"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 10 marzo 2026

MadreTerra. 68 Gerald Durrell: «Vi auguro albe al canto degli uccelli».


A chi leggerà

Molti di noi, anche se non tutti, condividono quanto segue:

1. Tutte le differenze politiche e religiose che oggi ci rallentano, ci intrappolano e soffocano il progresso nel mondo dovranno essere sanate in modo civile.

2. Tutte le altre forme di vita hanno lo stesso nostro diritto di esistere; anzi, senza di loro, noi stessi periremmo.

3. La sovrappopolazione è una minaccia per tutti i Paesi; se non verranno presi provvedimenti, essa sarà un flagello che non porterà altro che rovina.

4. Gli ecosistemi sono complessi e vulnerabili; maltrattati, sfigurati o sfruttati con avidità, scompaiono a nostro danno. Se usati con saggezza, offrono tesori inesauribili; ma usati senza discernimento, generano miseria, fame e morte per l'umanità e per innumerevoli altre forme di vita.

5. È stupido distruggere ambienti come le foreste pluviali, soprattutto perché in queste immense reti di vita possono celarsi segreti di valore incalcolabile per l'umanità.

6. Per noi, il mondo è ciò che il Giardino dell'Eden avrebbe dovuto essere per Adamo ed Eva. Adamo ed Eva furono cacciati, mentre noi ci stiamo cacciando da soli. La differenza è che Adamo ed Eva avevano un altro luogo dove andare. Noi non ne abbiamo altri.

Ci auguriamo che quando leggerete queste parole avremo almeno in parte frenato la nostra sconsiderata avidità e stupidità.  Se non ci saremo riusciti, per lo meno alcuni di noi ci avranno provato...

Ci auguriamo che ci saranno ancora per voi lucciole e vermi luminosi nella notte a guidarvi, e farfalle tra le siepi e nei boschi a darvi il benvenuto.

Ci auguriamo che le vostre albe siano accompagnate da un'orchestra di canti di uccelli, e che il battito delle loro ali e l'opalescenza dei loro colori vi tolgano il fiato.

Ci auguriamo che il pianeta ospiti ancora la straordinaria varietà di creature che lo abitano insieme a voi, per incantarvi e arricchire le vostre vite, come hanno fatto con le nostre.

Ci auguriamo che sarete grati di essere nati in un mondo così magico. (Da Vi auguro albe al canto degli uccelli” di Gerald Durrell).

“Anche i koala nel loro piccolo si incazzano”, testo di Gerald Durrell pubblicato sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del primo di marzo 2026: Prima di andare in Australia avevo sempre pensato che il più interessante fra i marsupiali fosse il koala. A rischio di far arrabbiare tutti i miei amici australiani, devo confessare che i koala sono tra le creature più ottuse che abbia mai avuto la sfortuna di incontrare. Sono un po’ come le star del cinema: carini da vedere, ma sembrano del tutto privi di personalità o intelligenza. Devo ammettere, però, che non abbiamo potuto vedere i koala nelle migliori circostanze. Eravamo nello Stato del Victoria, in una giornata gelida, con cieli grigi e raffiche di pioggia ghiacciata, quando il Dipartimento per la fauna selvatica ci portò ad assistere alla cattura di alcuni di questi animali. Una combinazione di incendi boschivi e cacciatori di pellicce li aveva decimati, mettendoli in serio pericolo di estinzione. Oggi, però, sotto una rigorosa tutela, il loro numero in certe zone è aumentato. Quando la popolazione di un certo territorio supera una determinata soglia, i koala rischiano di mangiare tutto il cibo disponibile e poi morire di fame: perciò il Dipartimento della fauna selvatica interviene, cattura gli esemplari in eccesso e li trasferisce in un altro habitat adatto, in una diversa parte della regione. (…). I koala restano un attimo immobili, un po’ storditi, poi caracollano verso l’albero più vicino. Visti da dietro, sembrano indossare un tutone grigio sporco, con maglia e mutandoni. Si arrampicano sul primo tronco con formidabile rapidità e destrezza, quindi si appollaiano tra i rami a lamentarsi fra di loro per l’oltraggio della cattura, emettendo gemiti acuti, come tanti bambini piagnucolosi. Se si pensa che questi graziosi piccoli marsupiali un tempo venivano massacrati per le loro pellicce – fino a due milioni uccisi in un solo anno –, è confortante sapere che oggi la loro popolazione è in crescita e che i loro unici nemici sono gli incendi nel bush e, a volte, qualche automobilista di corsa che li investe, la notte, mentre attraversano la strada. L’ornitorinco è uno degli animali australiani più interessanti che abbiamo incontrato. Anche prima di vederlo sapevo già quanto fosse affascinante dal punto di vista biologico, ma mi ha davvero sorpreso la sua incredibile personalità. È come se Paperino avesse preso vita. Da dietro il becco gommoso spuntano due occhietti scintillanti, scherzosi. Gli ornitorinchi camminano in modo irresistibile, e la loro pelliccia è così soffice e la pelle tanto molle che, quando li si prende in mano, sembrano indossare un cappotto di talpa di almeno diciassette taglie più grande. Una delle particolarità dell’ornitorinco maschio è la presenza di uno sperone sulle zampe posteriori. Un artiglio ricurvo collegato a una ghiandola velenifera che funziona un po’ come le zanne dei serpenti. Il veleno è molto potente: ho sentito raccontare di un uomo che, dopo esser stato colpito da uno sperone sulla mano, ha perso l’uso di tutto il lato sinistro del corpo. Per maneggiare un ornitorinco maschio è bene, dunque, usare prudenza. Incontrammo questi animali nella bellissima riserva faunistica di David Fleay, nel Queensland. Fleay è probabilmente una delle massime autorità mondiali in fatto di marsupiali, ed è stato il primo a far riprodurre l’ornitorinco in cattività. Un’impresa straordinaria, non solo perché l’ornitorinco è un animale difficile da tenere, ma anche perché è talmente ansioso che basta un rumore forte a turbarlo al punto di non mangiare più, fino alla morte. Hanno un appetito insaziabile e consumano ogni giorno il proprio peso in cibo. La loro dieta appetitosa è a base di vermi e yabbies: una specie di gamberetti d’acqua dolce. Fornire abbastanza cibo a una coppia di ornitorinchi per mantenerli sani è una fatica colossale. Il nostro soggiorno nel Victoria coincise, per nostra fortuna, con il periodo dell’anno in cui gli uccelli lira si esibiscono. Il Dipartimento della fauna selvatica ci fece visitare Sherbrooke Forest, una piccola riserva naturale in cui questi uccelli si sono talmente abituati alla presenza umana da compiere il loro straordinario rituale di canto e danza a pochi centimetri di distanza dagli spettatori. Il maschio si crea una piccola radura tra i cespugli, formando un monticello di terra da cui esibirsi.

In genere ha parecchi di questi teatrini, e li visita tutti. Pur essendo un uccello piuttosto dimesso, marrone, con una vaga somiglianza col fagiano, la sua bellezza sta nella coda: due lunghe penne bianche, finemente sagomate, si curvano con eleganza assumendo la forma di una lira, e tra di esse si intrecciano piume sottili come capelli a simulare le «corde». Questa bellissima coda luccicante si innalza e ricade leggermente sopra il dorso mentre il maschio solleva il capo e intona il suo canto fantastico. Non solo ha un suo repertorio, ma è anche un provetto imitatore, capace di riprodurre i suoni più improbabili: così a una cascata di trilli liquidi può seguire la risata roca del kookaburra o il rumore di una lattina che rotola sui sassi. Anche con il freddo pungente, assistere all’esibizione degli uccelli lira fu uno dei momenti più emozionanti del nostro viaggio in Australia. Riuscire a addomesticare animali così schivi e timidi è un risultato notevole. A un certo punto mi trovavo accovacciato vicino a uno di loro, con un microfono a poche decine di centimetri dal becco per registrare il suo canto fantastico, e lui si è voltato un poco verso di me, quasi fosse riconoscente per la presenza ravvicinata del pubblico. Era meraviglioso vedere gruppi di persone – sacerdoti, anziane signore, boy-scout, scolaresche – passeggiare tra i sentieri della foresta, spostandosi da un palcoscenico all’altro, rapite dai canti di questi uccelli favolosi. Sherbrooke Forest riesce, forse più di qualsiasi altro luogo in Australia, a trasmettere al pubblico il valore della conservazione faunistica. Per un abitante della città, poter raggiungere in un’ora di auto un posto dove osservare e ascoltare una delle cerimonie più straordinarie del mondo ornitologico è un privilegio raro e importante. Ma durante il nostro viaggio nel Nuovo Galles del Sud, ci apparve chiaro e lampante che non tutti gli australiani pensano che la loro fauna selvatica debba essere preservata. Su una recinzione che delimitava una fattoria trovammo ventotto aquile codacuneata morte, crocifisse ad ali spalancate sulla recinzione. Erano tutti esemplari giovani. È vero che quest’aquila può rappresentare una minaccia, in una certa misura, ma viene da chiedersi quanto a lungo anche una specie così prolifica possa sopportare un tale sterminio. In netto contrasto con questa scena, ci siamo poi recati in una zona del Mallee. Il mallee è una curiosa boscaglia di eucalipti che cresce su un suolo piuttosto povero. Grandi porzioni del territorio australiano sono coperte da questo tipo di macchia, a lungo considerata inutile. Anche abbattendo gli alberi, il terreno non sembrava adatto alla coltivazione. Ma è stato scoperto di recente che, con l’aggiunta di alcuni prodotti chimici, il suolo del mallee può diventare adatto alla coltura del grano. Di conseguenza, vaste zone finora ritenute improduttive vengono oggi disboscate per fare posto a enormi campi di grano. La vegetazione del mallee, così diversa dalle altre foreste di eucalipti australiane, ha dato origine a peculiari adattamenti della vita animale, come quelli che si incontrano sulle isole degli oceani in tutto il mondo. Uno degli abitanti più singolari è il fagiano australiano: un uccello grazioso, simile a un tacchino, con livrea screziata o autunnale. Ciò che colpisce davvero, di questa specie, è la nidificazione: il maschio scava sotto gli alberi del mallee, nella terra soffice, una gigantesca buca, che nelle prime fasi assomiglia al cratere di una piccola bomba. Quindi la riempie di foglie secche e la ricopre accuratamente con la terra. Le foglie che marciscono a poco a poco in questo cumulo di compost forniscono il calore necessario per incubare le uova. Dopo l’accoppiamento, la femmina si reca al nido costruito dal maschio, vi depone le uova e lascia a lui il resto del lavoro. Il maschio le seppellisce con cura nello strato di foglie marce e le sorveglia fino alla schiusa. Custodisce il nido con grande diligenza. Controlla attentamente la temperatura, togliendo o aggiungendo altre foglie in decomposizione per regolarla. Nella zona che visitammo, vicino a una cittadina chiamata Griffith, ci imbattemmo in un meraviglioso esempio di conservazione. Gli abitanti del posto conoscevano il fagiano australiano e le sue straordinarie abitudini di nidificazione. Ogni tanto andavano perfino a osservare il maschio che scavava la sua grande incubatrice. A un certo punto si resero conto che con la scomparsa del mallee anche il fagiano sarebbe scomparso. E anziché permettere che sparisse un uccello che sapevano essere di grande interesse e importanza scientifica, si associarono e acquistarono una porzione di boscaglia mallee da destinare a riserva permanente. In molte parti del mondo ci si sveglia una mattina e si scopre che una specie animale e il suo habitat sono andati perduti per sempre, soltanto perché non ci si era resi conto per tempo dell’importanza di adottare misure di conservazione. Perciò la cittadina di Griffith merita un riconoscimento speciale per il suo buonsenso, che garantirà anche alle future generazioni della zona il piacere di osservare questo strano uccello. Uno degli argomenti più dibattuti nel campo della conservazione in Australia è il canguro. Per l’agricoltore medio, rappresenta una minaccia mostruosa. In effetti, là dove sono stati scavati pozzi per coltivare terre aride, i canguri si sono insediati, trovando un approvvigionamento illimitato di acqua e cibo, tanto che il loro numero è aumentato al punto da diventare un serio problema. Gli agricoltori sostengono che un solo canguro mangi quanto cinque pecore. Non che sia mai stato scientificamente dimostrato, ma fra di loro il concetto è così radicato che provare a confutarlo equivarrebbe ad affermare che l’erba è rosa. Nessuno, nemmeno il più fervente conservazionista, suggerirebbe di proteggere i canguri a scapito degli agricoltori. Tuttavia, si potrebbe benissimo pensare di far convivere canguri e pecore. Al momento, però, il massacro dei canguri avviene su larga scala e con grande crudeltà, e capita spesso, in molte zone, di imbattersi in esemplari orribilmente mutilati, feriti da arma da fuoco ma non finiti.Il pericolo di consentire la caccia indiscriminata al canguro rosso e a quello grigio è che l’agricoltore medio non ha tempo di essere anche un naturalista, e quindi, dal suo punto di vista, tutto ciò che salta è un ’roo e va abbattuto. Di conseguenza, molte specie più piccole, come i wallaby e i pademelon, alcune delle quali estremamente rare, pagano il prezzo dei danni provocati dai marsupiali più grandi e numerosi. La femmina di canguro è, a quanto pare, una sorta di catena di montaggio Ford di cangurini. Come molte altre specie di mammiferi, è capace di impianto ritardato: significa che può trattenere gli spermatozoi mentre nell’utero si sta sviluppando un cucciolo e mentre un altro, già semisviluppato, sta poppando nel marsupio. Dunque, in qualsiasi momento una cangura adulta può essere madre di tre piccoli di età e di padri diversi. Una femmina adulta può raggiungere circa un metro e mezzo d’altezza, ma il cucciolo, alla nascita, è grande solo quanto l’ultima falange del vostro dito mignolo. Ho sempre desiderato assistere alla nascita di un canguro, ma credevo che sarebbe stato impossibile. Tuttavia, quando arrivammo alla stazione di ricerca di Canberra, scoprii con gioia che avevano diverse femmine gravide, prossime al parto, e che avrei avuto la fortuna di osservare e filmare l’evento. Scegliemmo una creatura piuttosto tranquilla e matronale, che si fregiava del nome di Caroline. L’ora del parto può essere stimata con una certa precisione in base al comportamento della madre. Il primo segno è che si dedica alle pulizie di primavera del marsupio, impiastrato da una sostanza nera simile al cerume umano. Osservammo, affascinati, Caroline che con solennità rivoltava il marsupio e lo puliva a fondo, come un’anziana signora che rovista agitata nella borsa della spesa alla ricerca di un biglietto del treno smarrito. Dopo avere rassettato il marsupio a dovere, parve risentire di un certo disagio – cosa che, considerando le dimensioni del piccolo che stava per partorire, mi sembrò piuttosto strana. Dopo due o tre ore di attesa, il cucciolo nacque rapidamente e con grande facilità. A quel punto iniziò la parte davvero straordinaria dell’intera esperienza. L’embrione è talmente minuscolo che quasi non si riesce a vederlo; è sordo e cieco, e le sue zampe posteriori non sono ancora in grado di muoversi. Eppure, con qualche mezzo straordinario – il senso dell’olfatto, presumibilmente – riesce a risalire il folto mantello del ventre della madre fino al bordo del marsupio. Scompare all’interno e deve poi cercare il capezzolo a cui attaccarsi. È un po’ come se foste ciechi, sordi e con le gambe paralizzate, e doveste scalare l’Everest, e poi, una volta in cima, cercare a tentoni, in uno spazio grande come una cattedrale, un pacchettino di tramezzini necessario per sopravvivere. Ho assistito a un buon numero di nascite di animali, ma niente mi ha colpito quanto la tenacia di quel minuscolo grumo di vita color carminio che si faceva strada con determinazione in quella immensa foresta di pelliccia. Mentre lo guardavo compiere quella risalita estenuante, pensai che, di fronte a quello spettacolo, anche l’agricoltore australiano più ostile ai canguri si sarebbe ammorbidito almeno un po’. Per quanto mi riguarda, è stata una delle esperienze più toccanti e affascinanti a cui abbia assistito.

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