"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 14 luglio 2020

Ifattinprima. 75 Storie poco commendevoli dall’Italia.


Non mi voglio perdere e farVi perdere al contempo il piacere di ri-leggere “Il pelo, non il vizio”, favoletta “politicamente scorretta” di Andrea Camilleri postata il lunedì 1 di novembre dell’anno 2004.
A giorni ricorrerà il primo anniversario del Suo trapasso tra i più e trovo giusto ricordare Andrea Camilleri come l’attento, indomabile avversario dell’uomo di Arcore, nel quale vedeva tutto quel male che avrebbe arrecato all’Italia.  Ha lasciato scritto a tutti noi Andrea Camilleri: In Iliata ci fu un Cavaliere che, in pochi anni, accumulò una fortuna immensa. Un giorno alcuni magistrati cominciarono a interessarsi dei suoi affari. E cominciarono a piovergli addosso accuse di falso, corruzione, concussione, evasione fiscale e altro ancora. Arrivarono le prime sentenze di condanna. Il Cavaliere, attraverso i suoi giornali, le sue televisioni, i suoi deputati (aveva fondato un partito), scatenò una violenta campagna contro i magistrati che indagavano su di lui accusandoli d’esercitare una giustizia di parte. Lui stesso si definì un perseguitato politico. Tanto fece e tanto disse che molti iliatesi gli credettero. Poi un giorno (come capita e capiterà a tutti), morì. Nell’aldilà venne fatto trasìre in una càmmara disadorna. C’era un tavolino malandato darrè il quale, sopra una seggia di paglia, stava assittato un omino trasandato. «Tu sei il Cavaliere?», spiò l’omino. «Mi consenta», fece il Cavaliere irritato per quella familiarità. «Mi dica prima di tutto chi è lei». «Io sono il Giudice Supremo», disse a bassa voce l’omino. «E io la ricuso!», gridò pronto il Cavaliere che aveva perso tutto il pelo, la carne, le ossa, ma non il vizio.

Tratto da “Promemoria/2” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” dell’11 di luglio 2020: (…). 1992. Il 21 maggio, mentre il Parlamento vota per il nuovo presidente della Repubblica dopo le dimissioni di Francesco Cossiga, Paolo Borsellino, procuratore aggiunto a Palermo, rilascia un’intervista a due giornalisti francesi di Canal Plus, svelando indagini ancora in corso sui rapporti fra Mangano, Dell’Utri e Berlusconi. Due giorni dopo, il 23 maggio, Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta saltano in aria a Capaci. Un mese dopo Dell’Utri convoca a Milano2 Ezio Cartotto, un ex Dc consulente di Publitalia, per una missione segreta: organizzare “un’iniziativa politica della Fininvest” finanziata occultamente da Publitalia, in previsione dell’imminente tracollo dei partiti amici sotto i colpi delle indagini di Mani Pulite avviate a febbraio dal pool di Milano (anche su una serie di top manager Fininvest). Il 19 luglio un altro attentato mafioso stermina anche Borsellino e la sua scorta.
1993. Dopo l’arresto di Totò Riina, gli altri capi di Cosa Nostra – da Provenzano in giù, in contatto con Gelli, gruppi neofascisti e logge deviate – creano il partito secessionista “Sicilia Libera”, ultima nata di una serie di “leghe meridionali” in tutto il Sud. Dell’Utri, che nel gruppo B. si è sempre occupato di pubblicità (e di mafia), è tarantolato dalla politica: è in contatto telefonico con un promotore di Sicilia Libera e intanto continua a lavorare al partito Fininvest. In aprile B. annuncia ai suoi principali collaboratori l’intenzione di entrare in politica: Dell’Utri, Previti e Ferrara sono favorevoli, Costanzo, Letta e Confalonieri contrari.
Il 14 maggio Costanzo scampa per miracolo a un’autobomba mafiosa in via Fauro, a Roma: il primo attentato organizzato da Cosa Nostra fuori dalla Sicilia. Il 27 maggio, nuova strage mafiosa a Firenze, in via dei Georgofili. Il 29 giugno Dell’Utri, Previti e altri due fedelissimi di B., Antonio Martino e Mario Valducci, costituiscono l’“Associazione per il buon governo”, base ideologica dei futuri club Forza Italia. Il 12 luglio B., che secondo Cartotto ha il terrore di subire l’accusa di “essere un mafioso”, dirama alle testate del gruppo il memorandum “Valutazioni dei comportamenti dei giudici di Tangentopoli”: gli house organ della ditta dovranno iniziare ad attaccare i magistrati anti-tangenti e anti-mafia, ma anche i collaboratori di giustizia. Solo il Giornale di Montanelli disobbedisce, infatti il direttore-fondatore verrà ben presto rimpiazzato con Vittorio Feltri. Il 27 luglio, strage mafiosa in via Palestro a Milano e bombe contro due basiliche a Roma. Il 6 settembre B. inaugura il primo club di FI: è in via Chiaravalle 7/9 a Milano, nel palazzo del finanziere Rapisarda, legato alla mafia e a Dell’Utri. Il 29 ottobre il pm romano Maria Cordova, che indaga su tangenti al ministero delle Poste e i retroscena della legge Mammì, chiede l’arresto di Carlo De Benedetti, Gianni Letta e Adriano Galliani. Ma il gip Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa, arresta solo l’Ingegnere, perché i due uomini Fininvest sono amici di famiglia. Intanto Dell’Utri incontra Mangano, il boss da poco scarcerato dopo 11 anni di galera per mafia e droga, nella sede di Publitalia: nelle agende la segretaria ha annotato “2-11. Mangano Vittorio sarà a Milano per parlare problema personale” e “Mangano verso il 30.11”. Molti pentiti racconteranno che in quei giorni Provenzano ha stretto un patto con Dell’Utri per sciogliere Sicilia Libera e far votare FI. Graviano dirà ai giudici di aver “incontrato Berlusconi, da latitante, almeno tre volte, l’ultima a cena nel ’93”.
1994. Il 19 o 20 gennaio il killer stragista Gaspare Spatuzza viene convocato dal suo boss Giuseppe Graviano al bar Doney di via Veneto a Roma. “Era gioioso, felice”, racconterà ai pm: “mi comunica che avevamo chiuso tutto e avevamo ottenuto tutto quello che cercavamo grazie alla serietà di… quello di Canale 5 e il nostro paesano”, cioè B. e Dell’Utri. I quali, dice Graviano a Spatuzza, “ci stanno mettendo l’Italia nelle mani”. Graviano aggiunge che bisogna “dare il colpo di grazia” con la strage di carabinieri allo stadio Olimpico, in programma per domenica 23 dopo Roma-Udinese. Nell’hotel davanti al bar, il Majestic, la notte fra il 18 e il 19 ha alloggiato Dell’Utri, impegnato nelle selezioni dei candidati di FI. Domenica 23 l’autobomba allo stadio non esplode per un guasto al telecomando. Ma i killer mafiosi rimangono a Roma per riprovarci. Il 26 però B. annuncia in un videomessaggio la sua “discesa in campo”. Il 27 Graviano e il fratello Filippo vengono arrestati a Milano, dove cenano in compagnia di un loro favoreggiatore, salito al Nord per seguire il figlio calciatore, che ha appena fatto un provino nei “pulcini” del Milan grazie a Dell’Utri. Il 27-28 marzo B. vince le elezioni e diventa deputato, sebbene sia ineleggibile in base alla legge 361/1957 in quanto concessionario pubblico per le tv. L’8 aprile Brusca e Bagarella – racconterà il primo – rispediscono Mangano a Milano da Dell’Utri per avvertire il nuovo premier: “Devono scendere a patti altrimenti, senza la revisione del maxi processo e del 41-bis e la fine dei maltrattamenti in carcere, le stragi continueranno”. L’attentato all’Olimpico può essere ritentato in qualunque momento. Mangano deve aggiungere che “anche la sinistra sapeva” della trattativa in corso da due anni fra Stato e mafia: se il governo B. aiuterà Cosa Nostra, non incontrerà opposizioni, perché dietro la prima trattativa c’era la “sinistra Dc che fino ad allora aveva governato il Paese” ed era ricattabile. Mangano va e – sempre secondo i pentiti – torna vincitore: “Dell’Utri ha detto ‘grazie, grazie, a disposizione’”. Il commando di Spatuzza rientra a Palermo: la guerra è finita, ora si fa la pace. O la tregua, in attesa che i nuovi “referenti” paghino le cambiali. E il 13 luglio ecco la prima rata: il decreto Biondi che riduce al minimo la custodia cautelare in carcere. Sulle prime si pensa solo a una norma salva-ladri per gli inquisiti di Tangentopoli. Pochi notano nel testo una serie di favori a Cosa Nostra. Il decreto viene ritirato a furor di popolo, ma diventa un disegno di legge che sarà approvato di lì a un anno. Negli stessi mesi – appureranno i giudici del processo Trattativa – Dell’Utri riceve altre due volte Mangano nella sua villa a Como e gli anticipa le mosse legislative pro mafia del governo B. Fatti che indurranno i giudici a ritenere B. “vittima consapevole” del ricatto mafioso. Il 22 dicembre, senz’aver fatto che norme ad personam (dl Biondi, condoni edilizio e fiscale, legge Tremonti per far risparmiare tasse alla Fininvest), B. si dimette: la Lega l’ha sfiduciato sulla controriforma delle pensioni. Da un mese è indagato per corruzione su quattro tangenti pagate alla Guardia di Finanza da suoi manager per ammorbidire verifiche fiscali in Edilnord, Mondadori, Videotime e Tele+. Convocato dal pool Mani Pulite, si presenta solo dopo aver indotto Di Pietro alle dimissioni con dossier ricattatori passati per le mani del fratello Paolo e di Previti.
1995. Nasce il governo tecnico Dini, con l’appoggio di Lega e centrosinistra l’astensione di FI. Il 25 maggio Dell’Utri viene arrestato a Torino per frode fiscale (false fatture di Publitalia). A luglio lo stesso Dell’Utri e B. sono indagati a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa (B. sarà sei volte archiviato, Dell’Utri invece verrà condannato a 7 anni).
1996-2001. B. perde le elezioni, vinte dall’Ulivo di Romano Prodi. Ora è indagato con Previti e alcuni avvocati e giudici romani per corruzione giudiziaria dopo le rivelazioni della testimone Stefania Ariosto. Una terza indagine riguarda la maxitangente di 23 miliardi in Svizzera a Craxi dalle società estere della galassia All Iberian e i relativi falsi in bilancio. Pare politicamente morto, ma il centrosinistra lo resuscita in cambio di una finta opposizione: proroga sine die il passaggio su satellite di Rete4, imposto dalla Consulta nel ’94; consente al suo gruppo inguaiato in falsi in bilancio e frodi fiscali di quotarsi in Borsa; nega ai giudici di Milano e Palermo l’autorizzazione all’arresto per Previti e per Dell’Utri; e lo promuove B. padre costituente nella Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema. Che poi, quando B. fa saltare il tavolo in extremis e Bertinotti il governo, prende il posto di Prodi.
1998-’99. L’avvocato inglese David Mills, consulente di B. che negli anni 80 ha costruito il “comparto B” del Biscione con decine di società nelle isole del Canale e in altri paradisi fiscali, in cui vengono nascosti centinaia di miliardi di lire destinati a corruzioni, frodi fiscali e scalate finanziarie illecite, è chiamato a testimoniare nei due processi chiave per B.: Guardia di Finanza e Craxi-All Iberian. Ma non dice tutto quel che sa su B., come confesserà lui stesso in una lettera al suo commercialista (“Ho tenuto fuori Mr B. da un mare di guai”). In cambio, dai conti esteri del Biscione, riceverà una tangente di 600 mila dollari. Risultato: nel processo Gdf, il Caimano viene condannato in primo grado e poi assolto per insufficienza di prove (quelle che avrebbe dovuto fornire Mills); nel processo Craxi-All Iberian, viene condannato in tribunale e poi prescritto. Mills, per la sua testimonianza prezzolata, sarà condannato in primo e secondo grado, poi prescritto in Cassazione; B. invece la tirerà in lungo fino a strappare la prescrizione già in primo grado.

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