“Gli ultimi della classe” di Deborah Ameri: La Generazione
Z potrebbe essere la prima della storia ad avere un quoziente intellettivo
inferiore a quello dimostrato dalla precedente. Il declino, misurato con alcuni
esperimenti, è di 2-4 punti. Lo ha sostenuto, di fronte a un Congresso
americano attonito, il neuroscienziato Jared Horvath: sottolineando
l'inversione di tendenza rispetto all'Effetto Flynn (che per oltre un secolo ha
visto i punteggi dei test del Qi aumentare costantemente di circa 3 punti per
decennio) ha aperto un grande dibattito tra esperti e addetti ai lavori. Ma che
cosa è successo davvero alla Gen Z? Di certo c'è che mentre i nati dal 1997 al
2012 crescevano, attorno a loro si diffondevano capillarmente smartphone,
tablet e social network. «C'è sicuramente una correlazione tra il loro utilizzo,
la salute mentale e la diminuzione delle capacità cognitive dei giovani, ma gli
studi condotti finora non hanno ancora stabilito con certezza piena il rapporto
di causa-effetto», spiega Giuseppe Riva, docente e direttore dello Human Technology
Lab dell'Università Cattolica di Milano e autore del saggio “Crescere connessi”
(il Mulino). Significa che altri fattori potrebbero incidere sul presunto istupidimento
(in inglese brain rot), per esempio l'incertezza economica iniziata con la
crisi del 2008 e l'emergenza ambientale. Da anni, però, i social sono i maggiori
imputati. Perché espongono gli adolescenti anche a cyberbullismo, pornografia,
violenza e molestie online. L'Australia è stato il primo Paese al mondo a
vietarli ai minori di 16 anni. Era il dicembre 2025 e di lì a poco altri Stati,
come l'Indonesia, hanno seguito il suo esempio, in alcuni casi abbassando la
soglia ai 13 (Portogallo), ai 14 (Germania) o ai 15 anni (Francia, Grecia e
Turchia). Ma sono tanti altri i Governi che, in modo bipartisan - vedi Italia,
Spagna, Norvegia e Danimarca - stanno studiando un bando simile. E di
conseguenza se ne sta ragionando anche a livello europeo. «Proteggere i bambini
nel mondo digitale è un dovere, esattamente come avviene nella vita reale», ha
detto la presidente della Commissione Ursula von der Leyen annunciando una app
europea per la verifica dell'età che diventerà necessaria per accedere ad
alcune piattaforme. Questo intervento viene giustificato dai dati. La
penetrazione dei social è impressionante: in tutto il mondo il 95% degli adolescenti
ne usa almeno uno e il 36% ammette di utilizzarli quasi costantemente. Secondo
Save the Children, nonostante il limite teorico (già esistente ma facilmente
aggirabile) dei 13 o 14 anni per accedervi, il 40% dei bambini tra gli 8 e i 12
anni li consulta regolarmente. L'Italia ha un piccolo primato: la
partecipazione ai social dei giovani tra i 16 e i 29 anni è una delle più basse
dell'Unione Europea pari all'8o% contro la media dell'89%. Resta comunque una
percentuale altissima. Contemporaneamente, tra gli adolescenti si registra un
aumento del 20% di problemi legati ad ansia e depressione (secondo un rapporto
Ocse). «I social allargano il contesto di confronto. Se prima c'era solo la
classe scolastica come termine di paragone, adesso ci sono migliaia di persone
che si mostrano tutte belle e felici. I ragazzi si convincono che quella sia la
realtà», continua Riva. «Negli adolescenti le aree del cervello deputate alle
scelte e al controllo degli impulsi non sono ancora del tutto sviluppate». Il
bando totale dalle piattaforme è fondamentale per lo psicologo americano
Jonathan Haidt, autore di “La generazione ansiosa” (Rizzoli). Uno dei pochi che
si schiera senza mezzi termini: «La causalità tra social media e declino
cognitivo è provata in modo schiacciante, smettiamo di dire che ci sia solo una
correlazione», ha dichiarato al New York Times. «Sono sicuro al 99,9% che
stiano danneggiando milioni di ragazzi». In un intervento al podcast Diary of a
Geo, Haidt ha puntato il dito soprattutto contro TikTok che, con i suoi video
cortissimi, sarebbe in grado di azzerare la capacità di attenzione e causare un
calo del 40% dell'accuratezza della memoria. Ad approvare il bando australiano
è anche la psicologa Jean Twenge. Proprio lei, nel 2017, con l'articolo “Gli
smartphone hanno distrutto una generazione?” pubblicato sull'Atlantic, aveva
dato il via al dibattito. Molti altri esperti, però, sono scettici. «Il solo
divieto potrebbe anche essere un boomerang», spiega Margarita Panayiotou,
docente di Psicologia dell'Università di Manchester, specializzata in studi su
social media e adolescenza: «Le evidenze attuali non supportano il bando basato
sull'età come soluzione efficace. C'è inoltre il rischio che i divieti
trascurino il ruolo che queste piattaforme svolgono nella connessione, nello
sviluppo dell'identità e nel supporto, soprattutto per i giovani più isolati».
Ciò che manca davvero è l'educazione digitale, osserva Panayiotou. Riva è
d'accordo: «Parlare di bando è più facile, ma servono le competenze, i ragazzi
devono sapere come usare i social. A Verbania, per esempio, le istituzioni
hanno creato un patentino per smartphone che i giovani possono conseguire
tramite la scuola. Sta funzionando bene». Un modello che è stato esportato
anche in altre regioni e ha già formato oltre 20mila ragazzi. Ma anche Big Tech
deve fare la sua parte: «Le piattaforme dovrebbero vigilare su cosa
raccomandano, cosa rimuovono e cosa lasciano circolare», chiarisce Elisa
Serafinelli, docente di Media digitali e Comunicazione all'università di Manchester.
«Le politiche dei Paesi dovrebbero concentrarsi molto di più sulla sicurezza by
design (piattaforme già progettate per essere safe), prevedere interventi
mirati invece che universali e imporre obblighi di trasparenza e responsabilità
alle società tecnologiche». E i genitori? Dovrebbero smetterla di concentrarsi
esclusivamente sullo screen time, raccomandano gli esperti. Secondo Panayiotou
il tempo trascorso online è una misura molto limitata perché non aiuta a capire
dove navigano e cosa fanno i ragazzi, né il modo in cui queste esperienze li influenzano.
«C'è una grande differenza tra uso attivo e passivo, abituale e compulsivo, tra
un coinvolgimento normale e problematico», distingue Serafinelli. «Per questo,
la metrica più utile non è la durata in sé, ma una combinazione di fattori:
modalità d'uso, esperienza emotiva, design della piattaforma e segnali di interferenza
con la vita quotidiana». «Se i social impattano sul comportamento abituale, se
i ragazzi si chiudono in casa o non dormono a sufficienza perché incollati a
uno schermo, allora serve intervenire», conclude Riva. Si potrebbe cominciare
con la firma di un contratto (l'esperto lo ha stilato nel libro) che stabilisce
regole e doveri precisi, per genitori e figli: «Il trucco che funziona, e lo
dico anche da padre, è definire le regole fin da subito. Per esempio, già
quando si decide di regalare il primo smartphone».
“Dumb Economy. Chi
guadagna sull’ignoranza?”, testo di Gabriele Rosana: «It's the
economy, stupid!». Nel 1992, James Carville, stratega politico di Bill Clinton,
sintetizzò in una battuta la ricetta per vincere le elezioni. Quasi 35 anni
dopo, quella formula funziona ancora. Ma l'economia che orienta il
comportamento si è estesa a nuovi orizzonti, oltre redditi, salari e
inflazione, fino a catturare l'attenzione, il Sacro Graal di un mondo
iperconnesso. Brand, piattaforme e politica competono per la stessa scarsa
risorsa: il tempo mentale. Lo fannoaccorciando il percorso tra
desiderio e azione impulsiva, creando un ponte diretto tra la curiosità e un
semplice clic. E, di fatto, rendono più conveniente pensare meno. La soglia di
attenzione, dopotutto, è un bene di cui c'è scarsa disponibilità, e catturarla
è il vero vantaggio competitivo, soprattutto in anni che hanno visto il tempo
trascorso davanti agli schermi passare dalle nove ore in media del 2012 alle 11
del 2019. Tra film e serie tv - ha raccontato in una recente intervista
l'attore e produttore americano Matt Damon -, si è diffusa la necessità di
riproporre a breve distanza i principali sviluppi della trama per assicurarsi
di intercettare spettatori che quasi certamente hanno lo smartphone in mano. E
anche i bestseller si stanno adattando: i libri in cima alle classifiche delle
vendite si sono ristretti di una cinquantina di pagine nell'ultimo decennio. Le
aziende, da parte loro, ottimizzano messaggi, prodotti e interfacce per
consumatori stanchi, distratti e cognitivamente sovraccarichi: Ryanair ha
trasformato la sua presenza virtuale in un meme permanente fra tormentoni virali
e autoironia, mentre Duolingo ha convertito l'apprendimento linguistico
fai-da-te in intrattenimento. La politica non è da meno: le lunghe sessioni
parlamentari si sono ristrette in decontestualizzate clip di pochi secondi più
per surfare il web che per argomentare. Secondo Tristan Harris, cofondatore
negli Stati Uniti del Center for Humane Technology, impegnato nella creazione
di un'etica online, «già ai tempi della radio o della televisione esisteva una
corsa per conquistare la nostra attenzione, ed era un gioco a somma zero. Oggi
però lo percepiamo molto di più, perché passiamo sempre più tempo davanti agli
schermi e ci sono innumerevoli realtà che gareggiano per catturare il nostro
interesse. Da un'app di meditazione al New York Times, fino a Facebook: tutti
competono per la stessa valuta, che è l'attenzione». Gli spot pubblicitari sono
nati con l'intento di catturarla e addomesticarla, optando per contenuti sempre
più brevi e capaci di generare un maxi-ritorno. Durante il Super Bowl, ad
esempio, per uno spot di 30 secondi la spesa è aumentata vertiginosamente:
quattro anni fa era poco più di 2 milioni di dollari, oggi si sono raggiunti
gli 8. Dal carrello online con le raccomandazioni alle pubblicità mirate su
Instagram, fino alle funzioni "shopping" di TikTok e a quelle
integrate nei modelli di intelligenza artificiale, i consigli d'acquisto
personalizzati proposti dall'algoritmo partono da presupposti di efficienza. Ma
il rischio, oltre all'appiattimento e al conformismo, è incorrere nell'«eccesso
di delega»: si appalta all'esterno ogni decisione e «ci si disallena alla
responsabilità», spiega Paolo Guenzi, docente dell'Università Bocconi e autore
di “Marketing dell'Ignoranza”, edito da Egea. Guenzi la chiama "l'amazonizzazione
delle aspettative". «La velocità è positiva, come dimostra il caso degli
ordini in un clic su Amazon. Ma se si traduce in fretta diventa
contro-producente: la maggior parte dei consumatori si è abituata a non
ragionare, a non approfondire, a non confrontarsi, a non esercitare spirito
critico che richiede anzitutto tempo, fatica e competenze». Il paradosso è che,
«alla ricerca di una vita più comoda, in realtà finiamo per non avere più una
vita». O quasi. Dalle preferenze d'acquisto alle relazioni sociali:
l'immancabile inoltro su WhatsApp di catene di testo o immagini fatte in serie
nelle occasioni di festa «è il simbolo della cultura estrema della delega», per
di più «in un'occasione simbolicamente importante». Ma chi approfitta di una
società che ha rinunciato alla complessità? «Anzitutto chi è spregiudicato e
senza scrupoli, perché ha davanti a sé soggetti con meno anticorpi e meno capacità
di giudizio, e ciò vale in ambito politico sia aziendale», afferma Guenzi. Poi
ci sono i brand «che in un mondo razionale non sarebbero competitivi e che
guadagnano proprio dalla banalizzazione. Insomma, chi ha meno cose da dire, le
dice con i tempi e i modi più coerenti con l'attenzione della gran parte del
proprio pubblico». Non è una novità: credulità e incompetenza «sono sempre
esistite, ma internet le ha rese molto più visibili», spiega a “d” David
Dunning, psicologo americano dell'Università del Michigan che, insieme al
collega Justin Kruger, nel 1999 teorizzò quello che sarebbe diventato
conosciuto a livello plantario come l'effetto Dunning-Kruger: la distorsione
cognitiva per cui chi ha poche competenze tende a sovrastimarsi. Una delle
condizioni più frequenti, cioè, nella sfera online, che fornisce un'infrastruttura
potentissima per esprimersi e condividere assunti ben oltre le proprie
capacità, spesso senza gli strumenti per rendersene conto. «Mai prima d'ora
abbiamo avuto così tante informazioni disponibili. Ma la loro qualità è
incredibilmente disomogenea». L'economia dell'attenzione ha reso «più facile informarsi,
e più probabile essere disinformati o manipolati» poiché in rete «sono le
emozioni divisive, o quelle che favoriscono il conflitto, a prevalere», prosegue
Dunning. Gli algoritmi premiano i contenuti che creano contrapposizione anziché
dibattito. Uno studio del Massachusetts Institute of Technology, ad esempio, ha
evidenziato che i post politici sensazionalistici, faziosi o incendiari hanno
il 70% in più di probabilità di essere rilanciati e diventare virali rispetto a
quelli sobri e neutrali. Ne risentono la vita pubblica e la democrazia, certo,
ma non solo. Mentre vari governi valutano di limitare l'accesso ai social per i
minori, uno studio condotto qualche mese fa per il ministero delle Finanze
francese ha stimato che, nel prossimo trentennio, un declino delle capacità
cognitive potrebbe ridurre la crescita d'Oltralpe di circa il 2%. Alla lunga,
anche la stessa economia che cavalca l'ultrasemplificazione per aumentare le
reazioni, pagherebbe il costo della disattenzione strutturale.
N.d.r. I testi sopra riportati sono stati pubblicati sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 9 di maggio 2026.

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