"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 1 marzo 2026

Doveravatetutti. 67 Elena Basile: «Ricordo che Trump sta sostenendo la possibilità di uccidere un ladro, un migrante o chiunque non si fermi all’alt della polizia. L’obiettivo è la sirianizzazione dell’Iran».


“Le tre fasi occidentali per strangolare l’Iran”, testo di Elena Basile pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 22 di gennaio 2026: (…). Con riferimento all’Iran, la destra come i socialisti europei e Left sono corsi a sostegno della massiccia campagna di disinformazione che da sempre accompagna le rivoluzioni arancioni e i colpi di Stato Usa. Come John Mearsheimer e Jeffrey Sachs, due politologi statunitensi appartenenti a orientamenti politici differenti e a scuole di politica internazionale opposte, mettono in evidenza, a Teheran è in corso un’operazione di rovesciamento del governo teocratico da parte degli israelo-americani. Le fasi dell’operazione sono a tutti note. Si comincia con la strozzatura dell’economia di un Paese attraverso sanzioni illegali, si affama il popolo, si isola il Paese che viene demonizzato fino a incarnare il male. Credo che un governo illuminato laico e democratico non sarebbe riuscito a salvare l’economia se fosse stato sottoposto da decenni alla guerra economica occidentale. Quando l’inflazione al 50% monta e la caduta della moneta nazionale è vertiginosa, la gente protesta pacificamente in piazza, poveri e commercianti dei bazar a cui si uniscono studenti occidentalizzati e insofferenti verso i precetti teocratici, non condivisi dalla società laica, da una borghesia che sogna standard occidentali. La seconda fase ha allora inizio: le manifestazioni sono infiltrate dal Mossad e dalla Cia, che riforniscono di armi una élite addestrata militarmente per insurrezioni cruente, nella completa indifferenza del sangue versato di civili e poliziotti. Sono assalite municipalità, stazioni di polizia, bruciate moschee e cliniche. Milizie armate curde e irachene penetrano attraverso il confine occidentale dove hanno luogo gli scontri con maggiori vittime. L’operazione era preparata da tempo. La campagna di disinformazione trionfa aiutata dalle sole quattro agenzie di stampa e da aggregati mediatici la cui proprietà ormai è in osmosi con le lobby finanziarie. Le Ong finanziate dagli Stati Uniti, la National Endowement for Democracy, la diaspora che sostiene il figlio dell’ex dittatore Reza Palhavi, colui che governava con la Savak, terribile polizia segreta, e torturava in carcere gli oppositori politici, sono unite nel sostenere il cambiamento di regime e la propaganda occidentale. Si danno i numeri sui morti civili senza mai appurare fonti credibili. Il New York Times cita due fantomatici funzionari iraniani che avrebbero confermato 3000 morti e diviene subito punto di riferimento della stampa. Iran international, con sede a Londra e finanziato dagli stessi artefici del cambio di regime, viene citato come media credibile. La Bbc trasmette in farsi e crea il mondo di Barbie per la società benestante iraniana. Nella condanna della repressione del regime teocratico, Netanyahu e Trump fanno sfoggio del loro liberalismo politico e a essi si allinea la burocrazia non eletta europea, che applica nuove sanzioni al Paese ed evita di riconoscere la violazione del principio di non ingerenza negli affari interni di un altro Stato, di ammettere che in Occidente, di fronte a tali insurrezioni armate che uccidono 300 poliziotti, il potere reagirebbe legittimamente con violenza. Ricordo che Trump sta sostenendo la possibilità di uccidere un ladro, un migrante o chiunque non si fermi all’alt della polizia. La terza fase, per completare il regime change, è costituita dall’attacco militare. L’obiettivo è la sirianizzazione dell’Iran, lo smembramento del rivale di Israele e l’accaparramento delle sue risorse. Lo scià o un’altra marionetta, in elezioni pilotate, guideranno il processo politico. Secondo Mearsheimer l’operazione è fallita. Le rivolte stanno scemando. Senza Internet non ci sono direzioni estere. Milioni di musulmani sono scesi a supporto del regime. L’attacco militare sembrerebbe rinviato. Ma la morsa che stringe il Paese e affama un popolo non si allenterà. La solidarietà verso gli iraniani dovrebbe implicare diplomazia e commercio, stop alle sanzioni e alla minaccia militare.

E ci risiamo. Non che non ce lo aspettassimo.  Erano esattamente le 8:10 di ieri mattina quando l'allarme del Comando del Fronte Interno ci ha svegliati di colpo: annuncio in rosso, luci a intermittenza. "Rimanete dove siete. Non mettetevi in viaggio. Tenetevi vicini a un luogo sicuro". Se lo aspettavano in molti, qui. E non c'è dubbio che, in queste ore, anche molti civili iraniani si siano preoccupati non meno di noi. Chissà cosa sta succedendo lì. Le immagini arrivano con il contagocce. Come il 90% degli israeliani, abbiamo acceso la tv per capire. L'opinione pubblica appare oggi divisa tra paura e speranza che l'incubo iraniano si chiuda finalmente e rapidamente. Chi continua a credere in Netanyahu, difficilmente cambierà posizione, qualunque sia l'esito. Chi si oppone, per il momento preferisce restare in silenzio. Come spesso accade all'inizio delle guerre, prevale il sostegno ai combattenti: "Quando parlano i cannoni, le muse tacciono". Il resto si vedrà più avanti. Per fortuna sono da mio figlio Eyal. Qui c'è il mamad ("bunker")! Anche l'altra volta ero qui, durante la precedente guerra con l'Iran, Ma adesso Avraham, mio marito, non c'è più. Allora era già malato.Ora comeallora sento gli aerei in partenza che passano sopra la nostra testa. Fanno un rumore assordante. Poi ci chiudiamo tutti nel mamad e comincia una strana vita "normale", mentre gli allarmi continuano a suonare. Alcuni vicini, altri lontani. continuano a suonare. Io siedo sull'unica sedia. Le gemelle - che due giorni fa hanno compiuto 18 anni e volevano organizzare una festa con gli amici (ma ora se lo dimenticano) - sono sdraiate sui materassi per terra. Mio figlio Eyal e il 14enne Amit giocano a scacchi. La madre, Naama, scrive alle amiche. Nel mamad abbiamo acqua, biscotti, cioccolata, datteri. Le ore passano lente. Questa volta temo che dovremo restarci a lungo. Gli allarmi si susseguono senza tregua. Uno dietro l'altro. Ogni tanto un boato. Non si capisce da cosa sia provocato. Missile intercettato? Oppure è andato a segno? Dove? Finalmente, a mezzogiorno, annunciano che si può uscire. Facciamo appena in tempo a mangiare e si torna dentro. E pensare che nei prossimi giorni dovrebbe essere Purim, la festa più allegra e gioiosa per i bambini, quella dei dolci di marzapane e dei travestimenti come a Carnevale, che ricorda come il popolo ebraico si salvò dall'ennesima strage. Questa volta nell'antica Persia, guarda caso. Dopo nove ore dentro e fuori dal mamad, la tv consiglia di prepararsi a dormire qui. Ma cosa faranno i genitori di bambini piccoli? I disabili? Le persone sole? I malati? Chi che non ha un mamad? Dopo poche ore rimbalza la notizia bomba: Khamenei, il grande nemico di Israele, sarebbe stato ucciso in un attacco di vasta portata. E per poco cessano anche gli allarmi. (“Siamo ancora nei bunker e molti sperano che così finirà la minaccia” di Manuela Dviri, scrittrice e giornalista israeliana).

I media israeliani hanno annunciato la morte dell'ayatollah Khamenei. Da Teheran arrivano smentite.  Potrebbe trattarsi di un tranello per farlo uscire dal bunker, essere individuato e ucciso? Per Israele la tempistica è perfetta: l'ayatollah Khamenei è l'incarnazione del male, assimilabile alla figura di Aman, il ministro malvagio alla corte del re Assuero nell'antica Persia. Nella Bibbia si legge come la regina Ester - sposa del sovrano - e suo cugino Mordechai sventarono il piano di Aman. La festività ebraica di Purim del 2 e 3 marzo commemora la salvezza del popolo ebraico dalla minaccia di sterminio nell'antica Persia. La coincidenza tra questa festività e l'aggressione all'Iran non è casuale. Se Khamenei fosse veramente morto, a decidere il prossimo leader supremo sarebbe l'Assemblea degli Esperti, ovvero 88 ayatollah eletti dal popolo che può scegliere tra una rosa di candidati selezionati dal Consiglio dei Guardiani. Così sta scritto nella Costituzione. I candidati sono molteplici. Tra questi, diversi esponenti del clero sciita tra cui l'ayatollah Gholam Hossein Mohseni Ejei, attualmente a capo della magistratura ed ex funzionario dell'intelligence, con contatti con gli ap-parati di sicurezza e la struttura di potere. La Costituzione vieta un passaggio ereditario, ma nell'impasse di una guerra non si esclude che il potere passi a un triumvirato, oppure direttamente ai pasdaran. Intanto, nel pomeriggio di ieri i pasdaran hanno giocato una delle carte più alte nel mazzo: la chiusura dello Stretto di Hormuz. È la risposta all'attacco che ha visto un dispiegamento di forze da parte del Pentagono che ricorda l'invasione dell’Iraq nel 2003. Di certo l'obiettivo di Trump non è invadere l'Iran, ben più grande dell'Iraq. Gli obiettivi sembrano essere il collasso del regime e il bombardamento a tappeto del paese, distruggendo le infrastrutture per poi frammentarlo in 8-9 Stati-nazione su base etnica. Così facendo, l’Iran smetterebbe di esistere e non rifornirebbe più Russia e Cina di armi ed energia. In Iran Mosca ha infatti delocalizzato una parte della sua industria bellica, in particolare la costruzione di missili e droni, mentre Pechino acquista l'80% del petrolio iraniano a un prezzo basso. L'attacco di ieri è stato sferrato mentre in Israele era shabbat: la maggior parte delle persone si trovava a casa e si è potuta mettere al sicuro rapidamente, nei rifugi. Per gli iraniani il sabato è invece il primo giorno della settimana e quindi equivale al nostro lunedì: i ragazzi erano a scuola, e infatti 85 bambine che frequentavano la scuola elementare femminile a Minab, nel sud dell'Iran, sono state vittime di un bombardamento israeliano, potremmo dire "sbranate dal leone che ha ruggito". Può sembrare una fiaba dei fratelli Grimm, ma è la triste realtà: l'operazione militare scatenata da Israele e Usa ieri mattina contro l'Iran si chiama "Il ruggito del leone", con riferimento al simbolo della bandiera iraniana al tempo della monarchia dei Pahlavi, simbolo ripreso anche dai Mojaheddin del Popolo. Nella tradizione ebraica, il leone simboleggia la potenza divina, il coraggio e il giudizio, ed è il simbolo della città di Gerusalemme. L'attacco era atteso, sebbene i negoziati tra Teheran e Washington fossero stati avviati il 6 febbraio in Oman e proseguiti a Ginevra. Come nel genocidio dei palestinesi a Gaza, anche questo attacco è una violazione del diritto internazionale e dimostra il fallimento della diplomazia. Come lo scorso giugno, il team di negoziatori iraniani aveva dato avvio a trattative ma, mentre i diplomatici cercavano di espletare le loro funzioni, Israele aveva e ha deciso di bombardare l'Iran. Detto questo, per Israele era importante che i negoziati tra Teheran e Washington non portassero a un accordo, altrimenti il regime di Teheran si sarebbe rafforzato. Gli obiettivi non sono i siti nucleari: questa guerra non è stata scatenata per fermare il programma atomico di Teheran, a cui la diplomazia stava lavorando, quanto piuttosto per spianare la strada al cambio di regime. Il game changer restano i militari. A loro, Reza Pahlavi ha chiesto di abbandonare i ranghi, e quindi di restare a casa. È però difficile che accolgano l'invito, tenuto conto che i monarchici promettono vendetta. (“L’obiettivo è dividere il Paese in Stati etnici. Ora tocca agli ayatollah” di Farian Sabahi Seyed, giornalista ed orientalista italiana).

N.d.r. Il secondo ed il terzo dei testi sopra riportati sono stai pubblicati su “il Fatto Quotidiano” di oggi, domenica primo di marzo 2026).

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