva già enunciato illustrando il complesso di Edipo, il cui superamento decide la buona organizzazione psichica del soggetto. Ma Freud aveva anche precisato che tale concetto era applicabile solo in Occidente, dove vige la famiglia nucleare, e non nelle altre società che Freud definisce «eso-edipiche», dove si cresce al di fuori del percorso edipico, senza per questo diventare affatto dei disadattati o dei pazzi. Quando nelle dispute sulle adozioni gay sento dire che “ogni bambino ha diritto a un padre e a una madre”, penso: quanto siamo ancora etnocentrici, nell’assumere l’organizzazione familiare che noi occidentali ci siamo dati come l’unica in grado di garantire la salute psichica di chi viene al mondo! Salvo poi curare la depressione di  giovani, che giungono persino a progettare il suicidio, pur avendo avuto una mamma e un papà.

venerdì 13 maggio 2016

Scriptamanent. 8 "Parallelismi possibili e scorci del vizio italiano".



Da “Il duca Valentino del terzo millennio” di Franco Cordero, articolo pubblicato sul quotidiano la Repubblica di venerdì 13 di maggio dell’anno 2011 - estratto dalla lezione al Salone del libro di Torino tenuta il giorno successivo sabato 14 di maggio sul tema "Scorci del vizio italiano" -: (…). I programmi postulano una democrazia plebiscitaria decerebrata: il popolo pseudo sovrano è corpo senza testa; non gli serve; regolato dai media, emette suoni e compie gesti ad hoc. Proforma siede un parlamento, organo vociferante del padrone: ai bei tempi era antagonista del re; sub divo Berluscone riprodurrebbe Reichstag nazista o Camera dei Fasci e delle Corporazioni, quod Deus avertat, ma lo vediamo già nelle Camere attuali, sebbene in una il sovrano sia forte appena d´un minimo margine. Vuol riscriversi la Carta e comandare le giurisdizioni come a stento vi sarebbe riuscito Re Sole. [...] S´illude chi lo dà ormai cadente. I riflessi belluini scattano nelle avversità e gli restano risorse soverchianti ma ha dei punti vulnerabili. Egomane forsennato, ignora gli altri, né misura i limiti del fattibile. Tra i più ricchi al mondo, e sappiamo in qual modo lo sia diventato, può permettersi una paranoia triumphans: nelle psicosi acted out il disadatto al gioco sociale, anziché adeguarsi, cambia le regole modificando gli scenari; è performance rara, dall´epilogo catastrofico, almeno sinora. Adolf Hitler vi dura dodici anni. Qui siamo al diciassettesimo in un contesto molto diverso, d´opera buffa e fondali neri. Gl´italiani s´annoiano presto.

giovedì 12 maggio 2016

Lalinguabatte. 20 "L'Italia ama l'uomo forte perché è una democrazia immatura".



La “dialettica” che non c’è. Definisce in questi termini la “dialettica” il Dizionario Treccani: “Dal gr. διαλεκτικὴ (τέχνη), propr. «arte dialogica». In senso generico significa l’arte del dialogare, del discutere, intesa come tecnica e abilità di presentare gli argomenti adatti a dimostrare un assunto, a persuadere un interlocutore, a far trionfare il proprio punto di vista su quello dell’antagonista”. Bene. La “dialettica” è stata il pane ed il nutrimento di intere generazioni che si siano ispirate in varia misura a quella parte politica che si soleva definire la “sinistra”. La “dialettica” è stata il tratto essenziale e la connotazione privilegiata di quelle forze che nel tempo si siano proposte a dare un assetto di democrazia compiuta incoraggiando “partecipazione” e “responsabilità”. “Dialettica”, “partecipazione” e “responsabilità” molto diffuse risultano essere termini inscindibili senza i quali la democrazia risulta essere una “democrazia sciancata”, senza vitalità alcuna ed in mano ad improvvisatori e dilettanti. Chi non ha a cuore la realizzazione delle predette pre-condizioni non ha a cuore una democrazia matura. La “dialettica” è stata dapprima sostanzialmente appannaggio di una ben riconoscibile parte politica; senza la “dialettica” quella parte politica è come se non esistesse più. Il politico che opera per non incrementare “dialettica”, “partecipazione” e “responsabilità” ha come mira, poi non tanto velata, una democrazia “immatura”, che sia facilmente condizionabile sul piano del consenso per mezzo delle arti proprie dei seduttori di folle inconsapevoli sì ma non per questo meno colpevoli. Scriveva Adriano Prosperi sulle conseguenze “del ventennio berlusconiano” – che non si è di fatto interrotto - in “Il diritto alla politica” sul quotidiano la Repubblica dell’8 di gennaio dell’anno 2013: (…). …parliamo (…) dei partiti, quelli ai quali la Costituzione riconosce il compito di garantire ai cittadini il diritto di «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (art.49). Chi ha una certa età non può dimenticare l’appassionata partecipazione che a partire dal’48 ha portato grandi masse a fare uso effettivo di quel diritto sulla base del programma del partito e caricando il proprio voto di un fortissimo investimento di volontà di cambiamento. Oggi il confronto politico si svolge per lo più al di fuori dei partiti e più o meno esplicitamente contro di essi. Anche laddove resiste la forma partito o ne sussistono le vestigia, quello che conta e a cui si affida l’efficacia del richiamo elettorale è il leader: il suo nome, la sua storia personale, o almeno la sua faccia, i suoi tic individuali. (…). In questo Paese la stragrande maggioranza della popolazione per secoli non ha avuto diritti ma solo doveri, quelli biblici di Adamo ed Eva: lavorare per gli uomini, partorire nel dolore per le donne. I diritti alla vita, alla libertà, al perseguimento della felicità che la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti aveva definito inalienabili non sfiorarono le masse contadine dei sudditi del Regno d’Italia più di quanto avessero sfiorato le tribù dei nativi americani. È stato solo col secondo dopoguerra che è nata un’esperienza dei diritti per effetto di una liberazione che fu politica e divenne rapidamente sociale - liberazione dalla stretta del bisogno e della mancanza di lavoro, possibilità di partecipare al grande e felice banchetto dei consumi e di presentarsi al seggio elettorale sentendosi finalmente soggetti e costruttori del proprio destino. Oggi tutto questo appare lontanissimo: e la radice primaria è la scomparsa del lavoro come diritto oltre che come realtà. (…). Di fatto quello che fu il caposaldo della Costituzione repubblicana e dette una risonanza straordinaria alla formulazione fanfaniana dell’articolo 1 è oggi una vuota parola. (…). L’esito finale di tutto questo è una estromissione collettiva dalla politica come campo aperto di cui si fa parte normalmente, senza dover attendere la chiamata dall’alto. Contro l’alto e il basso bisognerà pur restaurare un approccio orizzontale, laico e concreto alla lotta politica: a meno di non voler tornare all’Italia dei secoli antichi, quando i contadini veneti si sentivano stretti fra l’«Altissimo di sopra che manda la tempesta» e «l’Altissimo disotto che prende quel che resta». Con la sconsolata conclusione: «E noi tra ‘sti doi Altissimi restemo poverissimi». Il martedì 12 di maggio dell’anno 2015 Ferruccio De Bortoli rilasciava un’intervista a Silvia Truzzi su “il Fatto Quotidiano”, intervista che aveva per titolo "L'Italia è un Paese ad alta digeribilità, che ama l'uomo forte perché è una democrazia immatura". La trascrivo in parte:

martedì 10 maggio 2016

Scriptamanent. 7 “La politica degli antipolitici”.




Da “La politica degli antipolitici” di Nadia Urbinati, sul quotidiano la Repubblica del 10 di maggio dell’anno 2012: La demagogia è una forma degenerata della democrazia, la sua periferia interna. I classici la situavano al punto terminale della democrazia costituzionale o “buona”. (…). Oggi la demagogia usa il linguaggio dell'antipolitica per esprimere opposizione alla classe politica attualmente esistente con il prevedibile obiettivo di scalzarla con una nuova. Se poi questa classe politica si è macchiata di corruzione ciò rende l'arringa del demagogo più facile ed efficace. (…). Ma che cosa è esattamente l'antipolitica? Quando si parla di antipolitica nelle società democratiche si usa una parola molto imprecisa. Chi la usa non suggerisce infatti di ritirarsi nella solitudine di un convento, oppure di vivere solo di e per la famiglia, o solo di e per il lavoro. Chi usa l'espressione antipolitica vuole presumibilmente criticare il modo con il quale la politica è praticata ma in realtà sfruttare lo scontento che esiste ed è forte verso le forme tradizionali di esercizio della politica. Non è la politica l'obiettivo polemico e nemmeno la forma partito. Non è la politica perché il parlare di antipolitica è comunque un parlare politico, addirittura uno schierarsi partigianamente, e questo è a dimostrazione del fatto che nelle società democratiche non c'è scampo alla politica, nel senso che ogni questione che esce dal chiuso della domesticità è e si fa politica. Diceva Thomas Mann in un saggio esemplare sull'impolitico che nella società democratica anche chi si scaglia contro la politica è costretto a farlo con linguaggio politico, a farsi partigiano della sua causa. Ci si schiera e si entra nell'agone. L'antipolitica non è possibile. Così è oggi: non c'è niente di più politico di questa persistente critica della politica. A ben guardare l'obiettivo polemico non è neppure la forma partito, l'associarsi cioè per perseguire o ostacolare determinati obiettivi e progetti politici. Anche i più astiosi demagoghi dell'antipolitica – (…) – si presentano alle elezioni! (…). Accettando di presentarsi alle elezioni ha(nno) accettato le regole democratiche della competizione e, soprattutto, messo in campo persone che, nonostante il linguaggio demagogico (…), vogliono fare politica e discutono di problemi che sono politici, dall'ambiente alla corruzione, agli interessi privati nella cosa pubblica. (…). La demagogia non piace ma è innegabile che chi si identifica con il Movimento del demagogo ha una visione politica, non antipolitica. E su questa visione ci si deve interrogare e ad essa occorre controbattere.