"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 20 maggio 2026

Cosedettecosì. 26 “DelVivere/DelMorire”.


DelVivere/DelMorire”. 1(…). …mi domando: di chi è un bambino? Di chi sono i figli? Li chiamiamo nostri, ma possiamo dire "mio", "tuo", di una persona? In che senso, e fino a quali - talvolta terribili - conseguenze? «Io non appartengo a mia madre, dunque le mie figlie non appartenevano a me», mi ha detto un giorno Irina Lucidi, la madre di Alessia e Livia portate via dal padre, mai più ricomparse. «Ora lo so: nessuno è di nessuno». Prima, molti anni prima, in Argentina, avevo conosciuto alcuni figli di desaparecidos ritrovati dalle Madri e dalle nonne di Plaza de Mayo. Figli di genitori che li avevano cresciuti dopo aver ucciso i loro veri genitori: arrestati torturati eliminati, i bambini assegnati ai militari che li avevano assassinati. Ricordo la storia di due di loro, "figli ritrovati", che non vollero tornare dalle nonne: le madri degli uccisi che per decenni avevano cercato i loro nipoti. Non vollero saperne, di questa storia. È stata un'esperienza che non mi ha mai abbandonata, ha scavato un tunnel, ha posto una domanda ancora senza risposta. Di chi è, un bambino? Claudio Fava ha scritto un libro memorabile, meraviglioso. Claudio nella sua prima vita è stato un giornalista, come suo padre Pippo, ucciso dalla mafia di Catania. Claudio scrive come pochi, scrive mirabilmente, ha il dono. Si è dedicato ad altro, più avanti, nella vita: alla politica, all'antimafia, alla memoria, alla verità e alla giustizia. Quando scrive ancora è un incantamento. Qui racconta una storia che conosce. «Quando lavoravo in Argentina mi sono imbattuto in una storia simile. Quella ragazza mi disse: io non ripudio nessuno, quest'uomo resta mio padre». Il suo straordinario romanzo si intitola “Non ti fidare”, Io pubblica Fandango. Meriterebbe la vetta delle classifiche, i massimi premi. Cercatelo. Si legge in un soffio, come un giallo. Racconta di Stella Carnevale, 34 anni, che vive a Roma, fa l'insegnante la mattina e la prostituta il venerdì pomeriggio. Pochi selezionati clienti. Quando arrestano suo padre, il colonnello Beniamino Carnevale "un bell'uomo malinconico ed elegante", vedovo, le raccontano la verità. Chi ti ha cresciuto è il responsabile della morte dei tuoi genitori biologici. Era la famiglia ideale, la sua: "senza ombre nelle parole, senza inganni nei pensieri". Morendo, la madre le aveva detto: "Non ti fidare più". Di cosa non dovesse fidarsi lei non lo aveva mai capito. "L'unica cosa che non metti in dubbio, nella vita, sono i tuoi genitori". Invece. Ma poi, quando di nuovo qualcun altro decide per te, di te: puoi prendere in mano il tuo destino, decidere tu? "I vigliacchi amano le loro menzogne", leggo e sottolineo. È vero. Li conosco. Ma solo i vigliacchi o tutti noi? Definisci menzogna. Definisci amano. Definisci figlio. Di chi sono davvero i figli? (Tratto da “Nessuno è di nessuno”).

DelVivere/DelMorire”. 2 Un giorno di tanti anni fa, Elsa Morante camminava a due passi da piazza del Popolo. Nonostante le notti insonni, il crescente disgusto per un vastissimo numero di cose, l'andatura incerta e il naufragio della vecchiaia, consapevole che Roma, per dirla con Zavattini: «Sa sorprenderti ogni 50 metri», si concedeva il brivido dello stupore in assoluta solitudine. Incontrava gatti ed esseri umani e un giorno incrociò un gruppo di ragazzi. Erano molto diversi dai bambini che nella sua visione letteraria avrebbero salvato il mondo. La urtarono e poi, non paghi, aggiunsero una carezza: «Stai attenta a dove metti i piedi, vecchia». Elsa non lasciò correre: «Vecchi siete voi, che non avete niente nel cuore», e andò oltre perché è oltre che si deve andare quando non c'è più) niente da raggiungere. (…). A me è tornata alla memoria Elsa Morante che chiede il cianuro a Moravia per andare in pace. Se nel cuore c'è stato qualcosa, è impossibile avere paura. (Tratto da “Se nel cuore c’è stato qualcosa”).

DelVivere/DelMorire”. 3 (…). L'altro giorno sono stato a trovare un vecchio amico di mio padre. Accade, per un prodigio anagrafico slegato dalla logica, che certe figure familiari sopravvivano alla differenza d'età e che un ricordo di infanzia diventi amicizia, simposio irrituale, ramo che non si spezza. L'amico di mio padre (che con mio padre, intanto, ha diradato la frequentazione) è un poeta, qualsiasi cosa significhi - ognuno vive dentro i suoi egoismi vestiti di sofismi, lo sappiamo - ed è un uomo che con i suoi versi mi ha insegnato a considerare la realtà e l'esistenza come una tela bianca. Sei tu a dipingerla, tu a colorarla, tu a restituirle senso. Se resta intonsa, è colpa tua. Se si rompe, una tua responsabilità. Se prende polvere, una tua negligenza. Era l'unico adulto che ci trattava da adulti, l'unico che in luogo dell'indulgenza pelosa che tocca in sorte ai minori, ci rimproverava in coincidenza di una cazzata. Non ne avevamo paura, ma rispetto, un rispetto non dissimile da quello vigliacco che ci faceva rigare dritti con i professori severi e trasformarci in ciuchi con quelli, sventurati, che avevano un approccio alla John Keating. Con il passare degli anni, gli obblighi, soprattutto quelli sentimentali, mi aggravano. Sono diventato più gretto. Ho slanci limitati e sempre più orientati da una pigrizia che benché tenda ad assolvermi, è senz'altro stretta parente dell'avarizia. Con il poeta è diverso. Andarlo a trovare non è un peso, ma un sollievo. Cerco di non presentarmi mai a mani vuote. Compro delle paste, dei libri, dei sigari che lui, esemplare novecentesco, fuma avidamente da un tempo che ormai è impossibile quantifìcare. L'ultima volta mi sono fatto strada nella sua casa ordinata e l'ho trovato sprofondato in una poltrona. Non aveva niente del caustico cinismo che mi faceva ridere fino alle convulsioni, nessuna percepibile tenerezza per la mia visita, nessun reale desiderio di parlare. C'era nell'aria un imbarazzo nuovo, una fatica e un dolore che non riconoscevo. L'inedito ci sgomenta e ci svela impreparati. Ho indagato, prima prudentemente, poi provando ad incalzarlo. E lui, invece di trovare una scusa, di appigliarsi agli acciacchi, di raccontare una bugia, ha preso fiato, aspirato con forza il toscano e poi senza alcun preambolo è andato dritto al punto: «Mi è passata la voglia di vivere». Sono stato aggredito da una specie di vertigine e ho fatto i conti con la mia inadeguatezza. Davanti a me c'era un uomo di ottantacinque anni che mi diceva la verità. E ad ascoltarlo, un suo simile che non sapeva come controbattere. Mi aveva sempre suggerito di essere coraggioso e io il coraggio per farlo reagire, in un pomeriggio di fine aprile, non l'ho trovato. Forse se lo sarebbe aspettato, forse non si aspettava più niente. Dopo un'ora si è alzato e mi ha congedato. Sono uscito all'aria aperta. C'era l'aria dolce di Roma, in primavera. C'era l'odore di glicine. C'erano i ragazzi felici in motorino). (…). (Tratto da “Se nel cuore c’è stato qualcosa”).

N.d.r. Il primo testo sopra riportato è a firma di Concita De Gregorio; il secondo ed il terzo sono stati estratti e riaccorpati da “Se nel cuore c’è stato qualcosa” di Malcom Pagani. I testi sono stati pubblicati sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 16 di maggio 2026.

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