"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 22 maggio 2026

Cosedettecosì. 28 Paolo Guenzi: «Alla ricerca di una vita più comoda, in realtà finiamo per non avere più una vita».


“Gli ultimi della classe” di Deborah Ameri: La Generazione Z potrebbe essere la prima della storia ad avere un quoziente intellettivo inferiore a quello dimostrato dalla precedente. Il declino, misurato con alcuni esperimenti, è di 2-4 punti. Lo ha sostenuto, di fronte a un Congresso americano attonito, il neuroscienziato Jared Horvath: sottolineando l'inversione di tendenza rispetto all'Effetto Flynn (che per oltre un secolo ha visto i punteggi dei test del Qi aumentare costantemente di circa 3 punti per decennio) ha aperto un grande dibattito tra esperti e addetti ai lavori. Ma che cosa è successo davvero alla Gen Z? Di certo c'è che mentre i nati dal 1997 al 2012 crescevano, attorno a loro si diffondevano capillarmente smartphone, tablet e social network. «C'è sicuramente una correlazione tra il loro utilizzo, la salute mentale e la diminuzione delle capacità cognitive dei giovani, ma gli studi condotti finora non hanno ancora stabilito con certezza piena il rapporto di causa-effetto», spiega Giuseppe Riva, docente e direttore dello Human Technology Lab dell'Università Cattolica di Milano e autore del saggio “Crescere connessi” (il Mulino). Significa che altri fattori potrebbero incidere sul presunto istupidimento (in inglese brain rot), per esempio l'incertezza economica iniziata con la crisi del 2008 e l'emergenza ambientale. Da anni, però, i social sono i maggiori imputati. Perché espongono gli adolescenti anche a cyberbullismo, pornografia, violenza e molestie online. L'Australia è stato il primo Paese al mondo a vietarli ai minori di 16 anni. Era il dicembre 2025 e di lì a poco altri Stati, come l'Indonesia, hanno seguito il suo esempio, in alcuni casi abbassando la soglia ai 13 (Portogallo), ai 14 (Germania) o ai 15 anni (Francia, Grecia e Turchia). Ma sono tanti altri i Governi che, in modo bipartisan - vedi Italia, Spagna, Norvegia e Danimarca - stanno studiando un bando simile. E di conseguenza se ne sta ragionando anche a livello europeo. «Proteggere i bambini nel mondo digitale è un dovere, esattamente come avviene nella vita reale», ha detto la presidente della Commissione Ursula von der Leyen annunciando una app europea per la verifica dell'età che diventerà necessaria per accedere ad alcune piattaforme. Questo intervento viene giustificato dai dati. La penetrazione dei social è impressionante: in tutto il mondo il 95% degli adolescenti ne usa almeno uno e il 36% ammette di utilizzarli quasi costantemente. Secondo Save the Children, nonostante il limite teorico (già esistente ma facilmente aggirabile) dei 13 o 14 anni per accedervi, il 40% dei bambini tra gli 8 e i 12 anni li consulta regolarmente. L'Italia ha un piccolo primato: la partecipazione ai social dei giovani tra i 16 e i 29 anni è una delle più basse dell'Unione Europea pari all'8o% contro la media dell'89%. Resta comunque una percentuale altissima. Contemporaneamente, tra gli adolescenti si registra un aumento del 20% di problemi legati ad ansia e depressione (secondo un rapporto Ocse). «I social allargano il contesto di confronto. Se prima c'era solo la classe scolastica come termine di paragone, adesso ci sono migliaia di persone che si mostrano tutte belle e felici. I ragazzi si convincono che quella sia la realtà», continua Riva. «Negli adolescenti le aree del cervello deputate alle scelte e al controllo degli impulsi non sono ancora del tutto sviluppate». Il bando totale dalle piattaforme è fondamentale per lo psicologo americano Jonathan Haidt, autore di “La generazione ansiosa” (Rizzoli). Uno dei pochi che si schiera senza mezzi termini: «La causalità tra social media e declino cognitivo è provata in modo schiacciante, smettiamo di dire che ci sia solo una correlazione», ha dichiarato al New York Times. «Sono sicuro al 99,9% che stiano danneggiando milioni di ragazzi». In un intervento al podcast Diary of a Geo, Haidt ha puntato il dito soprattutto contro TikTok che, con i suoi video cortissimi, sarebbe in grado di azzerare la capacità di attenzione e causare un calo del 40% dell'accuratezza della memoria. Ad approvare il bando australiano è anche la psicologa Jean Twenge. Proprio lei, nel 2017, con l'articolo “Gli smartphone hanno distrutto una generazione?” pubblicato sull'Atlantic, aveva dato il via al dibattito. Molti altri esperti, però, sono scettici. «Il solo divieto potrebbe anche essere un boomerang», spiega Margarita Panayiotou, docente di Psicologia dell'Università di Manchester, specializzata in studi su social media e adolescenza: «Le evidenze attuali non supportano il bando basato sull'età come soluzione efficace. C'è inoltre il rischio che i divieti trascurino il ruolo che queste piattaforme svolgono nella connessione, nello sviluppo dell'identità e nel supporto, soprattutto per i giovani più isolati». Ciò che manca davvero è l'educazione digitale, osserva Panayiotou. Riva è d'accordo: «Parlare di bando è più facile, ma servono le competenze, i ragazzi devono sapere come usare i social. A Verbania, per esempio, le istituzioni hanno creato un patentino per smartphone che i giovani possono conseguire tramite la scuola. Sta funzionando bene». Un modello che è stato esportato anche in altre regioni e ha già formato oltre 20mila ragazzi. Ma anche Big Tech deve fare la sua parte: «Le piattaforme dovrebbero vigilare su cosa raccomandano, cosa rimuovono e cosa lasciano circolare», chiarisce Elisa Serafinelli, docente di Media digitali e Comunicazione all'università di Manchester. «Le politiche dei Paesi dovrebbero concentrarsi molto di più sulla sicurezza by design (piattaforme già progettate per essere safe), prevedere interventi mirati invece che universali e imporre obblighi di trasparenza e responsabilità alle società tecnologiche». E i genitori? Dovrebbero smetterla di concentrarsi esclusivamente sullo screen time, raccomandano gli esperti. Secondo Panayiotou il tempo trascorso online è una misura molto limitata perché non aiuta a capire dove navigano e cosa fanno i ragazzi, né il modo in cui queste esperienze li influenzano. «C'è una grande differenza tra uso attivo e passivo, abituale e compulsivo, tra un coinvolgimento normale e problematico», distingue Serafinelli. «Per questo, la metrica più utile non è la durata in sé, ma una combinazione di fattori: modalità d'uso, esperienza emotiva, design della piattaforma e segnali di interferenza con la vita quotidiana». «Se i social impattano sul comportamento abituale, se i ragazzi si chiudono in casa o non dormono a sufficienza perché incollati a uno schermo, allora serve intervenire», conclude Riva. Si potrebbe cominciare con la firma di un contratto (l'esperto lo ha stilato nel libro) che stabilisce regole e doveri precisi, per genitori e figli: «Il trucco che funziona, e lo dico anche da padre, è definire le regole fin da subito. Per esempio, già quando si decide di regalare il primo smartphone».

“Dumb Economy. Chi guadagna sull’ignoranza?”, testo di Gabriele Rosana: «It's the economy, stupid!». Nel 1992, James Carville, stratega politico di Bill Clinton, sintetizzò in una battuta la ricetta per vincere le elezioni. Quasi 35 anni dopo, quella formula funziona ancora. Ma l'economia che orienta il comportamento si è estesa a nuovi orizzonti, oltre redditi, salari e inflazione, fino a catturare l'attenzione, il Sacro Graal di un mondo iperconnesso. Brand, piattaforme e politica competono per la stessa scarsa risorsa: il tempo mentale. Lo fannoaccorciando il percorso tra desiderio e azione impulsiva, creando un ponte diretto tra la curiosità e un semplice clic. E, di fatto, rendono più conveniente pensare meno. La soglia di attenzione, dopotutto, è un bene di cui c'è scarsa disponibilità, e catturarla è il vero vantaggio competitivo, soprattutto in anni che hanno visto il tempo trascorso davanti agli schermi passare dalle nove ore in media del 2012 alle 11 del 2019. Tra film e serie tv - ha raccontato in una recente intervista l'attore e produttore americano Matt Damon -, si è diffusa la necessità di riproporre a breve distanza i principali sviluppi della trama per assicurarsi di intercettare spettatori che quasi certamente hanno lo smartphone in mano. E anche i bestseller si stanno adattando: i libri in cima alle classifiche delle vendite si sono ristretti di una cinquantina di pagine nell'ultimo decennio. Le aziende, da parte loro, ottimizzano messaggi, prodotti e interfacce per consumatori stanchi, distratti e cognitivamente sovraccarichi: Ryanair ha trasformato la sua presenza virtuale in un meme permanente fra tormentoni virali e autoironia, mentre Duolingo ha convertito l'apprendimento linguistico fai-da-te in intrattenimento. La politica non è da meno: le lunghe sessioni parlamentari si sono ristrette in decontestualizzate clip di pochi secondi più per surfare il web che per argomentare. Secondo Tristan Harris, cofondatore negli Stati Uniti del Center for Humane Technology, impegnato nella creazione di un'etica online, «già ai tempi della radio o della televisione esisteva una corsa per conquistare la nostra attenzione, ed era un gioco a somma zero. Oggi però lo percepiamo molto di più, perché passiamo sempre più tempo davanti agli schermi e ci sono innumerevoli realtà che gareggiano per catturare il nostro interesse. Da un'app di meditazione al New York Times, fino a Facebook: tutti competono per la stessa valuta, che è l'attenzione». Gli spot pubblicitari sono nati con l'intento di catturarla e addomesticarla, optando per contenuti sempre più brevi e capaci di generare un maxi-ritorno. Durante il Super Bowl, ad esempio, per uno spot di 30 secondi la spesa è aumentata vertiginosamente: quattro anni fa era poco più di 2 milioni di dollari, oggi si sono raggiunti gli 8. Dal carrello online con le raccomandazioni alle pubblicità mirate su Instagram, fino alle funzioni "shopping" di TikTok e a quelle integrate nei modelli di intelligenza artificiale, i consigli d'acquisto personalizzati proposti dall'algoritmo partono da presupposti di efficienza. Ma il rischio, oltre all'appiattimento e al conformismo, è incorrere nell'«eccesso di delega»: si appalta all'esterno ogni decisione e «ci si disallena alla responsabilità», spiega Paolo Guenzi, docente dell'Università Bocconi e autore di “Marketing dell'Ignoranza”, edito da Egea. Guenzi la chiama "l'amazonizzazione delle aspettative". «La velocità è positiva, come dimostra il caso degli ordini in un clic su Amazon. Ma se si traduce in fretta diventa contro-producente: la maggior parte dei consumatori si è abituata a non ragionare, a non approfondire, a non confrontarsi, a non esercitare spirito critico che richiede anzitutto tempo, fatica e competenze». Il paradosso è che, «alla ricerca di una vita più comoda, in realtà finiamo per non avere più una vita». O quasi. Dalle preferenze d'acquisto alle relazioni sociali: l'immancabile inoltro su WhatsApp di catene di testo o immagini fatte in serie nelle occasioni di festa «è il simbolo della cultura estrema della delega», per di più «in un'occasione simbolicamente importante». Ma chi approfitta di una società che ha rinunciato alla complessità? «Anzitutto chi è spregiudicato e senza scrupoli, perché ha davanti a sé soggetti con meno anticorpi e meno capacità di giudizio, e ciò vale in ambito politico sia aziendale», afferma Guenzi. Poi ci sono i brand «che in un mondo razionale non sarebbero competitivi e che guadagnano proprio dalla banalizzazione. Insomma, chi ha meno cose da dire, le dice con i tempi e i modi più coerenti con l'attenzione della gran parte del proprio pubblico». Non è una novità: credulità e incompetenza «sono sempre esistite, ma internet le ha rese molto più visibili», spiega a “d” David Dunning, psicologo americano dell'Università del Michigan che, insieme al collega Justin Kruger, nel 1999 teorizzò quello che sarebbe diventato conosciuto a livello plantario come l'effetto Dunning-Kruger: la distorsione cognitiva per cui chi ha poche competenze tende a sovrastimarsi. Una delle condizioni più frequenti, cioè, nella sfera online, che fornisce un'infrastruttura potentissima per esprimersi e condividere assunti ben oltre le proprie capacità, spesso senza gli strumenti per rendersene conto. «Mai prima d'ora abbiamo avuto così tante informazioni disponibili. Ma la loro qualità è incredibilmente disomogenea». L'economia dell'attenzione ha reso «più facile informarsi, e più probabile essere disinformati o manipolati» poiché in rete «sono le emozioni divisive, o quelle che favoriscono il conflitto, a prevalere», prosegue Dunning. Gli algoritmi premiano i contenuti che creano contrapposizione anziché dibattito. Uno studio del Massachusetts Institute of Technology, ad esempio, ha evidenziato che i post politici sensazionalistici, faziosi o incendiari hanno il 70% in più di probabilità di essere rilanciati e diventare virali rispetto a quelli sobri e neutrali. Ne risentono la vita pubblica e la democrazia, certo, ma non solo. Mentre vari governi valutano di limitare l'accesso ai social per i minori, uno studio condotto qualche mese fa per il ministero delle Finanze francese ha stimato che, nel prossimo trentennio, un declino delle capacità cognitive potrebbe ridurre la crescita d'Oltralpe di circa il 2%. Alla lunga, anche la stessa economia che cavalca l'ultrasemplificazione per aumentare le reazioni, pagherebbe il costo della disattenzione strutturale.

N.d.r. I testi sopra riportati sono stati pubblicati sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 9 di maggio 2026.

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