"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 26 giugno 2021

Paginedaleggere. 26 «Qual è il nostro rapporto con l'aldilà? "Nebuloso. In realtà non sappiamo bene cosa sia”».

 

Tratto da "Perché gli italiani ora vogliono la super religione", intervista di Simonetta Fiori al sociologo Franco Garelli pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” del 16 di maggio 2021: (…). Gli italiani e il sentimento religioso: com'è cambiato sotto la pandemia il nostro bisogno di Dio? "È come un albero scrollato da una mano invisibile. Le foglie secche cadono. E dalla corteccia si stacca anche il muschio in superficie. La stessa cosa è successa all'albero della fede con il Covid: la linfa dei cattolici convinti è cresciuta nella preghiera, ma chi vive ai margini del sentimento religioso tende a perdersi per strada".

(…). Professor Garelli, durante la pandemia sono prevalsi più i segni di fede o di indifferenza religiosa? "Direi senz'altro i primi, ma questa crescita della domanda spirituale è rimasta circoscritta entro la cerchia dei cattolici convinti, circa un venti per cento della popolazione, coinvolgendo meno i "cattolici culturali", chi si professa cristiano più per tradizione famigliare che per una fede attivamente vissuta. Nessun cambio di prospettiva è avvenuto tra chi si dichiara non credente".

Ma un evento estremo come la pandemia non dovrebbe interpellare più profondamente la coscienza individuale? "Questo in parte è accaduto, con la crescita del senso di mistero evocato dalla peste. E non è un caso che nella zona del cattolicesimo culturale più tiepido siano tornati alla ribalta i simboli più tradizionali della cultura cristiana: penso all'attenzione riposta sui gesti di papa Francesco o al rinnovo dei voti ai Santi Patroni. Esiste un repertorio del sacro cattolico che torna in scena nei momenti eccezionali, per poi nascondersi dietro le quinte nell'ordinarietà. Ma i cattolici meno impegnati lo vivono più da spettatori che da protagonisti".

Lei insiste molto sulla nozione di "cattolici culturali". "È uno dei dati più rilevanti di questi ultimi anni. È cresciuta molto la fascia di chi interpreta il cattolicesimo più come intenzione che vissuto: è un'opzione culturale più che un'esperienza di vita. Questi cattolici praticano poco o in modo discontinuo, ma non si discostano dalla casa madre. E vi fanno ricorso nei momenti decisivi dell'esistenza. Abbiamo applicato al mondo cattolico strumenti di lettura finora estesi all'ebraismo nella distinzione tra osservanti ed ebrei di famiglia: lo stesso accade nel cattolicesimo".

Lei però parla di un cattolicesimo vissuto in una chiave identitaria ed etnica che rimanda alla croce esibita da Salvini contro i migranti. "Una parte dei cattolici culturali sono sensibili a questo richiamo. In un contesto religioso sempre più plurale, dove soprattutto l'islam viene vissuto come una minaccia, c'è chi reagisce inalberando la sua identità cristiana. Ed è qui che attecchisce la predicazione delle forze sovraniste".

Un altro dato che colpisce è la crescita dei non credenti: in vent'anni sono raddoppiati, oggi il 18 per cento degli italiani si dichiara estraneo a ogni appartenenza confessionale. "Sì, il nostro cattolicesimo sta vivendo la sua fase autunnale, ma pur tra affanni e traversie mantiene il suo peso nella penisola. Sarebbe sbagliato parlare di un'uscita dell'Italia dalla sua cultura cattolica. Basterebbe raffrontare i nostri numeri ai livelli di incredulità raggiunti negli altri paesi europei, vuoi di cultura cattolica che protestante: l'ateismo dichiarato raggiunge quasi la metà della popolazione".

Il problema è che i "senza Dio" sono diffusi soprattutto tra i più giovani. Questo ci induce al pessimismo sulle sorti del cristianesimo in Italia? "I ragazzi appartengono a una generazione post ideologica che non ha chiuso completamente con il discorso religioso. Ma per impegnarsi in modo attivo hanno bisogno di esperienze significative, altrimenti entrano in una situazione di stand by oppure cercano altrove le fonti di significato. Non viviamo più in un mondo segnato dal destino ma dalle scelte. E l'individuo sceglie di vivere a pieni polmoni, sottraendosi a ogni dottrina che possa gettare un'ombra grigia alla sua vita".

Anche tra chi crede prevale una fede incerta, lei parla di "un Dio più sperato che creduto". "Questo è un altro cambiamento importante. La nostra non è più una fede congelata nel freezer, ma modulata sulle dinamiche della vita. Forse meno robusta, ma sicuramente più umana. E non è un caso che a vivere questa religiosità più incerta siano soprattutto i giovani e le persone tra i cinquanta e i sessant'anni: è quella l'età più colpita dalle traversie personali, si può perdere il lavoro o subire rotture famigliari. Può succedere allora che ci si prenda un sabbatico dalla fede".

Gli italiani tendono a confessarsi sempre di meno. Perché hanno perduto il senso del peccato o perché tendono a saltare le mediazioni? "No, il senso del peccato permane in modo molto forte. Il calo delle confessioni tocca un punto controverso che è il nostro rapporto con la mediazione della Chiesa. Molti sono convinti che si possa essere "cattolici doc" senza seguire i precetti della Chiesa: la crescita di consensi all'eutanasia e ai diritti degli omosessuali ne è piena conferma. Ma più o meno la stessa quota di popolazione sostiene che la Chiesa deve tenere fermi i propri principi. Il nostro è un imprinting religioso così forte che facciamo fatica a viverlo nella quotidianità, ma non riusciamo a liberarcene".

Qual è il nostro rapporto con l'aldilà? "Nebuloso. In realtà non sappiamo bene cosa sia. Qui chiamo in causa la teologia che non riesce a elaborare delle immagini congruenti con la sensibilità contemporanea. Siamo fermi alle fiamme dell'inferno e ai godimenti celesti del paradiso".

Però tendiamo a credere più nel paradiso. "C'è sempre stata più considerazione per il premio che per il castigo. Ma durante la pandemia è tornato alla ribalta il diavolo, nell'accresciuta convinzione che agiscano forze del male con cui dobbiamo fare i conti. Non è un fenomeno legato solo alla peste contemporanea".

Oggi viviamo in un contesto di pluralismo religioso, dove l'8 per cento di italiani crede in altre fedi: islam, cristianesimo ortodosso, ebraismo, buddismo, induismo. Che conseguenza porta la convivenza con altre dottrine? "Si riduce la convinzione di essere in possesso della verità. La maggioranza degli italiani riconosce di vivere in un mondo in cui esistono più verità o, meglio, più sfaccettature della verità. Non c'è più un'unica religione depositaria di una conoscenza superiore".

E non è un caso che cresca il bisogno di una religione universale che tenga unite le diverse fedi sul piano dei valori e delle credenze comuni. (…). "Sì, quasi metà degli italiani invoca una religione ecumenica, globale e standardizzata, che però ha poche possibilità di attecchire. Io leggo il fenomeno come desiderio di pacificazione religiosa, in un mondo segnato dalle guerre fatte in nome di Dio e dal terrorismo. Ma è un campanello d'allarme che deve essere ancora decifrato".

Perché definisce la "super religione" un campanello d'allarme? "Mi sembra un'aspirazione astratta più che una risorsa vitale. Inoltre implica un tagliare i ponti con le religioni storicamente date. Ma, pur bizzarra, la nuova istanza va considerata per la sensibilità che rivela: il desiderio di religioni più cooperanti, che diano il meglio di sé nella costruzione piuttosto che nel mostrare i muscoli".

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