"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 16 settembre 2021

Paginedaleggere. 48 Clifford Stoll: «E se i computer andassero a sostituire i cattivi insegnanti? Ma no, basta licenziarli e assumerne di competenti».

 

Riporta Umberto Galimberti - in “La digitalizzazione della scuola” pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” dell’11 di settembre 2021- quanto ha sostenuto e scritto Clifford Stoll in “Confessioni di un eretico high-tech. Perché i computer nelle scuole non servono”: «I computer non mi spaventano, in fin dei conti li ho programmati sin dalla metà degli anni Sessanta. (…). Non mi importa che il mondo del business sperperi fortune in mirabolanti attrezzature della dubbia utilità, ma divento furioso quando vedo le nostre scuole lanciarsi volontariamente nell’ondata di piena della tecnologia. Come pecore, folle di educatori si mettono in coda per poter riempire di cavi le proprie scuole. Nel frattempo gli insegnanti di lettere devono sopportare studenti semianalfabeti che non sono in grado di scrivere due righe sensate. (…). Cinquanta minuti di lezione non possono venire liofilizzati in quindici minuti multimediali. E se i computer andassero a sostituire i cattivi insegnanti? Ma no, basta licenziarli e assumerne di competenti». Letta “La degenerazione della scuola” - su segnalazione pervenutami -, intervista di Danilo D’Angelo ad Umberto Galimberti postata sul sito https://www.byoblu.com/2018/04/20/la-degenerzione-della-scuola-umberto-galimberti/ il 20 di aprile dell’anno 2018: (…). Professor Galimberti, durante questi mesi di interviste sul mondo scolastico ed educativo italiano in molti hanno espresso la necessità di modificare questo sistema scolastico, così fortemente influenzato da quelli che chiamiamo i poteri forti, l’economia, la finanza… Anche lei pensa che la scuola, oggi, si occupi di più della formazione del lavoratore piuttosto che dell’individuo? «Né uno né l’altro, direi, perché la formazione del lavoratore non è che la fai con l’alternanza scuola/lavoro. Perché quando uno va per 80 ore a vedere qualche cosa non è che sta lavorando né impara a lavorare. Qui, dal punto di vista del lavoro, non fa niente, dal punto di vista della formazione dell’individuo ancor meno. Perché qui dobbiamo capirci bene: la formazione non è l’istruzione». L’istruzione è il passaggio di contenuti mentali da una testa all’altra. La formazione – se preferiamo l’educazione – è la cura della formazione del sentimento di una persona. Quando dico sentimento sto dicendo una cosa difficile perché per natura abbiamo le pulsioni, tra la natura e la cultura ci sono le emozioni (e mica tutti ce le hanno), cioè la risonanza emotiva dei loro gesti (e mica tutti ce l’hanno). Per cui oggi è molto difficile o comunque può capitare di frequente che uno non veda la distinzione tra insultare un professore e prenderlo a calci, oppure tra corteggiare una ragazza e stuprarla. Non hanno la risonanza emotiva di una differenza reale. Quindi anche lì, a livello emozionale, siamo messi molto male coi giovani di oggi. Il livello sentimentale: i sentimenti sono culturali, non ce l’abbiamo per natura, i sentimenti si imparano dalle tribù primitive che raccontavano miti, alle nostre nonne che ci raccontavano storie per far capire cosa è il bene e cosa è il male, cosa è giusto e cos’è l’ingiusto, ai miti greci – che erano una galleria di sentimenti e di passioni. Zeus era il potere, Atena l’intelligenza, Afrodite la sessualità, Apollo la bellezza, Dioniso la follia, Ares l’aggressività. E questi concetti si imparano attraverso la conoscenza. Oggi non possiamo più ricorrere ai miti, però abbiamo la letteratura che è il luogo dove tu impari che cos’è l’amore in tutte le sue declinazioni, che cos’è il dolore, cos’è la tragedia, cos’è la noia, cos’è la disperazione. E se non parti da questi concetti come fai a gestire i tuoi stati d’animo? Poi i giovani stanno male e non sanno neanche dire perché! Perché non hanno il vocabolario dell’apparato sentimentale e se tu non hai sentimenti è chiaro che puoi anche bruciare un immigrato, perché uno che ha un sentimento non arriva a mettere in atto queste azioni che appartengono ai bulli i quali – non avendo il linguaggio – usano i gesti. E cosa fa la scuola? Li mette fuori, li sospende? E ce li deve tenere lì il doppio per insegnargli qualcosa di più! Quindi l’educazione non viene attuata, anche perché l’educazione come cura del sentimento la puoi fare se le classi sono fatte di 10/15 persone. Se sono 30 è già deciso che non si può fare educazione. Siccome noi abbiamo classi di 30/35, la scuola italiana non educa. Al massimo, quando riesce, istruisce».

Con l’alternanza scuola/lavoro gli studenti si abituano ad andare a lavorare praticamente gratis. Quando escono dalla scuola e trovano un lavoro per 400/500 € sono contentissimi! È così che la scuola forma l’individuo? «Dunque, io penso che fino a 18 anni le scuole sono scuole di formazioni. Cominciamo a formare l’uomo, Dio buono! Che tu fai il liceo classico, che tu fai il magistrale, che tu fai l’istituto tecnico, costruiamo l’uomo! Perché tante bestie che oggi fanno i manager, sono delle vere bestie, non c’è l’uomo dietro di loro. C’è semplicemente l’esercizio del potere anche nel modo più sadico possibile con i sottoposti. Quindi secondo me, fino a 18 anni formiamo l’uomo. Attenzione! Poi c’è questa cultura della prestazione. Guarda che la nostra scuola sta degenerando. Perché a Milano, nei licei classici, non si fanno più i temi? Perché i temi sono sostituiti da quelle prove della comprensione di un testo scritto? In cui io ti do 10 parole, ogni parola che sbagli nella indicazione del significato un punto in meno? Cosa vuol dire questo? Vuol dire che la tua soggettività (perché nel tema viene fuori la soggettività) a me non interessa perché non è valutabile. A me interessa la tua prestazione. Allora li abituiamo così, che quello che conta nell’uomo è la prestazione? E per giunta vogliamo anche insegnargli a lavorare prima del tempo? No, questo non va bene».

Secondo me uno dei primi passi che bisognerebbe fare in un’ipotetica scuola è quello della formazione del docente, prima di tutto. «Dunque, allora, per quanto riguarda i professori ho le idee abbastanza chiare, anche se loro mi detestano quando le dico. I professori devono essere sottoposti a un test di personalità. Perché? Perché insegnare vuol dire comunicare, vuol dire essere carismatici, vuol dire trascinare, vuol dire plagiare – perché no? -, lo dice Platone: «S’impara per imitazione, per fascinazione, per mimesi, per methexis, per plagio». E, attenzione, ci vogliono i professori fatti così: capaci, capaci di comunicare, che ci credono nel loro mestiere, capaci di affascinare. Se non hai quelle doti non lo devi fare il professore. Il test di personalità che cosa vuol dire? Che tutti quelli che vanno a lavorare sono sottoposti al test di personalità, che si chiama colloquio. Se una casa editrice deve prendere un correttore di bozze cosa fa? Fa un colloquio? E cosa indaga con quel colloquio? Indaga se il candidato è un ossessivo grave, perché solo a quella condizione può correggere bene le bozze. Alla stessa maniera bisogna fare con i professori. Quando tu vedi certi professori che sono l'”imago mortis” come entrano in classe, vengono lì solamente per deprimere i ragazzi, per demotivarli e quando tu hai demotivato un ragazzo, l’hai avviato sulla strada della depressione a cui lui compensa attraverso delle grandi bevute, magari anche un po’ di droga e poi ogni tanto anche col gesto estremo, tenendo conto che in Italia si suicidano 400 studenti all’anno, che non è una cifretta da niente. Mi hanno chiamato a fare una conferenza in novembre a Locarno in Svizzera e gli ho detto: «Perché sono qua?» e loro mi hanno risposto: «Perché la Svizzera italiana ha superato la Svezia e il Giappone nel numero dei suicidi giovanili». Ecco. Una volta non è che i ragazzi si suicidavano, avevano voglia di vivere. E allora come mai la scuola li induce al suicidio? Eh! Appunto! È la qualità dei professori. Io penso che un ragazzo sia fortunato se in una squadra di nove professori come sono quelli di un liceo ne trovo uno o due che sia un maestro. È già fortunato. E gli altri, però cosa sono lì a fare?»

Come si formano i maestri? «I maestri nascono tali per natura e purtroppo l’arte di essere carismatico non è una tecnica che puoi insegnare. Se tu non hai questa natura, cioè se uno non ha la natura di pittore, se si mette a fare i suoi quadri, quei quadri lì non sono arte perché non è un pittore, punto e a capo! Se non sei bravo a suonare fino a raggiungere livelli magistrali, non sei un musico! E perché sei un insegnante se non sai insegnare? Perché i Ministeri hanno sempre visto la scuola come un luogo di occupazione d’insegnanti, non come un luogo di formazione di giovani. Questo va detto con estrema chiarezza. Oggi basta che tu sia laureato, in qualunque campo, poi fai l’esame di abilitazione e puoi insegnare. Non sarebbe utile introdurre un sistema di formazione degli insegnanti? La formazione serve se tu hai già una natura idonea. Se non ce l’hai è inutile che ci provi: vai incontro anche tu stesso professore a una infelicità per tutta la vita! E se non te la senti di far l’insegnante, andare lì tutti giorni alle otto della mattina fino a mezzogiorno o giù di lì è un inferno se non hai una passione! Insomma! Però per questo bisogna, se vogliamo riformare questa scuola, bisogna che le scuole diventino competitive. Io ero d’accordo – a parte tutti gli inconvenienti che possono derivare da una dittatura del Preside a cui concedo di assumere i professori e naturalmente senza far troppi esami e cose varie – ad assumere professori in una gara in cui chi si attribuisce i migliori avrà più studenti. Inutile fare discorsi. Oppure ne avrà meno. Perché poi ai genitori non interessa niente della formazione dei figli. Non gli importa niente, perché i genitori servono solo a fare i sindacalisti dei figli. Interessa solo che passino gli esami. E allora in una scuola competitiva qualcosa può funzionare. Per esempio, non so, laureavo degli studenti meravigliosi: questi qui non potranno mai insegnare filosofia. Perché? Perché ci sono quelli che hanno già cinque figli, 40 anni, demotivati, che stanno lì fino a 60/70 a insegnare. Allora abolirei il ruolo che non esiste da nessuna parte, c’è solo nello Stato. Via il ruolo e si scelgono i migliori. Dopodiché c’è anche l’orgoglio di una scuola di essere migliore di un’altra e l’altra che cerca di fare un po’ di competizione per diventare migliore di quella. Che non significa diventare privati. Significa diventare statali ed essere statali, però con l’orgoglio di essere più bravi. Poi le scuole private vanno tutte abolite perché non sono luoghi di formazione, ma sono luoghi di promozione. Sono esamifici. La scuola di recupero, il CEPU è uno scandalo culturale! Bisogna eliminarlo, basta!».

Ci sono scuole private e scuole private… «Sì, ci sono scuole private che funzionano anche e funzionano sulla base di supplenze di scuole pubbliche. Ad esempio a Mosca c’è un liceo artistico che eleggono ogni anno e che è il primo nella classifica dei licei artistici. E perché noi, invece facciamo delle scuole d’arte che non valgono niente? Dove la gente si limita solo a fumare spinelli e stare sbragati fuori dalle scuole? Perché i licei artistici sono licei inutili, quando potrebbero essere utilissimi per formare dalla gente che sa muoversi nel patrimonio culturale e artistico italiano? Ecco, a Monza, il liceo artistico di Monza è un liceo di suore e funziona benissimo. È sempre primo, però sono eccezioni. Poi ci sono delle scuole, invece che sono degli esamifici: le scuole del recupero anni, robe del genere. Cosa vuoi recuperare? Quando ci sono delle bestie… queste bestie non le fai studiare! È inutile fare studiare tutti. Lo studio è una fatica maggiore del lavoro, se vuoi. E allora, se uno non se la sente non lo fa. Perché bisogna farlo per forza?».

Ha senso, secondo lei, che esista una scuola dell’obbligo? E fino a quanti anni dovrebbe esserlo? «Per me fino a 18 anni bisogna tenere una scuola dell’obbligo, inevitabilmente. E i ragazzi vanno in qualche modo sedotti… sedotti con la cultura. Allora vanno a scuola volentieri. Se tu insegni la “Divina Commedia” come ce la raccontava Benigni, magari qualcuno studia anche la “Divina commedia”. Se invece c’è lì un professore che ti chiede la Battaglia di Campaldino, dov’era Campaldino – ehbeh! – allora non ti studia più la “Divina Commedia”. Quindi la scuola dell’obbligo fatta bene, fino a 18 anni e poi insistere a far leggere libri alle persone. Dalle lettere che ho ricevuto dagli studenti, mi sono reso conto che in una classe a leggere sono due o tre! Due o tre! Gli altri fanno le interrogazioni tirando giù quattro informazioni da Google. Fine. Noi italiani siamo all’ultimo posto in Europa per la comprensione di un testo scritto. Ciò vuol dire che uno legge e non capisce. Esiste un analfabetismo di ritorno aiutato anche dall’informatica che riduce il linguaggio a 50 parole e oltre quelle non ne sai più. Solo che se hai poche parole in bocca non è che hai tanti pensieri in testa, perché i pensieri sono proporzionali alle parole che hai. Io non posso pensare una cosa di cui non ho la parola. E se ho poche parole penso poco. E quando un popolo pensa poco è incolto come siamo noi italiani: ignoranti siamo! Veramente ignoranti! Basti pensare che il giornale più diffuso è “La gazzetta dello sport” (detto tutto). Ecco, noi perdiamo dal punto di vista storico ed economico. Io ho un dentista che è anche Console dell’Armenia e gli ho chiesto «Perché agli armeni, pur avendo avuto il genocidio non è stato riconosciuto da tutti e poi non sono famosi come gli ebrei?», risposta secca: «Perché gli ebrei sono colti e noi no!». Perché la Germania funziona meglio di noi? Perché i tedeschi leggono e noi no! Quando io andavo a Venezia, a Verona venivano giù i ragazzi da Monaco, giù di lì, per arrivare a Venezia. Avevano in mano dei libri, che poi lasciavano sul treno come noi lasciavamo i giornali. Oggi troviamo qualcuno che ha in mano un libro (che non sia le sfumature di grigio)?».

Non pensa alle scuole private come a un’alternativa possibile al sistema scolastico italiano? «Oggi le scuole private sono giustificate dal fatto che, siccome le scuole pubbliche sono in condizioni spaventose, uno può dire: «Beh! Qui c’è un pool di professori che funziona in questa scuola privata: perché no?». Rispetto, magari, a una serie di professori che non funziona nella scuola pubblica? Cioè, finché non funziona la scuola pubblica noi apriamo la strada a quella privata – è inutile far discorsi – e io stesso, se avessi dei figli in età scolare, di fronte a una scuola pubblica che non mi funziona li mando a una scuola privata. Sapendo di creare un handicap a mio figlio, perché le scuole private – di solito – sono scuole confessionali, sono scuole in cui tu impari una sola idea, tante volte quell’idea è la stessa che hai sentito in famiglia, cioè diventi un cretino prima degli altri. Mentre la scuola pubblica dove tutte le idee del mondo, tutti i colori delle facce del mondo e diventi un po’ più sveglio. Mi rendo conto che poi noi andiamo avviandoci verso una storia multiculturale e non è che tu se hai una sola idea, una sola cultura ti muovi meglio: ti muovi peggio! Questo è l’handicap delle scuole private. Naturalmente sono necessarie affinché la scuola pubblica non funziona. Non so, ma non funziona anche per ragioni nevrotiche. Se un professore ce l’ha su con uno studente e questo studente, qualunque cosa faccia, va sempre male è chiaro che lo toglie dalla scuola pubblica e va in quella privata. E perché succede questo? Per la nevrosi del professore? Eh! Insomma, ci sono anche gli psichiatri, gli psicanalisti a mettere a posto la testa ai professori. Ci vanno tutti dallo psicanalista, possono andarci anche loro. Naturalmente bisogna fare, però delle classi più ridotte. Più ridotte: dai 12 ai 15 come in Svezia. Allora li segui a uno a uno e li segui bene».

Questo vuol dire un incremento del numero dei professori, però! Sembra quasi un paradosso, nel senso che forse sarebbe meglio averne di meno, ma che sappiano fare il loro mestiere e che siano motivati. «Ma quanti ce ne sono di bravi? Insomma, io ne ho tirati fuori tanti di bravi che potevano benissimo insegnare filosofia, italiano, storia, però come facevano? Facevano l’abilitazione e finita l’abilitazione avevano davanti tutti quelli che avevano 40 figli, divisi dal marito che punteggiano… ma quelli non sono punteggi culturali! Devi togliere quelle cose lì!».

Durante le sue conferenze lei parlava di un tema a lei caro: l’apertura delle scuole per più ore anche agli esterni, trasformandole in luoghi di cultura, in grado di attirare le persone e non soltanto gli studenti a frequentarle maggiormente dopo gli orari di lezione, giusto? «Sì, la scuola per me dovrebbe essere aperta dalle 8 della mattina fino a mezzanotte, almeno. Questa proposta l’ho fatta una volta in televisione dal Ministro Berlinguer nel ’98 e lui ha detto: «E chi mi paga i bidelli? Se questi sono i problemi allora basta: lasciamole chiudere, alla una le chiudiamo e non se ne parla più. I ragazzi, oggi, non hanno più luoghi di socializzazione. Una volta avevamo gli oratori, le sezioni di partito. Oggi quali sono i luoghi di socializzazione? Il bar. E cosa fa uno al bar, beve? Punto. Neanche le discoteche sono luoghi di socializzazione perché tanto non puoi parlare dalla musica fortissima che hai e dalla testa ormai rovinata dalle droghe che assumi in quella serata. Ecco, allora i luoghi di socializzazione sono fondamentali soprattutto adesso in una cultura dove la gente socializza attraverso i mezzi informatici, dove tu il corpo dell’altro non ce l’hai mai davanti. E quindi bisogna trovarli questi luoghi di socializzazione. Che possono essere le scuole: sono edifici enormi, piene di aule e pieni di spazi vuoti. Benissimo. Poi, in questi luoghi, puoi benissimo coinvolgere giovani che mettono su dei teatri, giovani che mettono su degli atelier d’arte, giovani che insegnano a fare il cinema, giovani che insegnano a fare gli attori. Ecco. E allora dagliele queste benedette scuole, che magari qualche studente può andar lì e imparare qualcosa! Non è che necessariamente questi giovani che fanno queste attività alternative devono insegnare, ma se lo fai nella scuola qualcuno ci va lì. E allora incomincia una socializzazione e anche una visualizzazione dei processi vocazionali. Uno vuol far l’attore o fare il pittore o fare il musico: vede che cosa vuol dire questa roba qua. Bisogna tenerle aperte. Alla sera in quelle scuole lì, poi si possono fare i compiti, si può anche far l’amore, perché no? È l’età giusta. E perché dove si deve fare? Vicino ai muretti, in camporella? Dove, dove si fa? Al cinema, neanche, no? Perché lì te li mettono uno vicino all’altro, non è come quando andavamo dove volevamo. Però allora non succedeva niente, stavamo malmessi. Benissimo. Allora, cosa succede a questo punto? Che se la scuola diventa un luogo di socializzazione allora sì che svolge una funzione importante. E uno non è che si sente sequestrato quando va a scuola perché diventa la sua casa. Poi, non so, i bidelli. Ma questi ragazzi sono ragazzi che hanno dai 15 ai 18 anni (parlo soprattutto alle superiori). Ci sono le scuole da imbiancare, ma non sono capaci di prendere un pennello e imbiancarsi la loro aula? Però se in quell’aula lì succede qualcosa d’interessante allora ti viene voglia anche di metterla a posto bene. Io sono andato giù in Puglia in una scuola vicino a Maglie, che è un edificio con intorno un terreno enorme ridotto a una discarica. Questi ragazzi volevano che io tornassi e abbiamo fatto un patto: «Io torno l’anno venturo se mi mettete a posto ‘sto giardino. Prima mandate le foto». Bene: non è successo niente! Non è successo niente! Perché, perché? Perché ci vogliono dei Presidi che si muovono in questa direzione. Ma come fa un Preside? Se fa mettere a posto il giardino mi dice: «Se io faccio mettere a posto il giardino e poi uno si fa male?» È questa la logica! È una fuga dalla responsabilità, ragazzi miei! Una fuga dalla responsabilità!».

C’è da dire che il mestiere del genitore, come quello dell’educatore, in generale, oggi sia un mestiere ancora più difficile di ieri. «Sì, infatti, poveracci! Io un po’ li compatisco. Perché una volta – non mi si venga a dire che i genitori di una volta erano meno di quelli di oggi -, quando c’era il padre padrone che non parlava con i figli, a parlare con i figli era solo la mamma. La funzione della mamma era quella di fare la mediazione tra i figli e il padre. Quindi questa logica meno male che è finita con il ’68. Poi, però allora era facile fare i padri, fare le madri perché? Perché eravamo poveri e i messaggi che tu ricevevi in famiglia (che erano messaggi di impegno e sacrificio) erano gli stessi che ricevevi dalla società: impegno e sacrificio. Poi è arrivata la ricchezza, è arrivata l’opulenza, sono arrivati i modelli americani e allora la società e la famiglia continua a chiederti sacrificio e impegno – senza crederci neanche troppo – e la società ti dice: «Ma fregatene, ti offro discoteche, scarpe, moda, giochi, iPad…» e tu cosa fai? Tra i princìpi di realtà e princìpi di piacere vince i princìpi di piacere. Ce l’ha insegnato Freud, punto e a capo. Questa divaricazione spinge il padre a diventare un essere debole, debolissimo. Per giunta al padre non gli interessa tanto la formazione dei figli perché i padri hanno due convenienti: prima non parlano con i figli quando sono piccoli, poi si lamentano che i figli non parlano con loro quando sono grandi. E per forza! Tu padre puoi parlare con un figlio fino a 10, 11, 12 anni poi basta. Basta perché come compare la sessualità ecc… i figli si muovono a livello orizzontale. Cioè, è inutile che i padri cercano di fare gli amici dei figli, ma quale amici? Se li trovano loro da soli gli amici! E a quel punto lì quello che funziona è solo l’esempio. E siccome i padri non danno buon esempio – in generale – perché poi quando i figli hanno 10/12 anni il matrimonio è già abbastanza consumato per poter ricominciare a litigare bestialmente con la moglie e succedono i disastri esistenziali. Oggi ci si separa con estrema facilità, però la separazione è un danno psichico irreversibile nei figli. Io che faccio lo psicanalista lo affermo e lo sottoscrivo! È inutile: Ah! Ma noi i figli… No! I figli patiscono la separazione, punto e a capo. E anche in modo irreversibile. Tant’è che a Milano c’è un famoso liceo di preti che non accetta i figli dei separati. Sì… è carino! Chi ha più bisogno deve andare a scuola. Va bene. Quando insegnavo al liceo, avevo abolito il ricevimento dei genitori e usavo quell’ora lì per parlare direttamente con gli studenti. Dopo sono arrivate gli esposti al Provveditore, è arrivata una bella visita dal Provveditorato: Lei, per favore, riceva i genitori sennò la dimettiamo dal ruolo» e ho dovuto ricevere di nuovo i genitori. Quando arriva un genitore cosa dice il professore? Suo figlio è intelligente! Non è vero, ma deve dire così sennò lui si incazza. Per loro la buona volontà: la volontà non esiste, esiste l’interesse nella scuola. Non c’è la volontà, non è neanche una categoria psicologica, è una categoria cristiana. “Ha buona volontà“! Io non mi metto a studiare per “buona volontà”, mi metto a studiare perché mi interessa. Capito? E allora si fanno quei discorsi vuoti. Ai genitori, poi non interessa la formazione dei figli, interessa che siano promossi. E allora hai capito? Poi i genitori io li abolirei dalla scuola. Sono stati introdotti nel 1966 dal Ministro Malfatti – un nome e un programma -, poi ribaditi nel ’98 da Berlinguer. Ma i genitori non servono a niente! Quando uno va a scuola, favoriti iniziatico, non ha più la protezione dei genitori, non ha più chi li supporta: deve vedersela da solo nella vita, Dio buono! In un contesto in cui non è protetto è uguale a tutti gli altri e deve tirar fuori lui le sue unghie e la sua rabbia e la sua gioia e la sua virtù e la sua capacità. Ma non con la protezione dei genitori».

Non rischia di diventare un luogo protetto anche la scuola, cioè un luogo dove io mi riconosco, ma al di fuori di quel luogo non mi riconosco più? «No, perché dipende. Se io a scuola faccio tante cose che non sono solamente le ore scolastiche io lì così ho uno spaccato del mondo della vita. Abbiamo detto che si può fare anche l’amore a scuola, no? Ecco, quindi c’è uno spaccato del mondo della vita. Però questi benedetti genitori bisogna lasciarli alle spalle, insomma, a un certo punto. Perché poi i figli non parlano più con i genitori, i genitori per venire incontro ai figli li corrompono proteggendoli contro i professori. Se questo poi succede alle elementari, dove i genitori parlano male della maestra, lì allora crea addirittura un danno psichiatrico. Perché siccome c’è un’affettività non ancora controllata dalla ragione il bambino non sa più se dirigere la sua effettività al mondo genitoriale o il mondo della maestra, di cui magari s’è anche innamorato. E allora cosa fa? O non si fida più di nessuno oppure la sua affettività è scissa, ma quando è scissa l’affettività non è una bella cosa: è uno dei sintomi della schizofrenia. Adesso, non dico che si diventa schizofrenici perché i genitori parlano male della maestra, però mettono a rischio l’affettività dei figli. Punto e a capo».

È difficile riformare soltanto la scuola, senza riformare la testa delle persone. «No, si può riformare la scuola italiana. Naturalmente bisogna vedere se alla società italiana interessa una scuola riformata: è questo il problema! Per riformarla bisogna spostare l’attenzione da scuola come posto di occupazione e stipendio dei professori a scuola come formazione degli studenti. Bisogna cambiare la mentalità. Finora ci siamo occupati solo di posti di lavoro. Allora, tu devi fare una selezione di professori preparati. E preparati vuol dire anche giovani, perché la nostra società ha subìto una trasformazione tale che uno che ha 50 anni non capisce più i giovani che ne hanno 16/17 oggi. Non li capisce più, inutile far discorsi. Non è come una volta che la scuola ripeteva se stessa, le generazioni ripetevano se stesse. Erano uguali le generazioni di una volta, adesso son tutte diverse. Allora, anche i professori più giovani e soprattutto con quelle caratteristiche di test di personalità. Allora, devi far proprio questo lavoro qua e se non sei in grado… Poi si fanno classi di 15 persone, quindi raddoppi naturalmente anche il numero degli insegnanti, la smetti di accontentare tutti con gli insegnanti di sostegno perché non tutti i sostenuti hanno bisogno del sostegno. E qui ci vuole anche una limitazione di questa medicalizzazione dei bambini. Ma com’è possibile che oggi i bambini sono tutti dislessici, acalculici: ma chi l’ha detto? E questa è l’invasione da parte dell’industria farmaceutica o della psichiatria nella scuola. Fai degli errori di lettura, un po’ di esercizi e impari a leggere! Fai gli errori di calcolo, un po’ di calcoli in più: si faceva così all’epoca mia. Adesso, invece, no: sei bollato con una malattia. Così cominci far credere al bambino che lui è un po’ deficiente e quando vuoi ricomincia così: diventa reattivo. Perché quelli che hanno un complesso diventano cattivi, poi, perché lo devono compensare. E poi – soprattutto – cominci a creare in uno di questi ragazzi l’idea che hanno un sé debole e quindi hanno bisogno di un tutor. E nella vita avranno sempre bisogno di un tutor e se la cosa diventa universale, dopo, il tutor di tutti i tutor si chiama Mussolini! Ah, ma siamo a posto! Ecco, abbiamo bisogno di quelle figure lì? Eh no, caro mio. Questo perché? Perché ti hanno fatto credere che tu hai un sé debole, devi essere guidato, ci vuole qualcuno che ti guidi. Perché non ti hanno dato quel primo messaggio: “Fidati di te e del tuo intelletto”, come diceva Kant».

Secondo la Costituzione la scuola deve servire alla formazione dell’individuo. Le sembra che oggi la scuola sia fedele ai principi costituzionali? «No! Non va la formazione, non gliene frega niente. Quando succede che qualche giovane si suicida, si butta giù da scuola, così, e muore, alla televisione intervisti i professori e questi dicono: «Ah! Ma chi l’avrebbe mai detto, chi l’avrebbe mai pensato!». Per forza! Vanno in classe e non li guardano neanche in faccia ‘sti ragazzi! E ce li hanno lì davanti. Davanti per tutto il giorno, per tutto l’anno e non li conoscono, non hanno la più pallida idea di quel che succede. Oppure il contrario. Io avevo una nipotina che, quando frequentava la scuola media, il suo compagno di banco spacciava. Insomma, glielo diciamo alla maestra che risponde: «Lo sappiamo, ma non l’abbiamo mai preso sul fatto». Ho capito! Ragazzi… non basta! Cosa vuol dire? Che tu ti tuteli e lasci che il mondo vada alla rovina, punto. Si può riformare la scuola? Test di personalità, classi ridotte, raddoppio dello stipendio ai professori (mi spiace, ma bisogna investire su questa roba), tenere aperte le scuole fino a mezzanotte con introduzione di altre figure di arte, di cultura, di cui la scuola non può occuparsi e di luoghi di socializzazione. A questo punto diventa una bella cosa».

È plausibile pensare che una riforma simile parta dai nostri politici, oggi? «No! No, non può! Non possono, non gliene frega niente della scuola».

Quindi deve partire dal corpo insegnante, o dai genitori? «Non è che sono migliori dei politici, non è che sono migliori di loro. No! Appunto, quando dite “speranze” io non ne ho perché è così grande la degenerazione, così grande la degenerazione che è impressionante, insomma. Lo dicevo prima: se l’OCSE dice che siamo gli ultimi in classifica nella comprensione di un testo scritto, la prima domanda è: ma cosa fa la scuola? Cosa fa la scuola? Se i libri non si leggono, se i giornali non si leggono… non lo so».

Dica qualcosa ai genitori, in riferimento all’utilizzo delle nuove tecnologie da parte degli studenti. «Tempo fa io ho scritto un libro sulla tecnica “Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica” che hanno letto pochissimo perché è lungo 800 pagine e quindi si fa fatica a leggerlo, però ha previsto tutta questa grande trasformazione. E il motto che mi sono assunto – che è di Günther Anders – è il seguente: “Il problema di oggi non è cosa possiamo fare noi con la tecnica, ma che cosa la tecnica può fare di noi”. Perché la tecnica ci trasforma alla grande! Ci trasforma alla grande perché – innanzitutto – abitua la nostra intelligenza a diventare convergente e distruggere l’intelligenza divergente con cui è nata e fatta la storia. Convergente sono quelle intelligenze che risolvono i problemi a partire da come il problema è stato impostato. Nel caso del computer il programma: tu ti muovi all’interno del programma. Divergente è quell’intelligenza che risolve i problemi non all’interno di come è stato impostato il problema, ma risolve il problema capovolgendo i termini dell’impostazione. Non so, quando Copernico dice: «Proviamo a immaginare che non sia la terra, ma il sole il centro dell’universo» e capovolge l’impostazione. Ma tu non puoi capovolgere il programma, tu ti muovi sempre all’interno del programma. Quindi l’intelligenza divergente non ha spazi. Primo. Secondo: categoria dello spazio è il tempo che Kant aveva individuato come categorie antropologiche di base vengano stravolte. Il Tempo. Se tu ricevi un’e-mail e non rispondi, il giorno dopo, se non prima ti arriva una telefonata e dice: Ma io le ho mandato un’e-mail. Le risposte sono tutte risposte rapide, soprattutto coi telefonini. Quindi risposte sostanzialmente emozionali, mai riflesse perché la riflessione vuole tempo e il tempo non c’è più. Lo spazio – altra categoria -: io posso avere mille amici in Australia, in America ecc… e poi non ne ho neanche uno con cui uscire a bere una birra. E allora il corpo viene eliminato, diventiamo tutti come Platone ci prevedeva: “Anime pure nell’Iperuranio” perché tutta la fisicità… La stessa pornografia. Sdoganare la sessualità non è stata una bella cosa nel senso che oggi i ragazzi fanno l’amore già nelle medie inferiori dove non hai ancora un corrispondente psichico che registra quello che stai facendo. Tu fai dell’idraulica – sostanzialmente – dopodiché la sessualità perde significato per te, arrivi a un’attenuazione del desiderio e alla fine non desideri più. Se non desideri più, allora non ti vien più voglia di cambiare il mondo perché il desiderio è potenzialmente rivoluzionario, ma se te lo sei addormentato per nausea, per saturazione, sei fregato! In ciò concorrono anche i genitori. Ai genitori gli direi: primo, quando avete bambini piccoli non riempiteli di giochi di cui – tra l’altro – non gliene frega niente. Perché i giochi che gli date… non so se avete visto i bambini a Natale quando aprono i giochi con un nervosismo, devono strappare tutta la carta, vedere il gioco, esprimere un urlo, poi metterlo là: finito, morto. Già morto. Perché gli regalano dei giochi che i bambini, magari, non hanno neanche desiderato. E quando tu hai delle cose che non hai neanche desiderato non valgono niente perché è solo il desiderio che dà una carica di valore alle cose. Poi i bambini che non hanno tanti giochi si annoiano e la noia è fondamentale! Perché tu per uccidere la noia devi inventar qualcosa. Non so, quando eravamo piccoli noi – sarà stato per condizione di povertà – prendevamo tutte le lattine delle bottiglie, ci scrivevamo dentro il nome dei corridori, poi facevamo il “Tour de France” Quindi con quelle lattine ci divertivamo così. Ma lo avevamo inventato noi quel gioco lì. E tu ami quello che inventi, non quello che trovi! Quindi pochi giochi, pochissimi, quasi niente. Anche perché, quei giochi lì, dai – cari genitori – voi glieli date perché parlate poco, avete il senso di colpa, li riempite di giochi e così avete risolto. Non è risolto niente. Non avete risolto niente, cari genitori, proprio niente, niente, niente! Tenendo conto che il tempo passa e a 12 anni non contate più niente. Dopo conta solo l’esempio e non è che ne date proprio di meravigliosi di esempi. Quindi? Quindi lì è un mezzo disastro: della formazione dei vostri figli non ve ne importa granché, vi importa che passino gli anni, che siano promossi, di fondo. Poi, siccome non vi ascoltano più, quando io chiedevo a questi ragazzi che mi hanno scritto in quel libro… dicevo: «Ma perché queste cose non le dite ai vostri professori, ai vostri genitori?» La risposta, educata, ma pesantissima: «Perché sappiamo già la risposta». Quindi è inutile neanche più parlare con quelli lì. E quando i ragazzi non parlano più con gli adulti è un disastro e i cari genitori dopo si limitano a dire: «A che ora torni? Come vai a scuola?». E quegli altri gli raccontano quel che vogliono – no? -. Genitori che vogliono diventare amici dei figli. Amici dei figli? Se sei amico suo non hai più nessuna autorità. E anche i professori che vanno a mangiare la pizza con gli studenti: ma stiamo scherzando? Io, che ho insegnato 51 anni, sono mai uscito a pizza con gli studenti. Perché se sei Dio e mangi la pizza, non sei più Dio! Dio è famoso perché nessuno l’ha mai visto! Se tu sei lì a tavola con loro sei uno di loro! Basta! È finita, la tua autorità è morta! Come fai domani ad andare in classe dopo che la sera hai detto qualche cazzata sul tavolo con la pizza in bocca. Non puoi più!».

1 commento:

  1. Non si può aggiungere proprio nulla... È un post speciale, veramente esaustivo e profondo. Per me è un dono prezioso... Grazie.

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