“Solo il dolore non si può cancellare”, testo della intervista di Antonio Gnoli all’artista Emilio Sgrò pubblicata sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del 14 di giugno 2026: (…). Milano ti è mai venuta a noia? «Negli anni Ottanta pensavo di andarmene. C'era un'eccitazione diffusa e la città sembrava aver perso il suo ruolo culturale. Sì, mi annoiavo tremendamente. Poi mi dicevo dai, Emilio, resisti. Mi sentivo solo. Ricordo che mi chiamò Alighiero Boetti invitandomi a una sua personale. Ci incontrammo e ci riconoscemmo come due cani sciolti, seduti su una panca all'interno della galleria Seno. Lui cominciò a lamentarsi e io lo stesso. Lui mi parlava dei suoi guai e io dei miei. Poi disse che si annoiava e io gli dissi che erano anni che mi annoiavo. Sembravamo l'uno il riflesso dell'altro».
Alla fine? «Non c'eravamo accorti che erano trascorse due ore abbondanti. Sparlammo dei mercanti e dei critici. Alla fine ci sentimmo sollevati al punto di prometterci di rivederci il giorno dopo nello stesso posto per continuare a lamentarci. Tornai e lo aspettai per almeno un'ora sulla panchetta della Galleria. Invano. Non venne. E la città, su cui proiettai la mia delusione, mi sembrò ancora più invivibile».
Che noia era la tua? «La noia che può provare un artista. Ma non pensare allo spleen di cui ha parlato e scritto Baudelaire, quel senso appunto di noia e angoscia insieme che fa dire al poeta di essere preda della luce nera del giorno. La mia era più una reazione di impotenza verso una città nella quale ero andato a vivere fin dal 1956, prima di compiere vent'anni»,
Da dove venivi? «Dalla Sicilia, o meglio da Barcellona Pozzo di Gotto, da cui andai via subito dopo la maturità. Il passaggio a Milano fu indolore. Reagii insomma in maniera opposta a tanti miei coetanei siciliani che una volta finiti nel Nord sentivano lancinante la nostalgia per la terra perduta. Ti confesso che la Sicilia l'ho riscoperta negli anni Ottanta, quando il comune di Gibellina mi affidò il progetto e la composizione di una Orestea ispirata a Eschilo per celebrare la rifondazione della vecchia città distrutta dal terremoto».
Alla fine di giugno la tua lettura dell'"Orestea" verrà riproposta proprio a Gibellina. «Sarà un'edizione speciale nelle giornate del 26 e del 27 giugno e l'occasione è fornita da "Gibellina capitale italiana dell'arte contemporanea". Ovviamente sarò lì, dove Burri creò il Cretto, a seguire la mia installazione teatrale. E per la circostanza ricorderò la figura di Ludovico Corrao».
Era stato sindaco di Gibellina. «Fu Ludovico a farmi la proposta e a chiedermi, oltretutto, di scrivere un testo. Mi venne a prendere a Milano e mi portò ad Alcamo dove abitava. Ricordo la bella villa e lui che con foga difendeva i valori autentici dell'isola. Gli dissi: "Ludovico, la Sicilia riuscirà a fare qualcosa per sé solo se saprà fare qualcosa per l'Italia, solo se riuscirà a colmare il divario che ci divide dal resto del paese". E lì mettemmo a punto i dettagli per quella che è stata una fantastica avventura culturale per la Valle del Belice».
Corrao era un siciliano molto particolare. «Non era affetto da quel fatalismo che spesso ci perseguita. Era avvocato e difese negli anni Sessanta Franca Viola - la prima donna che si ribellò al matrimonio riparatore - poi fu senatore del Pci. Nel dopoguerra era stato milazziano e per up tempo lunghissimo sindaco di Gibellina».
Che cosa pensi del suo omicidio? «Non lo so o almeno non ho elementi sufficienti per parlarne. Dopo l'Orestea, per vent'anni ci siamo sentiti di rado, e comunque fu grande lo sconcerto e il dolore nell'apprendere della morte per mano di un ragazzo del Bangladesh che Corrao aveva accolto come un figlio».
Si parlò di furto ma anche di una relazione sentimentale guastata. «Se ne sono dette parecchie di cose. Saiful Islam, questo era il nome del ragazzo, tentò perfino il suicidio. Tu hai detto che Corrao fu un siciliano particolare. È vero. Era un eccentrico ma con uno sguardo limpido e innocente sulla vita. Per la sua morte, in occasione del suo funerale, scrissi un poemetto».
Hai fatto molte cose nella vita. Prima di essere un artista sei stato poeta e scrittore di romanzi. «E forse sarei rimasto tale se le circostanze non mi avessero spinto verso il mondo dell'arte. Ma la verità è che arte e letteratura si sono sempre accavallate nella mia vita. Però, visto che si parlava di Milano, il mio arrivo in quella città nel 1956 coincise con il mio primo libro di poesie».
Con chi lo pubblicasti? «Uscì in una piccola collana ideata da Arturo Schwarz, personaggio vulcanico della Milano di quegli anni e soprattutto collezionista e mercante d'arte».
Era un personaggio quasi da romanzo. «Ma sì, sarebbe stato perfetto in qualche novella di Isaac Singer. Schwarz era ebreo e antisionista, con un passato di militanza trotskista e una passione smisurata per il surrealismo e per Breton. Gli devo principalmente due cose. La prima è la pubblicazione del libro di poesie, che fu ben accolto da Vittorio Sereni e recensito da Pasolini».
Avevi davanti un futuro di gloria e di fame. «Certe volte mi chiedo come avrei vissuto da poeta, come mi sarei comportato in quel piccolo mondo dove solo pochi mostri sacri riuscivano a imporsi. Sai, ho frequentato Quasimodo, Montale, Zanzotto. Ho ammirato Lucio Piccolo, sbavato per Ezra Pound quando mi stabilii a Venezia. Ho guardato con curiosità e timore alle sperimentazioni del Gruppo '63, mi sono abbandonato fiducioso tra le braccia della poesia visiva, ho perfino scritto e pubblicato quattro romanzi. Ma al dunque non ero così sicuro di sapere che cosa davvero volessi dalla vita E qui viene il secondo debito con Schwarz»,
Quale? «Fu lui a diventare il mio primo collezionista e mercante. La cosa fu del tutto casuale. Ci incontrammo su un treno e io avevo con me una delle prime mie opere: un libro cancellato e avvolto nella carta velina. Schwarz lo prese tra le mani, lo sfogliò e decise seduta stante di acquistarlo. Si dimostrò un mercante abilissimo».
Cosa aveva di particolare? «Fu estenuante nella trattativa al ribasso. Alla fine mi diede 50 mila lire, non poche per l'epoca, si era alla metà degli anni Sessanta, ma a me sembrava regalato. Comunque, quando poco dopo aprì la galleria in via del Gesù, gli proposi di cancellare le due enciclopedie più importanti, la Treccani e la Britannica Lessi nel suo sguardo un misto di fascinazione e avidità. Accettò riempiendomi di lodi. "Per essere un esordiente" disse "sei meglio di Duchamp e Picasso messi assieme"».
Voleva sedurti. «No, nell'adulazione voleva che lavorassi per la galleria a un prezzo scontato. In ogni caso, ebbe inizio così il mio rapporto con l'arte e il mercato che lo regola o lo stravolge, a seconda dei punti di vista».
Vedevi Boetti e chi altri? «Boetti non lo frequentavo. Mentre una figura imprescindibile fu Piero Manzoni. Ogni tanto vedevo Lucio Fontana alla galleria Apollinaire. Non ho mai visto nessuno come Fontana capace di contraddirsi pur restando fedele a sé stesso. Perfino le sue stiratissime giacche di lamé, alle quali era affezionatissimo, contraddicevano il clima casual di quegli anni. La verità è che frequentavo pochi artisti e molti più scrittori. A parte Vincenzo Consolo, con il quale avevo studiato nella stessa scuola, vedevo Ottiero Ottieri, Paolo Volponi, Luciano Bianciardi, Alfredo Giuliani e Nanni Balestrini. Enzo Mari. All'inizio frequentai soprattutto Elio Vittorini. A casa sua conobbi Montale e Raffaele Crovi».
Non hai citato Leonardo Sciascia. «Ci frequentammo un po' negli anni Ottanta Prima di allora non ci furono molte occasioni. Ricordo un pranzo in cui ci fecero incontrare. Io, davanti al grande siciliano, chiuso nella mia timidezza; lui, diffidente verso tutto, si esprimeva in monosillabi. Fu un incubo. Alla fine mi disse che avrebbe voluto acquistare una mia opera. Lo portai nel mio studio e gli regalai uno dei miei libri "cancellati"».
Realizzi "cancellature" da una vita. Hai cancellato di tutto: dalla Brexit all'Enciclica, dalla Costituzione alle cartine della geo-politica. Che gesto è il cancellare? «Non è un atto di censura ma di liberazione».
Spiegati meglio. «La cancellatura ha una tremenda virtù: assume la forma di ciò che tocca. Se "cancello" la Divina Commedia è un viaggio verso la perfezione; se cancello Le 120 giornate di Sodoma è una discesa nel male. È questa sua apparente oggettività che mi permette non di dire ciò che voglio, ma di far dire a chi la guarda ciò che vuole. Io non offro risposte. Mi limito alla malizia della domanda».
Tutti ti chiedono di cancellare: dai papi (Francesco e ora Leone XIV) al presidente della Repubblica. Più che un artista sembri un accademico. «Non mi ha mai pesato mettere la cravatta. Anzi, proprio perché sovversivo ho messo spesso la cravatta. Voglio dire che come tutti gli artisti poco rispettabili ho cercato di apparire una persona per bene. Flaiano diceva: non sono comunista perché non posso permettermelo. Come artista faccio quello che serve per non smentire me stesso. Sono abbastanza vecchio d'aver imparato che un artista dice le cose con la propria arte non con altri mezzi».
Compirai novant'anni il prossimo anno. Che traguardo è? «Non lo so se è un traguardo. Mi ci avvicino con una certa tranquillità. Mio padre è morto centenario. A 80 anni si iscrisse al conservatorio. A 90 sfrecciava ancora in motocicletta. Non pretendo tanto, ma insomma che almeno la mente regga!».
Hai mai paura? «Sono un fifone. Ho più paura di un mal di denti che della morte. Noi siciliani contrastiamo la paura con il pessimismo».
Ti autocancelleresti? «Sono troppo pavido anche solo per immaginare il suicidio. E poi la cancellatura insinua in chi guarda il dubbio che oggi purtroppo manca».
L'incontro con due papi ha rafforzato la tua fede? «Come fa un artista a non essere anche un uomo di fede. Se credi nell'arte credi anche in Dio, qualunque cosa voglia dire. Meister Eckhart ha detto: solo la mano che cancella può scrivere il vero. So che nel mio lavoro si nasconde qualcosa di mistico».

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