"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 25 marzo 2018

Lalinguabatte. 53 “Il fascino oscuro della guerra”.


(…). …oggi, il compito di un vero pacifismo dovrebbe essere non tanto demonizzare all’eccesso la guerra, quanto capire che solo quando saremo capaci di un’altra bellezza potremo fare a meno di quella che la guerra da sempre ci offre. Costruire un’altra bellezza è forse l’unica strada verso una pace vera. (…). Così ha scritto, nella sua “Iliade”, Alessandro Baricco. Ho voluto  anteporre il brevissimo brano  di Baricco alla corrispondenza “Il fascino oscuro della guerra” di Umberto Galimberti, corrispondenza apparsa su di un supplemento del quotidiano “la Repubblica”, sotto l’influsso di un interrogativo assillante che mi porto dietro: è possibile la ricerca di “un’altra bellezza” che faccia da argine all’incontrollabile, sempiterno fascino della guerra? Incontrollabile e sempiterno fascino, che non abbandona l’essere umano, pur avendo esso lasciato le caverne e le clave da un bel pezzo. Ha sostituito sì alle clave le bombe intelligenti, ma pur sempre nefaste sono le conseguenze della guerra. Esiste allora la speranza di “un’altra bellezza”, oppure essa è e sarà bandita per sempre dalla storia dell’uomo? Del resto la sua dualità, per la quale albergano nell’essere umano al contempo la socievolezza derivante dalla ragione e la ferinità propria delle belve, sembra escludere dall’orizzonte degli umani la predetta speranza: duemila e più anni di cristianesimo, pur nelle sue tante varianti, non hanno reso l’uomo quell’uomo nuovo che anche altre filosofie e prassi hanno vagheggiato inutilmente. A guardarsi dintorno oggigiorno lo sconforto assale repentino: nell’era della globalizzazione e della comunicazione di massa sono proprio gli strumenti di essa a mancare l’obiettivo per “un’altra bellezza”. Le brutture quotidiane che affliggono da sempre la vita dell’essere umano sono offerte dai moderni mass-media come novelle forme di intrattenimento; l’incredibilità di alcune vicende e soprattutto i comportamenti conseguenti dei protagonisti di quei nefasti accadimenti, l’incredibile voglioso accorrere di folle sui luoghi dei delitti più efferati o addirittura nelle aule superaffollate dei tribunali, ove si dibattono e si rievocano fatti atroci, sono gli indici inequivocabili di un nefasto effetto, sull’immaginario collettivo, dell’opera suadente ed al contempo fuorviante dei moderni mezzi di informazione. È allora certo che tutto ciò che alberga nelle circonvoluzioni più arcaiche del cervello umano avrà sempre buon gioco nell’eterna lotta tra il bene ed il male. E la guerra rappresenta, da sempre, il male supremo ed inestirpabile. Un’assuefazione collettiva ad essa, quindi, che le moderne sue rappresentazioni la ripuliscono quasi delle sue lordure, tanto da renderla godibile anche nell’intrattenimento familiare quotidiano?
(…). Con la sua capacità di eccitare, col gusto dell'esotismo, con l'allucinazione del potere che conferisce, con la possibilità di migliorare il proprio rango sociale, con l'animazione delle perversioni più sinistre, da quelle sessuali a quelle necrofile, la guerra può dare a quanti attribuiscono scarso significato alla loro esistenza, ai dannati della terra, ai profughi emarginati, ai senza diritti che emigrano, perfino ai giovani che vivono nella splendida indolenza e sicurezza del mondo opulento, uno scopo, un senso, una nobile ragione per vivere. I media con i loro reportage e con i loro effetti video celebrano eroismo e compassione, a cui noi partecipiamo con la tranquillità di chi sa di essere al sicuro. Non sentiamo odore di carne putrefatta, non ascoltiamo i lamenti dell'agonia, non vediamo davanti a noi il sangue e le viscere che erompono dai corpi. Osserviamo a distanza l'ardore e l'eccitazione, ma non viviamo la paura che torce le budella. Ci vuole il caos del campo di battaglia, il suo rumore assordante e spaventoso per farci capire che la guerra ricostruita dai creatori del mito della guerra (poeti, romanzieri, cineasti) ha il realismo di un balletto. Il patriottismo, che spesso è solo una forma appena velata di autovenerazione collettiva, esalta la nostra bontà, i nostri ideali, la nostra clemenza e la perfidia di chi ci odia. Creando un quadro in bianco e nero, la guerra sospende il pensiero, soprattutto il pensiero autocritico, e, così mitizzata, diventa una divinità che, come ci hanno insegnato gli antichi Greci, per essere adorata esige sacrifici umani. Si mandano in guerra i giovani, soprattutto i più diseredati, trasformando le stragi che devono compiere in atti di eroismo, coraggio, lealtà e spirito di abnegazione. Con queste parole i creatori del mito della guerra mettono a tacere i testimoni di guerra. Ma oltre all'autovenerazione per noi stessi, il mito della guerra ci impone di svilire il nemico. La nozione di ‘nemico’ abbraccia ovviamente anche i civili, che magari hanno ben poca simpatia per i tiranni che li opprimono o per i signori della guerra. E per effetto di questa logica e del mito che la sorregge, se da un lato veneriamo e piangiamo i nostri morti, dall'altro siamo stranamente indifferenti a quelli che ammazziamo noi. I nostri morti e i loro morti non sono uguali. I nostri morti contano, i loro no. In realtà la guerra è necrofila, non solo perché ammazza, ma perché richiede a ciascun combattente una certa familiarità con la propria morte. La necrofilia è fondamentale per il mestiere delle armi, così come lo è per la formazione dei kamikaze. Quando ci sembra di non aver più niente per cui vivere, o nei momenti in cui l'intossicazione della guerra è al massimo, la necrofilia getta in quello stato di frenesia in cui tutte le vite umane, compresa la nostra, sembrano secondarie. Gli antichi Greci avevano un termine per indicare questa pulsione. La chiamavano ekpyrosis, che significa ‘essere consumati da una palla di fuoco’. Usavano questo termine per descrivere gli eroi. Dopo la guerra c'è l'immane fatica per guarire le ferite che non sono solo quelle fisiche. E c'è chi non ce la fa, perché tutto ciò che era familiare diventa assurdamente estraneo, e il mondo, a cui si sognava di tornare, appare alieno, insignificante, al di là di ogni possibile comprensione. L'accumulo di distruttività, vista e seminata, diventa autodistruttività che non conosce limite, se è vero, come riferisce sempre Chris Hedges, corrispondente di guerra per il New York Times, a proposito della guerra arabo-israeliana del 1973, che durò solo una settimana, che un terzo dei militari israeliani ebbe gravi problemi mentali, mentre uno studio sulla Seconda guerra mondiale ha stabilito che dopo sessanta giorni di combattimenti il 90 per cento dei soldati sopravvissuti hanno subito danni psichiatrici che condussero alcuni al suicidio, altri a interminabili cure o a permanenti disadattamenti sociali. Per costoro la guerra non è finita mai, perché, come ci ricorda Platone: - Solo i morti hanno visto la fine della guerra -, mentre i vivi non cessano di farsi corrompere da questo fascino oscuro.

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