A chi leggerà
Molti di noi, anche se non tutti, condividono quanto segue:
1. Tutte le differenze politiche e religiose che oggi ci
rallentano, ci intrappolano e soffocano il progresso nel mondo dovranno essere
sanate in modo civile.
2. Tutte le altre forme di vita hanno lo stesso nostro diritto di
esistere; anzi, senza di loro, noi stessi periremmo.
3. La sovrappopolazione è una minaccia per tutti i Paesi; se non
verranno presi provvedimenti, essa sarà un flagello che non porterà altro che
rovina.
4. Gli ecosistemi sono complessi e vulnerabili; maltrattati,
sfigurati o sfruttati con avidità, scompaiono a nostro danno. Se usati con
saggezza, offrono tesori inesauribili; ma usati senza discernimento, generano
miseria, fame e morte per l'umanità e per innumerevoli altre forme di vita.
5. È stupido distruggere ambienti come le foreste pluviali,
soprattutto perché in queste immense reti di vita possono celarsi segreti di
valore incalcolabile per l'umanità.
6. Per noi, il mondo è ciò che il Giardino dell'Eden avrebbe
dovuto essere per Adamo ed Eva. Adamo ed Eva furono cacciati, mentre noi ci
stiamo cacciando da soli. La differenza è che Adamo ed Eva avevano un altro
luogo dove andare. Noi non ne abbiamo altri.
Ci auguriamo che quando leggerete queste parole avremo almeno in
parte frenato la nostra sconsiderata avidità e stupidità. Se non ci saremo riusciti, per lo meno alcuni
di noi ci avranno provato...
Ci auguriamo che ci saranno ancora per voi lucciole e vermi
luminosi nella notte a guidarvi, e farfalle tra le siepi e nei boschi a darvi
il benvenuto.
Ci auguriamo che le vostre albe siano accompagnate da
un'orchestra di canti di uccelli, e che il battito delle loro ali e
l'opalescenza dei loro colori vi tolgano il fiato.
Ci auguriamo che il pianeta ospiti ancora la straordinaria
varietà di creature che lo abitano insieme a voi, per incantarvi e arricchire
le vostre vite, come hanno fatto con le nostre.
Ci auguriamo che sarete grati di essere nati in un mondo così
magico. (Da “Vi auguro albe al canto degli
uccelli” di Gerald Durrell).
“Anche i koala nel loro piccolo si incazzano”, testo di Gerald
Durrell pubblicato sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica”
del primo di marzo 2026: Prima di andare in Australia avevo sempre
pensato che il più interessante fra i marsupiali fosse il koala. A rischio di
far arrabbiare tutti i miei amici australiani, devo confessare che i koala sono
tra le creature più ottuse che abbia mai avuto la sfortuna di incontrare. Sono
un po’ come le star del cinema: carini da vedere, ma sembrano del tutto privi
di personalità o intelligenza. Devo ammettere, però, che non abbiamo potuto
vedere i koala nelle migliori circostanze. Eravamo nello Stato del Victoria, in
una giornata gelida, con cieli grigi e raffiche di pioggia ghiacciata, quando
il Dipartimento per la fauna selvatica ci portò ad assistere alla cattura di
alcuni di questi animali. Una combinazione di incendi boschivi e cacciatori di
pellicce li aveva decimati, mettendoli in serio pericolo di estinzione. Oggi,
però, sotto una rigorosa tutela, il loro numero in certe zone è aumentato.
Quando la popolazione di un certo territorio supera una determinata soglia, i
koala rischiano di mangiare tutto il cibo disponibile e poi morire di fame:
perciò il Dipartimento della fauna selvatica interviene, cattura gli esemplari
in eccesso e li trasferisce in un altro habitat adatto, in una diversa parte
della regione. (…). I koala restano un attimo immobili, un po’ storditi, poi
caracollano verso l’albero più vicino. Visti da dietro, sembrano indossare un
tutone grigio sporco, con maglia e mutandoni. Si arrampicano sul primo tronco
con formidabile rapidità e destrezza, quindi si appollaiano tra i rami a
lamentarsi fra di loro per l’oltraggio della cattura, emettendo gemiti acuti,
come tanti bambini piagnucolosi. Se si pensa che questi graziosi piccoli
marsupiali un tempo venivano massacrati per le loro pellicce – fino a due
milioni uccisi in un solo anno –, è confortante sapere che oggi la loro
popolazione è in crescita e che i loro unici nemici sono gli incendi nel bush
e, a volte, qualche automobilista di corsa che li investe, la notte, mentre
attraversano la strada. L’ornitorinco è uno degli animali australiani più
interessanti che abbiamo incontrato. Anche prima di vederlo sapevo già quanto
fosse affascinante dal punto di vista biologico, ma mi ha davvero sorpreso la
sua incredibile personalità. È come se Paperino avesse preso vita. Da dietro il
becco gommoso spuntano due occhietti scintillanti, scherzosi. Gli ornitorinchi
camminano in modo irresistibile, e la loro pelliccia è così soffice e la pelle
tanto molle che, quando li si prende in mano, sembrano indossare un cappotto di
talpa di almeno diciassette taglie più grande. Una delle particolarità
dell’ornitorinco maschio è la presenza di uno sperone sulle zampe posteriori.
Un artiglio ricurvo collegato a una ghiandola velenifera che funziona un po’
come le zanne dei serpenti. Il veleno è molto potente: ho sentito raccontare di
un uomo che, dopo esser stato colpito da uno sperone sulla mano, ha perso l’uso
di tutto il lato sinistro del corpo. Per maneggiare un ornitorinco maschio è
bene, dunque, usare prudenza. Incontrammo questi animali nella bellissima
riserva faunistica di David Fleay, nel Queensland. Fleay è probabilmente una
delle massime autorità mondiali in fatto di marsupiali, ed è stato il primo a
far riprodurre l’ornitorinco in cattività. Un’impresa straordinaria, non solo
perché l’ornitorinco è un animale difficile da tenere, ma anche perché è
talmente ansioso che basta un rumore forte a turbarlo al punto di non mangiare
più, fino alla morte. Hanno un appetito insaziabile e consumano ogni giorno il
proprio peso in cibo. La loro dieta appetitosa è a base di vermi e yabbies: una
specie di gamberetti d’acqua dolce. Fornire abbastanza cibo a una coppia di
ornitorinchi per mantenerli sani è una fatica colossale. Il nostro soggiorno
nel Victoria coincise, per nostra fortuna, con il periodo dell’anno in cui gli
uccelli lira si esibiscono. Il Dipartimento della fauna selvatica ci fece
visitare Sherbrooke Forest, una piccola riserva naturale in cui questi uccelli
si sono talmente abituati alla presenza umana da compiere il loro straordinario
rituale di canto e danza a pochi centimetri di distanza dagli spettatori. Il
maschio si crea una piccola radura tra i cespugli, formando un monticello di
terra da cui esibirsi.
In genere ha parecchi di questi teatrini, e li visita
tutti. Pur essendo un uccello piuttosto dimesso, marrone, con una vaga
somiglianza col fagiano, la sua bellezza sta nella coda: due lunghe penne
bianche, finemente sagomate, si curvano con eleganza assumendo la forma di una
lira, e tra di esse si intrecciano piume sottili come capelli a simulare le
«corde». Questa bellissima coda luccicante si innalza e ricade leggermente
sopra il dorso mentre il maschio solleva il capo e intona il suo canto
fantastico. Non solo ha un suo repertorio, ma è anche un provetto imitatore,
capace di riprodurre i suoni più improbabili: così a una cascata di trilli
liquidi può seguire la risata roca del kookaburra o il rumore di una lattina
che rotola sui sassi. Anche con il freddo pungente, assistere all’esibizione
degli uccelli lira fu uno dei momenti più emozionanti del nostro viaggio in
Australia. Riuscire a addomesticare animali così schivi e timidi è un risultato
notevole. A un certo punto mi trovavo accovacciato vicino a uno di loro, con un
microfono a poche decine di centimetri dal becco per registrare il suo canto
fantastico, e lui si è voltato un poco verso di me, quasi fosse riconoscente
per la presenza ravvicinata del pubblico. Era meraviglioso vedere gruppi di
persone – sacerdoti, anziane signore, boy-scout, scolaresche – passeggiare tra
i sentieri della foresta, spostandosi da un palcoscenico all’altro, rapite dai
canti di questi uccelli favolosi. Sherbrooke Forest riesce, forse più di
qualsiasi altro luogo in Australia, a trasmettere al pubblico il valore della
conservazione faunistica. Per un abitante della città, poter raggiungere in
un’ora di auto un posto dove osservare e ascoltare una delle cerimonie più
straordinarie del mondo ornitologico è un privilegio raro e importante. Ma durante
il nostro viaggio nel Nuovo Galles del Sud, ci apparve chiaro e lampante che
non tutti gli australiani pensano che la loro fauna selvatica debba essere
preservata. Su una recinzione che delimitava una fattoria trovammo ventotto
aquile codacuneata morte, crocifisse ad ali spalancate sulla recinzione. Erano
tutti esemplari giovani. È vero che quest’aquila può rappresentare una
minaccia, in una certa misura, ma viene da chiedersi quanto a lungo anche una
specie così prolifica possa sopportare un tale sterminio. In netto contrasto
con questa scena, ci siamo poi recati in una zona del Mallee. Il mallee è una
curiosa boscaglia di eucalipti che cresce su un suolo piuttosto povero. Grandi
porzioni del territorio australiano sono coperte da questo tipo di macchia, a
lungo considerata inutile. Anche abbattendo gli alberi, il terreno non sembrava
adatto alla coltivazione. Ma è stato scoperto di recente che, con l’aggiunta di
alcuni prodotti chimici, il suolo del mallee può diventare adatto alla coltura
del grano. Di conseguenza, vaste zone finora ritenute improduttive vengono oggi
disboscate per fare posto a enormi campi di grano. La vegetazione del mallee,
così diversa dalle altre foreste di eucalipti australiane, ha dato origine a
peculiari adattamenti della vita animale, come quelli che si incontrano sulle
isole degli oceani in tutto il mondo. Uno degli abitanti più singolari è il
fagiano australiano: un uccello grazioso, simile a un tacchino, con livrea
screziata o autunnale. Ciò che colpisce davvero, di questa specie, è la
nidificazione: il maschio scava sotto gli alberi del mallee, nella terra
soffice, una gigantesca buca, che nelle prime fasi assomiglia al cratere di una
piccola bomba. Quindi la riempie di foglie secche e la ricopre accuratamente
con la terra. Le foglie che marciscono a poco a poco in questo cumulo di
compost forniscono il calore necessario per incubare le uova. Dopo
l’accoppiamento, la femmina si reca al nido costruito dal maschio, vi depone le
uova e lascia a lui il resto del lavoro. Il maschio le seppellisce con cura
nello strato di foglie marce e le sorveglia fino alla schiusa. Custodisce il
nido con grande diligenza. Controlla attentamente la temperatura, togliendo o
aggiungendo altre foglie in decomposizione per regolarla. Nella zona che visitammo,
vicino a una cittadina chiamata Griffith, ci imbattemmo in un meraviglioso
esempio di conservazione. Gli abitanti del posto conoscevano il fagiano
australiano e le sue straordinarie abitudini di nidificazione. Ogni tanto
andavano perfino a osservare il maschio che scavava la sua grande incubatrice.
A un certo punto si resero conto che con la scomparsa del mallee anche il
fagiano sarebbe scomparso. E anziché permettere che sparisse un uccello che
sapevano essere di grande interesse e importanza scientifica, si associarono e
acquistarono una porzione di boscaglia mallee da destinare a riserva
permanente. In molte parti del mondo ci si sveglia una mattina e si scopre che
una specie animale e il suo habitat sono andati perduti per sempre, soltanto perché
non ci si era resi conto per tempo dell’importanza di adottare misure di
conservazione. Perciò la cittadina di Griffith merita un riconoscimento
speciale per il suo buonsenso, che garantirà anche alle future generazioni
della zona il piacere di osservare questo strano uccello. Uno degli argomenti
più dibattuti nel campo della conservazione in Australia è il canguro. Per
l’agricoltore medio, rappresenta una minaccia mostruosa. In effetti, là dove
sono stati scavati pozzi per coltivare terre aride, i canguri si sono
insediati, trovando un approvvigionamento illimitato di acqua e cibo, tanto che
il loro numero è aumentato al punto da diventare un serio problema. Gli
agricoltori sostengono che un solo canguro mangi quanto cinque pecore. Non che
sia mai stato scientificamente dimostrato, ma fra di loro il concetto è così
radicato che provare a confutarlo equivarrebbe ad affermare che l’erba è rosa.
Nessuno, nemmeno il più fervente conservazionista, suggerirebbe di proteggere i
canguri a scapito degli agricoltori. Tuttavia, si potrebbe benissimo pensare di
far convivere canguri e pecore. Al momento, però, il massacro dei canguri
avviene su larga scala e con grande crudeltà, e capita spesso, in molte zone,
di imbattersi in esemplari orribilmente mutilati, feriti da arma da fuoco ma
non finiti.Il pericolo di consentire la caccia indiscriminata al canguro rosso
e a quello grigio è che l’agricoltore medio non ha tempo di essere anche un
naturalista, e quindi, dal suo punto di vista, tutto ciò che salta è un ’roo e va
abbattuto. Di conseguenza, molte specie più piccole, come i wallaby e i
pademelon, alcune delle quali estremamente rare, pagano il prezzo dei danni
provocati dai marsupiali più grandi e numerosi. La femmina di canguro è, a
quanto pare, una sorta di catena di montaggio Ford di cangurini. Come molte
altre specie di mammiferi, è capace di impianto ritardato: significa che può
trattenere gli spermatozoi mentre nell’utero si sta sviluppando un cucciolo e
mentre un altro, già semisviluppato, sta poppando nel marsupio. Dunque, in
qualsiasi momento una cangura adulta può essere madre di tre piccoli di età e
di padri diversi. Una femmina adulta può raggiungere circa un metro e mezzo
d’altezza, ma il cucciolo, alla nascita, è grande solo quanto l’ultima falange
del vostro dito mignolo. Ho sempre desiderato assistere alla nascita di un
canguro, ma credevo che sarebbe stato impossibile. Tuttavia, quando arrivammo
alla stazione di ricerca di Canberra, scoprii con gioia che avevano diverse
femmine gravide, prossime al parto, e che avrei avuto la fortuna di osservare e
filmare l’evento. Scegliemmo una creatura piuttosto tranquilla e matronale, che
si fregiava del nome di Caroline. L’ora del parto può essere stimata con una
certa precisione in base al comportamento della madre. Il primo segno è che si
dedica alle pulizie di primavera del marsupio, impiastrato da una sostanza nera
simile al cerume umano. Osservammo, affascinati, Caroline che con solennità
rivoltava il marsupio e lo puliva a fondo, come un’anziana signora che rovista
agitata nella borsa della spesa alla ricerca di un biglietto del treno
smarrito. Dopo avere rassettato il marsupio a dovere, parve risentire di un
certo disagio – cosa che, considerando le dimensioni del piccolo che stava per
partorire, mi sembrò piuttosto strana. Dopo due o tre ore di attesa, il
cucciolo nacque rapidamente e con grande facilità. A quel punto iniziò la parte
davvero straordinaria dell’intera esperienza. L’embrione è talmente minuscolo
che quasi non si riesce a vederlo; è sordo e cieco, e le sue zampe posteriori
non sono ancora in grado di muoversi. Eppure, con qualche mezzo straordinario –
il senso dell’olfatto, presumibilmente – riesce a risalire il folto mantello
del ventre della madre fino al bordo del marsupio. Scompare all’interno e deve
poi cercare il capezzolo a cui attaccarsi. È un po’ come se foste ciechi, sordi
e con le gambe paralizzate, e doveste scalare l’Everest, e poi, una volta in
cima, cercare a tentoni, in uno spazio grande come una cattedrale, un
pacchettino di tramezzini necessario per sopravvivere. Ho assistito a un buon
numero di nascite di animali, ma niente mi ha colpito quanto la tenacia di quel
minuscolo grumo di vita color carminio che si faceva strada con determinazione
in quella immensa foresta di pelliccia. Mentre lo guardavo compiere quella
risalita estenuante, pensai che, di fronte a quello spettacolo, anche
l’agricoltore australiano più ostile ai canguri si sarebbe ammorbidito almeno
un po’. Per quanto mi riguarda, è stata una delle esperienze più toccanti e
affascinanti a cui abbia assistito.
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