Da “Il Lìder
Maximo e il Sognatore. La Revoluciòn resta del Che” di Massimo Fini,
pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 30 di novembre dell’anno 2016: “Fidel
Castro è un uomo affascinante” mi disse una volta Susanna Agnelli, certamente
non sospettabile di filocomunismo, che lo aveva incontrato a Cuba quando era
ministro degli Esteri. E che lo fosse, affascinante, nessuno, nemmeno i suoi
più irriducibili detrattori, può negarlo. Naturalmente questo non può
assolverlo dalle sue colpe e dai suoi crimini durante i quasi cinquant’anni
della dittatura e puntualmente documentati da quel grande inviato che è Fausto
Biloslavo, molto filoamericano, forse troppo, che si rifà ai dati forniti dal
Cuba Archive Project: 9.240 le “morti politiche”, 5.600 i cubani giustiziati,
1.200 quelli eliminati nelle esecuzioni extragiudiziarie, 8.616 i casi di
detenzione arbitraria documentati nel 2015 e 2.500 nei primi due mesi di
quest’anno. Poi c’è la repressione delle libertà individuali e in particolare
di quella di espressione di cui hanno fatto le spese molti intellettuali
cubani. Tutti i giornali della destra, nei giorni della morte di Fidel, hanno
focalizzato l’obbiettivo su questi dati incontrovertibili. Peraltro non molto
lontani dagli stessi crimini commessi dal generale egiziano Abd al-Fattah
al-Sisi in soli tre anni e mezzo da quando prese il potere nel luglio del 2013
con un golpe militare (e un golpe si differenzia da una rivoluzione, perché
questa ha bisogno dell’appoggio della popolazione o di buona parte di essa). Ma
sui crimini di al-Sisi la destra e anche la sinistra (ricorderete la
dichiarazione di Matteo Renzi che lo definiva “un grande statista”) non ha mai
alzato un laio se non per il caso di Giulio Regeni che è solo uno dei circa
2.500 desaparecidos nell’era al-Sisi. Ma, si sa, l’Egitto è un alleato degli
americani, come americano fu il sostegno al dittatore Pinochet e ai tanti altri
dittatori sudamericani che gli tornavan comodi. È stata poi pudicamente
sottaciuta la situazione di Cuba prima che la Revoluciòn spazzasse via il
regime di Fulgencio Batista che non era meno sanguinario di quanto lo sarà poi
quello di Castro e che aveva fatto di Cuba un bordello e un Grande Casinò ad
uso dei ricchi statunitensi. E allora si capisce facilmente perché poche
centinaia di castristi siano riusciti a rovesciare in poco tempo il regime di
Batista per ridare all’isola e ai suoi abitanti la propria identità. Pochissimo
invece si è parlato in questi giorni di Ernesto Che Guevara, il ‘numero due’
della rivoluzione cubana e il primo sul campo di battaglia. Di questo medico
argentino, malato di asma che andò a Cuba per combattere per una causa non sua
e poi, dopo pochissimi anni di potere come ministro dell’Industria e
dell’Economia, vista l’aria che tirava nonostante qualche primo successo sul
piano sociale che poi Castro rafforzerà con grande fatica a causa dell’embargo
americano imposto all’isola ma grazie anche all’appoggio dell’Unione Sovietica,
andrà a combattere in Bolivia per un’altra causa non sua e vi troverà, nel
1967, la morte in battaglia. Il mito di Guevara è stato negli anni altalenante.
Per quel che mi riguarda la prima volta che seppi di Guevara fu nel ’57 o nel
’58, non ricordo bene. A quell’epoca Guevara non era ancora un mito della
sinistra tanto che il mio ‘incontro’ con il “Che” avvenne sulle pagine di
Gente, il settimanale di Edilio Rusconi che di tutto poteva essere sospettato
tranne che di pruriti rivoluzionari. Si trattava di un servizio fotografico. Mi
ricordo in particolare un’immagine di Guevara a torso nudo sdraiato mollemente
su un fianco sopra un lettino da campo. La mia fantasia di adolescente fu
colpita dalla straordinaria bellezza dell’uomo. Nelle didascalie si rifaceva la
storia di questo rivoluzionario che combatteva per l’ideale marxista
dell’internazionalismo proletario. Il settimanale di Rusconi gli dimostrava
simpatia. Lo interpretava infatti come un eroe romantico, un “cavaliere
dell’ideale” in fondo innocuo. In quegli anni il mondo non era ancora
completamente integrato, ‘globale’, come oggi. E quello che avveniva nella
lontana Cuba poteva essere considerato con un certo distacco dai conservatori
di casa nostra. Inoltre la contestazione giovanile era di là da venire. Il ’68
cambiò completamente la prospettiva. Guevara, che nel frattempo era andato a
morire in Bolivia, divenne il simbolo stesso della rivoluzione. Più di Lenin,
più di Mao, più di Stalin, Ernesto Guevara, diventato definitivamente il “Che”,
fu il mito del Sessantotto, almeno nella sua componente libertaria. Guevara
invece piaceva molto meno ai comunisti ortodossi di casa nostra. I comunisti
rimproveravano a Guevara una certa vaghezza ideologica (mi ricordo in proposito
degli sprezzanti giudizi di Giorgio Amendola) e, soprattutto, il fatto che
avesse abbandonato un potere che aveva appena conquistato. Al positivismo
marxista la romantica rinuncia di Guevara pareva inconcepibile, blasfema, un
segno di debolezza di carattere. Senza contare poi che Guevara, con il suo
passare da una rivoluzione all’altra (ne aveva tentata una anche in Guatemala)
sembrava incarnare troppo da vicino quella “rivoluzione permanente” teorizzata
da Trotzky. E Trotzky allora era tabù per i comunisti che, nonostante il
rapporto Cruscev del ’56, rimanevano profondamente, intimamente stalinisti. Nel
tempo il mito di Guevara si è andato perdendo a sinistra. I comunisti hanno
continuato a guardarlo, e non a torto dal loro punto di vista, con diffidenza.
I contestatori invecchiati, inseritisi nel frattempo nel sistema e diventati
manager, imprenditori, direttori di giornali, radical chic, lo hanno relegato
fra le loro debolezze giovanili.
Nel ventennale della sua morte Guevara fu oggetto di un inaspettato revival da parte della destra o, per meglio dire, della ‘nuova destra’. Inaspettato, ma non ingiustificato. Solo in superficie infatti Guevara è un uomo di sinistra. In realtà, col suo ardore per l’azione, è un dannunziano, un bayroniano, un esteta, un Oscar Wilde delle armi, un dandy della rivoluzione. È stato l’ultima incarnazione del mito dell’eroe romantico. Oggi Guevara, a parte le sciocchezze dei gadget, è un uomo quasi dimenticato, tanto che proprio in questi giorni di celebrazioni o demonizzazioni di Castro e della Revoluciòn è stato ricordato solo di sfuggita. Ma per noi, che fummo anarchici e libertari nella nostra adolescenza, e lo rimaniamo, il “Che” è un mito che non rinneghiamo. Perché fosse di sinistra o di destra, o tutte e due le cose, o nessuna, il “Che” rimane un esempio, pressoché unico nel mondo moderno, dominato dal cinismo, dal realismo, dalla forza del denaro, di un uomo che non solo ha combattuto il potere ma lo ha disprezzato al punto tale da abbandonarlo per inseguire, pagando con la vita, nient’altro che un sogno. Per questo in questi giorni preferiamo ricordare la rivoluzione cubana non nel nome di Castro ma nel nome del “Che”. “Hasta la vista, hasta siempre, comandante Che Guevara”.
Nel ventennale della sua morte Guevara fu oggetto di un inaspettato revival da parte della destra o, per meglio dire, della ‘nuova destra’. Inaspettato, ma non ingiustificato. Solo in superficie infatti Guevara è un uomo di sinistra. In realtà, col suo ardore per l’azione, è un dannunziano, un bayroniano, un esteta, un Oscar Wilde delle armi, un dandy della rivoluzione. È stato l’ultima incarnazione del mito dell’eroe romantico. Oggi Guevara, a parte le sciocchezze dei gadget, è un uomo quasi dimenticato, tanto che proprio in questi giorni di celebrazioni o demonizzazioni di Castro e della Revoluciòn è stato ricordato solo di sfuggita. Ma per noi, che fummo anarchici e libertari nella nostra adolescenza, e lo rimaniamo, il “Che” è un mito che non rinneghiamo. Perché fosse di sinistra o di destra, o tutte e due le cose, o nessuna, il “Che” rimane un esempio, pressoché unico nel mondo moderno, dominato dal cinismo, dal realismo, dalla forza del denaro, di un uomo che non solo ha combattuto il potere ma lo ha disprezzato al punto tale da abbandonarlo per inseguire, pagando con la vita, nient’altro che un sogno. Per questo in questi giorni preferiamo ricordare la rivoluzione cubana non nel nome di Castro ma nel nome del “Che”. “Hasta la vista, hasta siempre, comandante Che Guevara”.
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