“LeggerePaoloNori”. “Tutto il male russo secondo Tolstoj” di Paolo Nori, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, domenica 24 di maggio 2026: Ho appena pubblicato, in una nuova edizione rivista e ampliata, un libro che si chiama La piccola Battaglia portatile, e la Battaglia sarebbe mia figlia, e nel libro racconto che lei, quando aveva tipo 12 anni, aveva letto Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen, e dopo che l'ave-va letto mi aveva detto che io scrivevo dei libri strani. E io le avevo chiesto strani in che senso e lei mi aveva detto che la Austen, quando scriveva un libro, scriveva il libro e basta. "Eh - le avevo detto io - anch'io, quando scrivo un libro scrivo il libro e basta". "No - mi aveva detto la Battaglia - te ci metti dentro anche un sacco di Secondo me, un sacco di parentesi, parli parli. La Austen non ci mette mai tutti quei Secondo me, tutte quelle parentesi, non parla, scrive il libro e basta". Ecco. Credo abbia ragione mia figlia, i miei libri sono pieni di Secondo me, di parentesi, di me che parlo parlo, e, lei non lo sa perché non ne ha letti molti, dei miei libri, ma sono anche pieni di ripetizioni. A me piace ripetere le cose, anche con lei, con mia figlia, l'altro giorno, eravamo alla fermata dell'autobus, lei, che in realtà si chiama Irma, sua mamma, che si chiama Francesca, e io, che mi chiamo Paolo, e l'Irma ha detto che le faceva un po' male la pancia, e io, che avevo appena presentato, al Salone del libro di Torino, La piccola Battaglia portatile, le ho detto "Mangia un po' di patatine". "Perché?" mi ha chiesto lei. "Non ti ricordi - le ho detto io - quando eri piccola, che avevi 5 anni, una volta mi hai detto 'Ho mal di pancia non avresti un po' di patatine?'. 'Patatine con il mal di pancia?' ti ho chiesto io. 'Sono l'unica cosa che me lo fa passare', mi hai detto tu", ho detto all'Irma l'altro giorno alla fermata dell'autobus, e lei ha sorriso, e sua mamma ha sorriso, e io ho sorriso, e era una storia che conoscevamo già, tutti e tre, e ripetercela è stato bello, l'altro giorno, alla fermata dell'autobus. E mi piace ripetere qui delle cose che ho detto tante volte su un romanzo di Tolstoj che si intitola Chadzi-Murat e non è un romanzo tanto conosciuto, chissà perché. Viktor Sklovksij ha scritto: "Fra le grandi opere di Tolstoj ce n'è una grandissima. Chadzi-Murat”. Tolstoj, se penso a lui, mi viene in mente una cosa che Turgenev fa dire al protagonista di Padri e figli, Bazarov, un giovane medico che non riconosce nessuna autorità, e i vecchi, i rappresentanti della generazione dei padri, gli rimproverano di non mostrare nessuna ammirazione per quello che è russo e per i russi in generale, e Bazarov risponde che dei russi a lui piace la pessima opinione che hanno di sé stessi. Ecco, se questa è la principale caratteristica dei russi, avere di se stessi una pessima opinione, a leggere i diari di Tolstoj, nei quali Tolstoj scrive di essere vanitoso, orgoglioso, pigro, apatico, affettato, bugiardo, instabile, indeciso, imitativo, codardo, vittima dello spirito di contraddizione, troppo sicuro di sé, voluttuoso e di avere la passione per il gioco, a leggere queste cose vien da pensare che Tolstoj sia forse il più russo tra tutti i russi che son venuti al mondo. In questo senso, Chadii-Murat è impressionante. Il personaggio che dà il titolo al libro, Chadzi-Murat, è il braccio destro del capo dei ceceni che si ribellano ai russi, Samil. Il romanzo comincia in un momento che Chadzi-Murat ha litigato con Samil e ha deciso di passare con il nemico, i russi. E si trova nella saclia (che significa 'casa') di un ceceno, Sado, che ospita Chadzi-Murat durante la sua fuga, e in questa prima scena il figlio di Sado, un ragazzo sui 15 anni con splendenti occhi neri, come mirtilli, guarda incantato Chadzi-Murat, come se fosse un eroe. Nel capitolo XV, dopo che Chadzi-Murat si è consegnato ai russi, compare lo zar, Nicola I, che continuamente pensa di sé, "Cosa sarebbe la Russia, senza di me?'; e che ordina una rappresaglia contro i ceceni. Nel capitolo dopo Tolstoj ci fa vedere il saccheggio dei russi in un villaggio ceceno, che deriva da questo ordine, e in quello dopo si legge: "Il villaggio saccheggiato era lo stesso villaggio nel quale Chadzi-Murat aveva trascorso la notte precedente il suo passaggio ai russi". Sado, presso il quale si era fermato Chadzi-Murat era fuggito con la famiglia sulle montagne appena i russi si erano avvicinati. Tornato al villaggio, aveva trovato la sua saclia distrutta: il tetto era sfondato, e la porta e le colonnine della piccola loggia bruciati, e l'interno tutto sottosopra. Suo figlio, quel bel ragazzino con gli occhi splendenti che guardava entusiasta Chadzi-Murat, era stato portato morto in moschea su un cavallo coperto da un mantello di feltro. Era stato colpito da una baionettata alla schiena. La donna austera che aveva servito Chadzi-Murat quando era stato lì, ospite; adesso, con la camicia strappata sul petto a scoprirle il vecchio seno avvizzito, coi capelli sciolti, stava di fronte al figlio e si graffiava a sangue il volto e non smetteva di piangere a dirotto. Sado, con pala e piccone, era uscito con i parenti a scavare la tomba al figlio. Il vecchio nonno sedeva appoggiato alla parete distrutta della saclia e, incidendo un bastoncino, guardava fisso davanti a sé. Era appena tornato dai suoi alveari. Lassù due covoni di fieno erano stati bruciati: erano stati spezzati e bruciati gli alberi di albicocche e di ciliegie che egli stesso aveva piantato e che eran cresciuti, e, soprattutto, erano stati bruciati tutti gli alveari e le api. I pianti delle donne si sentivano in tutte le case e nella piazza dove erano stati portati altri due corpi. I bambini piccoli piangevano insieme alle madri. Si lamentava anche il bestiame affamato, al quale non c'era niente da dare. I bambini grandi non giocavano, ma con occhi impauriti guardavano gli adulti. La fontana era stata imbrattata, evidentemente apposta, tanto che non si poteva prenderne acqua. Era stata imbrattata anche la moschea, e il mullah con i suoi aiutanti la stava pulendo. Gli anziani si erano raccolti sulla piazza e, seduti sui talloni, ragionavano sulla situazione. Di odio per i russi nessuno parlava. Il sentimento che provavano tutti i ceceni, dal più piccolo al più grande, era più forte dell'odio. Non era odio, era il non riconoscere a questi cani russi lo status di uomini, e un disgusto tale, una ripugnanza e un imbarazzo tali di fronte alla crudeltà insensata di questi esseri, che il desiderio di sterminarli, così come il desiderio di sterminare i topi, i ragni velenosi o i lupi, era tanto naturale quanto l'istinto di conservazione. Come dev'essere stato doloroso, per un russo così russo come Tolstoj, accorgersi che c'eran dei posti nel mondo dove il desiderio di sterminare i russi, così come quello di sterminare i topi, i ragni velenosi o i lupi, era tanto naturale come l'istinto di conservazione. E che forza c'è voluta, dopo essersene accorto, per raccontare questa storia così come l'ha raccontata.

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