"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 19 settembre 2021

Virusememorie. 77 «L'esitazione è questione di emozioni e la scienza spesso sopravvaluta il ruolo del logos e sottovaluta quello del mythos».

 

A lato. Manifestazione Novax in Polonia.

Tratto da “Ai No Vax serve un'iniezione di fiducia”, intervista di Riccardo Staglianò all’antropologa Heidi Larson pubblicata sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 10 di settembre 2021:

C'è una frase di Teddy Roosevelt, presidente degli Stati Uniti e premio Nobel per la pace, che Heidi Larson cita spesso: "Alle persone non importa quel che sai, a meno che sappiano che ti importa di loro". Le piace perché contiene molta della filosofia che l'ha spinta, undici anni fa, a fondare il Vaccine Confidence Project, il centro di ricerca che dirige alla London School of Hygiene &Tropical Medicine. Ovvero: servono i dati, ma anche le emozioni per convincere la gente a fare qualcosa di innaturale come bucarsi un braccio per evitare una malattia che ancora non ha. Ciò di cui quest'antropologa e una dozzina di ricercatori dalla estrazione più diversa si occupano è di intercettare, nel loro stato nascente, focolai di sfiducia verso le immunizzazioni. Monitorando social media, articoli sui giornali, allerte di sanitari locali. E provare, se non a spegnerli, almeno a gestirli. Immersi come siamo in questa guerra (termine che disapprova) tra No Vax e paladini del Green Pass, le sue competenze non sono mai state così preziose. (…).

Guardavamo ai No Vax come a un gruppo monolitico, di destra, ideologizzato. Invece ci sono molte più sfumature. Una mia amica non si è ancora vaccinata perché "si senton dire così tante cose". Come si contrastano queste paure? «(…). Nel caso specifico avrei chiesto "quali cose?". Sul versante della sicurezza parliamo di vaccini iniettati a oltre un miliardo di persone con una percentuale microscopica di effetti collaterali gravi. Ma se anche fosse un caso solo, è uno di troppo se riguarda tuo figlio. Bisogna ascoltare e prendere sul serio le paure. Più difficile è con gli ideologizzati, quelli che pensano che i governi vogliono controllarci. Anche con loro però si possono trovare terreni comuni, diversi dal Covid, dal tifo calcistico al cibo. Una volta aperta la breccia si possono suggerire prospettive diverse anche riguardo al Covid. Perché non sono i vaccini a salvare le vite, ma le vaccinazioni».

Il governo italiano ha reso obbligatorio il Green Pass per gli insegnanti. A me sembra totalmente sensato, ad altri no. Lei che ne pensa? «In generale penso che se il certificato vaccinale, invece che digitale, fosse stato cartaceo, sarebbe stato accettato meglio. Nella psiche dei sospettosi il fatto di finire in un grande database suona più minaccioso. Un nostro studio in pre-print su 17 mila britannici dimostra che, tra giovani e neri, l'obbligo di passaporto vaccinale riduce la voglia di vaccinarsi. Sarebbe meglio deciderlo spontaneamente, ma così si immunizzerebbe solo la metà della popolazione, che non basta. Quindi, nel caso di insegnanti e personale sanitario sono d'accordo con l'obbligo, per proteggere anche le persone, spesso fragili, con cui interagiscono».

Avete anche studiato quali termini inducono una reazione positiva o negativa verso la vaccinazione... «Sì, col World Economic Forum abbiamo chiesto a NetBase Quid, che fa analisi dei dati, di misurare il sentiment riguardo le vaccinazioni. A ben disporre è 'protezione', molto più di 'prevenzione', mentre a maldisporre è 'obbligo morale'. Ancora: messaggi semplici di infermieri, medici e gente normale suscitano risposte più positive che a quelli di politici o di celebrità».

Lei è molto critica sull'uso di ogni espressione oppositiva e mentre le faccio la domanda visualizzo almeno un virologo celebre per aver umiliato in pubblico gli scettici... «L'unico effetto di chiamarli ignoranti è di radicalizzarli, aumentandone la ribellione nei confronti dell'élite di cui temono le scelte. Sono anche contro "immunità di gregge" che evoca le pecore, dando un magnifico argomento ai contrari, da sostituire con 'immunità di comunità'. Sembrano dettagli ma è da lì che parte il dialogo».

Dialogo spezzato che, ben prima del Covid, aveva già provocato guasti anche politici. «Ciò che molti antivaccinisti provano è un senso di sfiducia e di mancanza di dignità. Gli stessi sentimenti che hanno portato Trump e Bolsonaro al potere, causato la Brexit e così via. Re-intrecciare quei fili è un processo lungo, ma potrebbe partire proprio dalla pandemia e, soprattutto, dal modo in cui sarà gestita la ricostruzione».

Lei scrive che i rumors, le dicerie sull'epidemia, non spariranno ma ciò non è necessariamente un male. Perché? «Dal rumore di fondo della rete, falsità comprese, siamo in grado di accorgerci quando un fenomeno nuovo si diffonde. Un ascolto diventato parte importante dell'epidemiologia. Per questo non sono favorevole al fatto che i social media vadano giù troppo pesanti nel purgare i contenuti. Una cosa è cancellare una notizia palesemente falsa, altra è censurare una domanda legittima, anche se basata su presupposti sbagliati. In altre parole: il debunking di singole falsità va bene, ma non basta. Se anche chiudessero Facebook domani quelle teorie troverebbero altri canali. Meglio rallentare la loro propagazione, intervenendo sull'algoritmo, che cancellarle tout court. Più che un problema di disinformazione abbiamo un problema di fiducia».

Dice: serve empatia (la fortuna di Wakefield, che mise in giro l'idea del link tra vaccini e autismo, era di aver prestato orecchio ai timori delle mamme), ma che empatia mostrano i non vaccinati sul luogo di lavoro che spesso sono gli unici ad andare in giro con la mascherina abbassata? «In quel caso serve che intervenga il capo dicendo: se non vuoi vaccinarti lavori da casa. Però il tema dell'empatia è serio. L'esitazione è questione di emozioni e la scienza spesso sopravvaluta il ruolo del logos e sottovaluta quello del mythos. È un errore grave».

Oltre a essere affiliato all'Oms il suo centro, inizialmente finanziato dai Gates, fa consulenze per Facebook, istituzioni e aziende in mezzo mondo. Qualche suggerimento per noi? «Ognuno faccia la propria parte. I favorevoli al vaccino facendosi avanti, prendendo la parola, ma non in modalità combattiva. I vaccini non dovrebbero essere l'unico titolo sui giornali: c'è la stanchezza della gente, i disturbi mentali, i piani di recupero e resilienza. E i sindaci dovrebbero organizzare assemblee dove ascoltare ciò che affligge i loro cittadini. Al termine di tutto questo, se ti fai il vaccino potrai fare una vita normale, altrimenti lavorerai e studierai da casa».

Nessun commento:

Posta un commento