"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 2 giugno 2026

Doveravatetutti. 94 “Il 2 di giugno del ‘46”.


Partii per il Villaggio di N il 2 giugno. Ormai all'arsenale lo stato di cose era diventato una tale baraonda, che il menomo pretesto era sufficiente per ottenere una licenza. Il treno era sudicio e vuoto. Come mai, mi chiesi, se si eccettua quell'unica felice circostanza, tutti i miei ricordi di treni durante la guerra sono così penosi? Mentre viaggiavo verso il Villaggio di N, simultaneamente a ogni scossone della vettura subivo il tormento di un'ossessione patetica e puerile: ero risoluto a non ripartire senza aver baciato Sonoko. Il mio proposito, tuttavia, differiva da quel moto dell'animo colmo d'orgoglio che nasce quando lottiamo per attuare il nostro desiderio a dispetto della timidezza: avevo l'impressione di andar a rubare. Mi pareva di essere un pusillanime principiante nella carriera del malfattore, che il capobanda stesse costringendo a farsi ladro. La mia coscienza era pungolata dalla felicità di essere amato. O forse agognavo a qualche infelicità ancora più decisiva. (Tratto da “Confessioni di una maschera” – 1949 – di Yukio Mishima).

“La battaglia continua” di Rita Balestriero, “dialogo” tra Luciana Castellina e Rachele Scarpa (29 anni, eletta al Parlamento per il Partito democratico n.d.r.) riportato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 30 di maggio ultimo: (…). E allora torniamo a quel 2 giugno, lei aveva 16 anni, si stava avvicinando alla politica, al Partito Comunista. Luciana Castellina: «Mia nonna si alzò all'alba, si vestì elegante e si mise a sedere davanti alla porta di casa. Temeva che i miei la dimenticassero, non voleva perdere per nulla al mondo quell'evento. Ci ho ripensato spesso in questi giorni e sa cosa vorrei dire a lei e a tutte quelle donne in fila al seggio?».

Mi dica. LC: «Siete state le protagoniste dell'unica grande rivoluzione mondiale. Sono certa che nessuna, neppure la più visionaria, si sarebbe aspettata che quel voto scatenasse un cambiamento così profondo della società. Sì, c'è ancora strada da fare, ma quello che è successo ha superato senz'altro la loro fantasia e mi piacerebbe moltissimo che mia nonna lo sapesse».

Lei quando votò per la prima volta? LC: «A dire il vero non mi arrivò la scheda elettorale per un errore. Allora non era come adesso, non potevi fare il reclamo e risolvere velocemente. Mio padre lo prese come un affronto, si era convinto che fosse una strategia per togliere un voto al Pci e così lui, che era un liberale convinto, votò i comunisti al mio posto. Fui dispiaciuta, ma al tempo stesso molto contenta del suo gesto».

E lei, Rachele? Rachele Scarpa: «Il mio primo voto è stato alle elezioni regionali del Veneto nel 2015 (…): Luca Zaia contro Alessandra Moretti. Ero già in politica, molto attiva nel movimento studentesco, quindi rimasi parecchio male per la sconfitta schiacciante».

Luciana, per lei qual è stata la batosta più bruciante? LC: «Quella del '48, le prime elezioni della Repubblica. Vinse la Democrazia Cristiana e noi non ce lo aspettavamo. Fu molto più di un fallimento: l'Italia si spaccò in due, la divisione fu netta, io persi i miei amici di infanzia. Il giorno dopo, senza metterci d'accordo, tutti indossammo il distintivo del partito, come dire: ci siamo ancora, non molliamo».

In quelle elezioni l'Italia raggiunse l'affluenza record del 92%, due anni prima, il 2 giugno 1946, 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini erano andati a votare. Cifre che oggi sembrano impossibili. LC: «Non usi la parola astensionismo altrimenti mi arrabbio. Non è vero che i giovani si astengono, loro non votano perché non gliene frega niente di quello che si discute in Parlamento, ma non sono disinteressati alla politica. Al contrario. E infatti manifestano molto: a scuola, all'università, dappertutto. E questo dimostra che la società civile è rimasta largamente di sinistra».

Rachele, lei i ragazzi li frequenta spesso, che cosa dicono? RS: «Il punto è che non si sentono rappresentati dalle istituzioni, votare gli sembra inutile perché sanno che il potere oggi è concentrato nelle mani di pochi miliardari che decidono tutto, persino le guerre, nonostante i parlamenti, l'Onu, la Corte Penale Internazionale...».

LC: «Una volta c'erano i luoghi del potere, sapevi che chi decideva era lì e infatti per protestare andavi a occuparli. Oggi se vai in Senato trovi La Russa che racconta le barzellette».

E quindi che si fa? LC: «Bisogna ricostruire nuove forme di democrazia di base sul territorio, capaci di poter incidere sulla politica. Come diceva Lenin: "Anche le cuoche devono dirigere lo Stato". Ricominciamo dalle cuoche».

Mi faccia un esempio. LC: «Prenda la periferia romana, oggi è molto politicizzata grazie alla sperimentazione di nuove forme di gestione. Quarticciolo è il mio luogo guida: lì assemblee e comitati locali progettano interventi pubblici e gestiscono spazi sociali. Permettere alle persone di reimpadronirsi della società non significa voler abolire il Parlamento, ma poterlo condizionare attraverso l'espressione della democrazia».

A questo proposito, nel referendum costituzionale dello scorso marzo l'affluenza della fascia 18-28 anni, la Gen Z, è stata del 67%. Una grande sorpresa. RS: «Dopo il successo del No ho parlato con molte ragazze e ragazzi del movimento studentesco ed è emerso che quello di marzo è stato un voto in difesa della Costituzione, che viene percepita come sacra. In una scuola sempre più depauperata, è una delle poche cose che ancora si studia fin dalle elementari. Poi certo è stato anche un voto politico, contro il governo».

Lei Rachele si è fatta portavoce della battaglia per il voto dei fuori sede. RS: «È un tema che li ha appassionati tantissimo, in tanti si sono sentiti esclusi. D'altronde è arrivato un messaggio molto triste: se hai 400 euro da spendere per tornare in Sicilia, in Puglia o in Calabria... puoi votare, altrimenti rinuncia a esercitare il tuo diritto».

Ne “La scoperta del mondo” (nottetempo), il memoir basato sul diario che scrisse a partire dal 25 luglio I943, a un certo punto Castellina racconta del discorso che tenne Togliatti alla Conferenza Nazionale dei Giovani del maggio ‘47. Disse che era preoccupato perché i ragazzi non sapevano più sognare. RS: «Mi sembra una formula un po' retorica che si ripete sempre quando gli adulti parlano dei più giovani: svogliati, sdraiati, demotivati...».

LC: «Eppure fu proprio Togliatti a capire che non avrebbe potuto ricostruire il partito con gli esuli, ma che era necessario ripartire dai giovani, anche se i ventenni di allora avevano conosciuto solo il fascismo. Non è un caso che tre dei nuovi dirigenti - Pietro Ingrao, Mario Alicata, Carlo Lizzani - venivano dal Centro Sperimentale di Cinematografia a cui potevano accedere i vincitori dei Littoriali della cultura. Nel '33 iniziò a insegnare il famoso critico Rudolf Arnheim, scappato dalla Germania perché ebreo. Di nascosto mostrava agli studenti i film del “New Deal” americano: è così che scoprirono che la cultura antifascista poteva anche essere popolare».

E poi c'erano le donne del partito, come Teresa Mattei; eletta nella Costituente a 25 anni. A lei va il merito di aver dato un contributo determinante alla stesura dell'art. 3 che sancisce il principio fondamentale di uguaglianza e di pari dignità sociale. LC: «Teresa era molto simpatica, in gamba, ci siamo frequentate già grandi. Non era sola, per fortuna erano in tante così. Mi innervosisco sempre quando sento parlare delle partigiane con il fucile in mano. La cosa straordinaria che è accaduta è stata che le donne durante la guerra hanno scoperto una legittimazione civile, cominciando a organizzarsi, facendo tutto quello che non era militare. C'è una bella espressione dello storico Roberto Battaglia: "società partigiana”»,

L'uguaglianza dell'articolo 3 è stata una grande conquista, oppure è un inganno? LC: «La nostra Costituzione è bella proprio per l'articolo 3, perché impone allo Stato di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l'uguaglianza. Però poi non tutti sono stati rimossi».

Riuscirci è la grande battaglia? LC: «Per una vita mi sono vergognata di essere una donna, mi sarei tagliata le tette pur di cambiare. Venivamo considerate meno: intelligenti, forti, scaltre... Poi mi sono avvicinata al femminismo e ho capito che l'idea di diventare come un uomo era profondamente sbagliata, la grande battaglia è riuscire a organizzare una società che tenga conto della nostra differenza. È vero che oggi ci sono donne in tutti i ruoli, però se poi vai a guardare le loro vite scopri che solo il 30% ha figli, mentre il 95% dei colleghi maschi ce li ha. Questo è un imbroglio: è tutto organizzato su un cittadino neutro, che però di fatto è un uomo. Cambiare questa stortura è l'obiettivo, ma ovviamente non è facile che gli uomini lo accettino, è comprensibile che la vivano male. Per questo dico che andrebbero aiutati, anche se in tante non ne vogliono sapere».

RS: «E in tante sono arrabbiate, anche questo è comprensibile. Per me la battaglia deve consistere anche nel portare un approccio più femminile nella società, che invece è fondata sulla competizione, prerogativa maschile. Pensiamo anche al nostro concetto di politico di successo: finalmente abbiamo una premier donna, che però replica modalità da uomo. Un esempio positivo di cambio di rotta, invece, è il congedo di paternità: nei Paesi che hanno fatto delle leggi serie, la società è cambiata in meglio».

Luciana, tra le altre cose, lei è anche Presidentessa onoraria dell'Arci. LC: «La buona notizia è che continuano a crescere, adesso siamo a quota 5mila circoli per un milione di tesserati. Una volta ci trovavi gli anziani che giocavano a carte, adesso sono tutti giovanissimi. Farli incontrare e tenerli lontani dai telefonini è importante».

RS: «È una strategia per contrastare un'economia che si nutre della solitudine e delle insicurezze delle persone. Per fortuna i ragazzi se ne stanno accorgendo e cominciano a prendere le distanze, hanno capito che questa dipendenza deforma il loro modo di pensare».

LC: «Esatto. Sono appena tornata dal Friuli, sono andata a inaugurare un circolo Arci in Carnia: è gestito da tre ragazze fantastiche che la pensano proprio in questo modo».

Il 25 aprile era a Marzabotto, ma non si ferma mai? LC: «La cosa peggiore che un anziano può fare è mettersi su una sedia ad aspettare di morire. Io non ci penso proprio, e quindi continuo a viaggiare».

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