"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 27 settembre 2021

Notiziedalbelpaese. 29 «L’ossessione omicida del maschio abbandonato non è una tara individuale».

 

Una “storia” nerissima – “Solo donne nel mirino” – raccontata da Carlo Lucarelli e pubblicata sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 24 di settembre 2021: A Marc è sempre andato tutto male. Sempre. Tutto. Voleva iscriversi all’Ècole Polytechnique di Montreal, la sua città, ma non l’hanno preso. Voleva entrare nell’esercito canadese, magari nelle forze speciali, come suo zio, ma non l’hanno preso neanche lì. Lavorava come cameriere nella caffetteria dell’ospedale, ma proprio non ci sapeva fare con i clienti, così dopo un po’ l’hanno tolto dal servizio ai tavoli e l’hanno infilato in cucina, e stare lì a lui non piace. Marc è arrabbiato, si lascia andare sempre più spesso a discorsi pieni di astio e la gente lo evita, così si ritrova sempre solo. Ha venticinque anni e non ha nessuno, una fidanzata, un amico. Prima stava con la madre, che anche lei si faceva molto gli affari suoi, poi con la sorella, poi lascia anche lei e va a vivere da solo. O meglio: isolato. Niente, non gli va bene niente, non gli è mai andato bene niente. Potrebbe pensarci su, prendere coscienza dei suoi problemi, superare i suoi limiti e crescere. Magari fare i conti con la figura di suo padre, un uomo durissimo, che ha sempre considerato la moglie e i figli come oggetti da possedere e comandare con la forza e che ha sicuramente segnato la sua infanzia. Ma non ce n’è bisogno, perché Marc lo sa di chi è la colpa di tutte quelle cose che gli vanno male, il lavoro, lo studio, le relazioni, tutto. Lo sa con certezza assoluta e non ha bisogno di nient’altro. Le ragazze. O meglio, le femministe. Insomma, le donne. Così, un giorno di dicembre del 1989, Marc Lépine va in un negozio della Checkmate Sports e si compra un fucile semiautomatico Ruger, di quelli col calcio di metallo e il caricatore a mezzaluna. Sa usarlo bene, come gli ha insegnato lo zio delle forze speciali. Si è anche comprato un sacco di proiettili. In tasca ha una lettera delirante, scritta troppo in fretta, dice, in cui ce l’ha con la vita, col governo e con le femministe. E coi giornali, che di certo lo definiranno “il killer pazzo”. Armato così, il 6 dicembre, va all’École Polytechnique e si infila nella prima aula che trova, la 230. Fa uscire professori e alunni maschi, mette le studentesse contro il muro e comincia a sparare. Ne ammazza nove, poi esce e gira per l’Università, sparando a tutte le donne che incontra. C’è un bellissimo film di Denis Villeneuve che lo racconta, Polytechnique, così nitido e agghiacciante nella sua banale ferocia, che fa paura. Prima di fermarsi e spararsi un colpo in testa con il suo Ruger semiautomatico, Marc uccide quattordici persone e ne ferisce altrettante. Alcune delle sue vittime torna indietro a finirle con un coltello da caccia. Sono tutte donne. Su quel che avviene nel bel paese tra maschi assassini e donne vittime inermi. Ne ha scritto in “Perché uccidono le donne” Michele Serra sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 24 di settembre 2021: Credo (…), sia pure da incompetente, che l’aspetto psichiatrico della violenza sulle donne sia macroscopico. (…). Ma c’è anche, alla base di questo mare di violenza, una gigantesca questione politica e culturale. L’ossessione omicida del maschio abbandonato non è, purtroppo, una tara individuale. È una specie di tara sociale: perché l’idea che la femmina appartenga al maschio è largamente condivisa, in forma esplicita e spesso perfino “legale”, in molte parti del mondo, specie del mondo islamico; ma ancora abita nel profondo anche Paesi che consideriamo emancipati, come il nostro. La libertà delle donne semina panico negli ambienti meno sospettabili. Non è solo la tribù del deserto, è anche il nostro patriarcato ampiamente riformato, apparentemente disarmato, che ancora coltiva l’idea che “tu sei mia” significhi ciò che letteralmente dice; e che, di conseguenza, “io sono mia” sia il più pericoloso sconquasso che possa immaginarsi. Di qui il terrore dal quale origina, io credo, grande parte della violenza dei maschi sulle femmine: è il terrore che una donna possa vivere in quanto se stessa, non in quanto “mia”. Il rifiuto dell’abbandono è anche il rifiuto (politico) di accettare la libertà di chi se ne va per la sua strada, spesso dopo mesi o anni di sopraffazione e umiliazione. Non possiamo mandare in psicoterapia tre o quattro millenni di patriarcato (anche se gli farebbe bene, al patriarcato…). Possiamo, però, cercare di fare politica e di fare cultura con ostinazione, con quell’energia capillare che solo la politica riesce ad avere, quando è politica per davvero. “Io sono mia” vale, quanto a potenza ed eloquenza del messaggio, quanto “proletari di tutti i Paesi unitevi”, e forse qualcosa di più, perché il patriarcato precede, e di molto, il capitalismo. E dunque, (…): psicoterapia più politica più (quando serve) dura repressione.

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