Sopra. Immagine pervenutami dalla carissima amica Agnese A.
“Nel bosco torniamo a casa”, testo di Stefano Mancuso – mio
concittadino, scienziato e saggista, neurobiologo vegetale di fama mondiale –
tratto dalla prefazione al volume “Chiedilo agli alberi” di Guidalberto
Bormolini riportato sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica”
del 17 di maggio 2026: C’è un silenzio particolare che si trova solo nel
cuore di una foresta, un silenzio non fatto di assenza di suono, ma di
pienezza. Una quiete vibrante intessuta nel fruscio delle fronde, nel battito
impercettibile della crescita, nel respiro di moltitudini invisibili. Quando si
entra in un bosco, o anche quando ci fermiamo ad ammirare il piccolo giardino
che cresce sul nostro balcone, accade dentro di noi qualcosa che precede il
pensiero razionale. Sentiamo, con certezza, di essere tornati a casa. È l'eco
di una verità biologica fondamentale che la scienza, non da molti anni, sta
iniziando finalmente a decifrare. Per la quasi totalità della nostra storia
evolutiva, l'essere umano non si è limitato a vivere nella natura; è stato
natura. I nostri sensi, il nostro metabolismo, i ritmi del nostro cuore e le
architetture della nostra mente si sono forgiati in risposta al sole, al vento,
agli alberi e ai cicli delle stagioni. Soltanto da un battito di ciglia della
nostra storia evolutiva ci siamo rinchiusi in scatole di cemento e vetro,
circondati da luci artificiali e aria condizionata, illudendoci che questo
distacco non avrebbe avuto conseguenze. Tuttavia, il prezzo esiste e lo
paghiamo in termini di stress cronico, ansia, di un sistema immunitario sempre
più fragile. La soluzione sta proprio in quel mondo verde da cui ci siamo
allontanati, e a cui dovremmo al più presto riavvicinarci, ristabilendo con
esso una corretta relazione. Quando studiamo la composizione chimica dell'aria
presente in una foresta, rimaniamo stupiti dalla complessità e dal numero delle
molecole di origine vegetale presenti. Ogni albero, ogni arbusto, ogni singolo
filo d'erba produce innumerevoli composti volatili che vengono emessi nell'aria
e trasportano messaggi per le altre piante. Questa miscela di elementi
volatili, a cui vivendo in ambiente urbano non siamo più abituati, era un tempo
l'unica aria che l'essere umano respirava. Una miscela complessa che agisce
oggi come un vero e proprio elisir. Nelle foreste del Giappone, dove la pratica
del passare alcune ore nei boschi a scopi terapeutici è codificata nella
pratica dello Shinrin-yoku o 'bagno nella foresta', queste miscele di composti
volatili emesse dalle piante sono molto studiate. E qui i ricercatori hanno
svelato che questo dialogo molecolare segreto tra gli alberi ha effetti
benefici importanti sul nostro organismo. Quando camminiamo tra gli alberi
inspirando queste molecole, il nostro corpo risponde come al richiamo di un
antico alleato. Si tratta di una cura (in Giappone il bagno nella foresta viene
prescritto nelle ricette mediche) che assumiamo attraverso il respiro. Non
serve ingerire nulla, non serve fare sforzi; basta essere lì, immersi
nell'atmosfera del bosco, perché il nostro corpo ne tragga un beneficio
duraturo. Ma la cura non passa solo attraverso i polmoni; passa anche
attraverso gli occhi. C'è una geometria nella natura, una complessità nei rami
di un albero o nelle nervature di una foglia, che il nostro cervello riconosce
non soltanto come bella, ma anche come sicura. Negli anni Ottanta, quasi per
caso, si scoprì che la semplice vista di qualche albero attraverso la finestra
di un ospedale poteva cambiare il destino di un paziente chirurgico. Chi aveva
la fortuna di osservare degli alberi - anche soltanto attraverso le finestre -
guariva prima, soffriva meno, richiedeva meno farmaci e consumava meno
analgesici rispetto a chi non aveva questa possibilità. La miriade di studi che
dagli anni Ottanta dello scorso secolo hanno dimostrato, senza ombra di dubbio,
l'efficacia terapeutica della semplice visione delle piante hanno rivelato una
straordinaria caratteristica della nostra fisiologia: la bellezza della natura
non è una semplice esperienza estetica superficiale, ma un interruttore
biologico che spegne l'allarme del dolore e attiva le risorse profonde
necessarie alla guarigione. Le piante, anche quelle che teniamo negli angoli
più nascosti delle nostre stanze, lavorano silenziosamente per la nostra
salute, non solo rimuovendo dall'aria i veleni invisibili che i nostri edifici
esalano, ma modificando la nostra percezione, aiutandola, grazie alla visione
del bello che offrono al nostro sguardo stanco. Ed è proprio la stanchezza,
l'affaticamento delle nostre menti un altro ambito in cui l'azione delle piante
e degli ambienti naturali offre un aiuto importante. Viviamo in un'epoca di
attenzione frammentata, infastiditi da notifiche, messaggi e richieste
incessanti che consumano ogni nostra abilità cognitiva soprattutto per quanto
riguarda la cosiddetta attenzione diretta, ossia quella che usiamo per lavorare
e risolvere problemi. Passare del tempo in un ambiente naturale non richiede
alcuno sforzo di elaborazione cognitiva. Il movimento delle nuvole,
l'ondeggiare dell'erba, i colori delle chiome degli alberi o la forma di un
fiore catturano la nostra attenzione senza richiedere alcuno sforzo. In questa
contemplazione senza sforzo, il nostro cervello può finalmente riposare e
rigenerarsi. Immergersi nel verde non è tempo perso; è il tempo necessario ad affinare
la mente. È come se il cervello trovasse nella natura la sua condizione
originaria, riportandoci a uno stato di calma vigile che è la nostra condizione
naturale.
“Gli tsunami che ancora non vediamo”, testo della intervista di
Zita Dazzi alla scrittrice Tara Menon pubblicata sul settimanale “il Venerdì di
Repubblica” del 22 di maggio 2026: (…). Tara Menon, lei insegna
letteratura inglese, ma mostra una grande competenza scientifica nella
descrizione del territorio devastato dallo tsunami. Come mai? «I miei genitori mi hanno trasmesso l'amore
per la natura, portando me e mio fratello fin da piccoli a fare tantissimi
viaggi in luoghi esotici e selvaggi. Con loro abbiamo conosciuto tutto il
Sud-est asiatico, visitando le foreste pluviali, le spiagge, le montagne
dall'Indonesia alla Thailandia. Siamo stati a fare safari in Sudafrica, nella
giungla indiana, sui reef dell'oceano».
(…). Qualche vicenda personale l'ha ispirata per i due tempi di
questa storia (“Vita sommersa”, edito da Feltrinelli n.d.r.)
ambientata in Thailandia nel 2004 e a New York nel 2012? «No, è pura fiction,
non ho amiche morte nello tsunami. Ma quando avvenne avevo 16 anni ed ero a
Singapore. Fu un evento che sconvolse tutti in quella parte del mondo. Ho amici
ed ex compagni di scuola che hanno perso parenti, ho incontrato una ragazza che
ha visto morire la sua migliore amica. Ero a New York quando ci fu l'uragano
Sandy. E quando ho letto “La grande cecità. Il cambiamento climatico e
l'impensabile” di Amitav Gosh, ho trovato fantastica l'idea di una fiction a
sfondo ecologico e ambientale. Penso che la crisi climatica sia il problema
principale del mondo contemporaneo, ma la gente non se ne rende conto. Ha
coscienza solo delle catastrofi vicine a casa propria. Gli incendi di Los
Angeles, per esempio, non hanno fatto aumentare la consapevolezza generale
degli americani della deriva nella quale siamo immersi».
Il suo romanzo racconta una grande amicizia al femminile, un po'
come nei libri di Elena Ferrante, ma gronda anche empatia per le piante e gli
animali, in particolare per quelli marini. «Non ho animali domestici, ma sono
sempre stata affascinata dalla vita animale. Ho avuto esperienze in ambienti
naturali incredibili, fra tigri ed elefanti, e poi sott'acqua, fra le mante,
che sono pesci portentosi, estremamente intelligenti e sensibili, giocosi e
socievoli. Ho dato loro grande spazio nel romanzo perché poche persone hanno la
fortuna di immergersi per andare a conoscere queste creature meravigliose. Di
alcune specie, come gli elefanti e i gorilla, ci sono molte narrazioni, mentre
la vita sottomarina è meno conosciuta. Ho una profonda compassione per gli animali,
mi domando fino a quando potranno vivere nel loro habitat naturale, la natura
selvaggia».
Lei sarà a Milano per il Festival Pianeta il 5 giugno, Giornata
Mondiale dell'Ambiente. Ma oggi, come lei scrive, sembra che la natura assista
crudelmente alla devastazione che travolge l'uomo, ignaro delle conseguenze dei
suoi comportamenti scellerati. «Mi spaventa il fatto che la gente non riconosca
la gravità della crisi climatica, nessuno sta facendo niente di efficace per
invertire la rotta. Di fronte a uragani, incendi e alle altre notizie
catastrofiche che continuano ad arrivare, sembra che nessuno si muova. Quando
c'è una catastrofe ambientale, chi abita in quel luogo scappa per qualche
settimana, ma poi torna e ricomincia a fare la vita di sempre, ignorando il
tema generale e le sue cause».
Anche le guerre in corso hanno spaventosi effetti sulla natura.
«Non so se riesco a trovare parole abbastanza forti per esprimere tutta mia
repulsione per i conflitti in corso, guerre sanguinose e inutili, dall'Iran a
Gaza. Il principale motivo di angoscia è la perdita di vite umane, la strage
dei civili coinvolti in questa spirale di violenza senza fine. Questo è il tema
moralmente più impattante per me. Ma certo, c'è anche un problema ambientale
legato alle guerre, con tutti questi razzi e oggetti infuocati che esplodono e
devastano i territori interessati. Avremo danni negli anni a venire, la scia di
morte della guerra durerà nel tempo: questo è un ulteriore motivo di ansia per
me!».
Lei è una giovane scrittrice sensibile alla causa ambientale,
diversamente dagli uomini - in genere anziani - che governano il mondo e si
disinteressano del cambiamento climatico. «Chi esercita il potere nel mondo
odierno è alla fine della sua vita, non sarà qui fra venti o trent'anni, quando
vedremo ancora meglio i risultati di queste politiche scellerate che
distruggono il pianeta, quando le catastrofi produrranno effetti sull'esistenza
di ciascuno di noi. Pensano solo al loro interesse immediato, ai risultati
finanziari di breve periodo, come sempre avviene nel sistema capitalistico.
Manca una visione a lungo termine, nessuno si domanda quale sarà l'impatto
dello sfruttamento selvaggio dell'ambiente».
Ci sarà una via d'uscita? «Io a volte sono molto pessimista e
vedo la situazione così drammatica che perdo la speranza. Altri giorni cerco di
avere fiducia nel fatto che la gente comune e i popoli stiano facendo qualche
riflessione. Vedo che qualcuno si mobilita e penso che questo possa influenzare
i politici. Ma la questione va affrontata a livello globale, perché nessuno
Stato individualmente potrà risolvere il problema collettivo. Certo, è
angosciante vedere l'immobilismo dell'America, lo stato più potente a livello
mondiale, che potrebbe fare la differenza adottando politiche per ridurre il
cambiamento climatico, e che invece non fa niente. Anzi crea danni continui con
le sue guerre senza fine e senza senso».
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