"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 5 aprile 2020

Leggereperché. 03 «È la fine del "sociale", il venir meno dei legami collettivi».


«È la fine del "sociale", il venir meno dei legami collettivi» ha scritto Ezio Mauro. E sì che non ha patito lo scritto di Ezio Mauro - “Come innaffiare la rosa appassita del riformismo”, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 5 di aprile dell’anno 2016 – le angosce del “coronavirus”, ma non lo si può dire che sia passato indenne al tempo suo poiché ben altre “pestilenze” ne hanno visto e battezzato la nascita.
Ha scritto Maurizio Maggiani in “Il tempo delle domande” pubblicato sull’ultimo numero – di ieri, 4 di aprile - del settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica”: (…). Siamo oggi tutti socialisti, soprattutto i più fanatici tra i liberisti. Abbiamo ripreso ad invocare lo Stato, ci chiediamo esterrefatti come sia stato possibile ridurre la pubblica sanità a mendicare un tozzo di respiratore, ma quanti di noi si sono incatenati alle soglie del parlamento nei decenni in cui è stata dissanguata? Abbiamo promosso, sostenuto come inevitabile, assecondato, un sistema economico che ha il potere sulle nostre vite una per una, il sistema che nutre la sua immortalità dissanguando ogni essere che vive. Oggi questo sistema che non ha paura di niente, nemmeno della storia visto che ne ha decretato la fine, si è preso paura del virus. Non crede più in niente, non crede nelle sue creature predilette, non crede più in sé stesso, crede solo nel virus, e vede ciò che vediamo noi, una straziante agonia senza cura, anche solo palliativa. E dopo, dopo questa carneficina di vite, di ricchezze, di imprese, di risorse, di lavoro, a cosa siamo disposti? Forse a sopravvivere in qualche modo in uno sterminato campo di sconfitta? Forse al socialismo? Perché se è così, allora si impone la rivoluzione. Ma abbiamo una vaga idea di come si conduce una rivoluzione che non sia un’altra carneficina? Che non sia un lampo di rivolta e poi una reazione senza fine. Qualcuno lo sa? Io no, io ci penso, mi interrogo e non lo so. (…). Ha scritto bene Maurizio Maggiani, del quale sono un attento lettore ed un estimatore. Ma è pur vero che dello scempio della sanità compiuto dai reggitori della cosa pubblica le cronache ci hanno offerto un impietoso repertorio negli anni passati, prima ancora che sopravvenisse il “coronavirus”. Come dimenticare (ma siamo tristemente di poca memoria come popolo, antropologicamente) tutti quei pazienti abbandonati sulle barelle lungo i corridoi dei nostri fatiscenti nosocomi, in attesa di un desiderato, insperato letto? E magari ci morivano sopra, su quelle barelle, non avvicinati da quelli che al tempo del “coronavirus” definiamo “angeli” (senza nulla togliere a tutti coloro che in questi giorni si prodigano oltre le umane possibilità in considerazione della insufficiente organizzazione strutturale e materiale della disfatta sanità nazionale. E che ci stanno lasciando pure la vita)! Ha scritto Ezio Mauro il 5 di aprile dell’anno 2016, giusto un quadriennio addietro: (…). Crescono (…) gli opposti populismi, a destra come a sinistra, e la rabbia che non si appaga nello specchio di questa semplificazione qualunquista antisistema ingrossa le fila del "partito del sofà", dove siedono i delusi che si rifiutano di partecipare e di votare, ritirandosi con la bassa marea politica da ogni discorso pubblico. (…). Quando questa vicenda è cominciata, nel 2007, sulle democrazie dell'Occidente si sono abbattute tre crisi concentriche, crisi delle banche, del debito, dunque della crescita. Negli ultimi anni si sono aggiunte due emergenze epocali: l'onda lunga dei migranti che cercano nell'Europa salvezza, sopravvivenza e futuro, dunque l'unica speranza, e la sfida del Califfato che dopo le Torri Gemelle ha annunciato la guerra all'Occidente e porta la morte direttamente nelle città del nostro continente. Ciò che ne deriva è un sentimento politico di insicurezza e dunque di sfiducia, la ricerca di protezione in identità primitive di chiusura, la solitudine repubblicana, lo smarrimento di ogni senso di cittadinanza. È la fine del "sociale", il venir meno dei legami collettivi che non siano quelli di sangue e di clan contrapposti agli "invasori", il ribaltamento del welfare visto non più come una conquista da estendere ma come un egoismo da difendere, la consumazione della politica che nel sistema occidentale era nata proprio per organizzare tutto ciò, la società, il nesso tra l'individuale e il collettivo, la sicurezza dello "Stato- benessere" come strumento di coesione e soprattutto come proiezione del lavoro e del suo valore sociale. Scopriamo terrorizzati che tutta l'impalcatura - culturale, istituzionale, politica - che ci siamo costruiti nel dopoguerra per difendere e garantire l'incrocio tra la nostra vita e le vite degli altri è entrata in crisi. Diciamo la verità: scopriamo che la democrazia non basta a sé stessa. È insediata ma non ci protegge, tanto da farci venire il dubbio che funzioni veramente soltanto negli anni della crescita e della redistribuzione, mentre quando cambiano i tempi si fa da parte, cede il governo del sistema e contempla l'azione della crisi. Siamo a un passo dal pensare che la società stessa, il suo concetto, non siano esportabili dentro il territorio universale della globalizzazione, quasi come se fossero creature dello Stato nazionale. Verrebbe da dire che tutto questo segna per forza di cose la fine del "secolo socialdemocratico". Anzi, di più, perché tutto congiura affinché il pesce socialista non possa nuotare in un eco-sistema di questo tipo. Ma non abbiamo ancora aggiunto l'ingrediente fondamentale: il lavoro. Basta leggere i dati sulla disoccupazione, e quelli sul lavoro giovanile, per capire che il vero attore sociale colpito dalla crisi è il lavoro, che la nostra Costituzione codifica come un diritto e che dunque per molti è un diritto negato, uno strumento impossibile per affermare la propria dignità personale e pubblica, sapendo che senza libertà materiale non c'è una vera libertà politica. Non è un problema economico soltanto, che si può rinchiudere nelle statistiche del Pil. Perché il legame tra la democrazia, l'Occidente e il lavoro è intrinseco. Non solo perché il ciclo virtuoso delle democrazie europee si è basato sempre sul rapporto tra crescita, lavoro, occupazione, benessere, consenso. Ma perché la democrazia in Europa è nata come democrazia del lavoro, col lavoro e il reddito che ne deriva il cittadino provvede alla sua famiglia ma anche ai diritti politici e sociali di tutti. Se salta questa consapevolezza, salta ciò che tiene insieme capitalismo, Stato sociale, democrazia rappresentativa e pubblica opinione. Cioè cambia la fisionomia del sistema democratico occidentale così come lo abbiamo fin qui conosciuto. Sono meccanismi che fino all'insorgere della crisi erano ormai accettati da tutti, destra di governo, sinistra riformista. Diciamo che in più la socialdemocrazia trovava in questo dispositivo politico-culturale la propria ragion d'essere. Qui infatti, proprio qui, ha operato per anni il tavolo di compensazione dei conflitti, che ha tenuto insieme i vincenti e i perdenti delle diverse congiunture, legando il ricco e il povero - nella diversità dei loro percorsi e nella sproporzione dei loro destini - in un vincolo di responsabilità almeno in parte comune. Finché il vento della globalizzazione non ha rinchiuso anche quel tavolo e il moderno ricco che vive nello spazio sovranazionale dei flussi finanziari e dei flussi d'informazione non ha più nessun bisogno - nemmeno territoriale, neppure fisico - di sentirsi vincolato al moderno povero che vive nel sottosuolo degli Stati nazionali e che ha preso una nuova configurazione: è l'escluso che non si vede più, e di cui quindi si può fare a meno. Una buona parte della sinistra non ha più un vocabolario autonomo perché ritiene che queste parole e questi concetti facciano parte del Novecento e non meritino di passare la dogana del secolo post- ideologico, perché suonerebbero retoriche. Così si parla con parole altrui e la neolingua della neodestra è l'unica che risuona. Ma proviamo a ribaltare il discorso per non rimanere prigionieri del luogo comune dominante: quali sono gli indici fondamentali della modernità, oggi, se non i diritti civili, la sicurezza sociale, la ricostituzione di una effettiva autonomia dell'individuo e di una reale libertà del cittadino, anche dalle paure che imprigionano la parte più debole e più esposta della popolazione? Perché la sola questione che valga oggi a sinistra, come dice il premier francese Manuel Valls, è appunto "come orientare la modernità per accelerare l'emancipazione degli individui, e dunque di ciascuno". Creando una nuova ragione sociale capace di tenere insieme gli esclusi, i salvati e gli emergenti, quei fabbricatori e manipolatori di simboli, come li chiama Alain Touraine, che comprano e vendono il moderno quotidiano di cui viviamo. Il riformismo - che significa poi semplicemente sinistra con cultura di governo - ha sorprendentemente le carte più in regola per affrontare le esigenze della fase, e ha nel suo zaino gli strumenti più propri per riuscire: responsabilità, opportunità, solidarietà, la nuova triade di valori che può collegare la tradizione con la modernità e portare il guscio socialdemocratico (nelle sue diverse colorazioni e denominazioni) a ricostruire un legame sociale di soggetti capaci di pretendere e realizzare un cambiamento che consenta alla cultura politica occidentale di superare la crisi salvando se stessa. Sapendo che esiste un modello economico europeo di cui siamo scarsamente consapevoli: è l'economia sociale di mercato, che da Bad Godesberg in poi libera pienamente l'iniziativa economica capace di crescere e produrre lavoro e ricchezza, con la mano pubblica incaricata di mantenere con discrezione l'equità del sistema, realizzando così quel "capitalismo con correzioni sociali" che è stato una risposta concreta alle vicende del fascismo e del comunismo. (…).

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