"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 19 aprile 2018

Primapagina. 86 “19 aprile 2013: 120 «sicari in simultanea»”.


Da “Mediaset Premier” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 17 di aprile 2018: Chi vuole sbirciare dietro le quinte della politica di questi giorni deve ricordare quel che accadde cinque anni fa. Anche allora si era votato da poco, le urne avevano partorito tre blocchi non autosufficienti e pareva quasi impossibile che due di essi facessero un governo. Allora però c’era un presidente – Napolitano, fra l’altro in scadenza – smaccatamente di parte (la sua), portatore di un progetto politico ben preciso: l’inciucio Pd-Pdl-Centro, già sperimentato col governo Monti e platealmente bocciato dagli elettori, per tagliar fuori i 5Stelle. (…). Bersani puntava a un “governo di cambiamento” e di minoranza (almeno al Senato, dove neppure col Porcellum la coalizione Pd-Sel aveva i numeri), presieduto da lui con l’appoggio esterno dei 5Stelle, e giurava di non volersi alleare con B.: proprio come oggi Di Maio, pronto a governare col Pd o con la Lega, ma non con B.. Il quale nel 2013 smaniava per rendersi indispensabile a un governo purchessia, da ricattare per i soliti affari suoi: proprio come oggi. I 5Stelle, atterrati su un pianeta inesplorato, sospettavano di tutti e non volevano allearsi con nessuno: proprio come il Pd oggi. In quello stallo – culminato nel famoso incontro-scontro in streaming fra Bersani & Letta e Crimi & Lombardi – si infilò B., con la complicità delle sue quinte colonne del Pd, che lavorarono con lui a logorare Bersani fino a scippargli il partito. In pochi giorni, complice l’iniziale ottusità degli inesperti grillini che si fecero usare dal partito dell’inciucio senza neppure accorgersene, il Caimano che aveva appena perso 6 milioni e mezzo di voti tornò protagonista e si riprese il centro della scena piazzando chi voleva lui prima al Quirinale e poi a Palazzo Chigi. Anche allora, come sempre e come oggi, a fare la spola fra i palazzi del potere c’erano gli eterni mediatori del Partito Mediaset: Fedele Confalonieri e Gianni Letta. Due fiduciari di un’azienda privata, mai eletti da nessuno né investiti di incarichi politici in FI, eppure regolarmente ricevuti con tutti gli onori come ambasciatori di uno Stato sovrano e alleato. Il loro obiettivo, tramontata la candidatura al Colle dell’amico Franco Marini (scelto da B. in una rosa di nomi proposti dal Pd), era lasciare Re Giorgio lì dov’era, per sventare la minaccia di un antiberlusconiano storico e impenitente come Prodi al Quirinale e il coinvolgimento dei 5Stelle nell’area di governo. Però B. non aveva i numeri per farcela: gli occorreva una sponda nel Pd. Tanto più che intanto il M5S era uscito dal freezer candidando Rodotà al Quirinale, appoggiato da Sel e molto amato dagli elettori di centrosinistra. E Grillo aveva dichiarato al Fatto: “Abbiamo proposte come l’anticorruzione, la legge sul conflitto d’interessi e quella sull’ineleggibilità della Salma (Berlusconi, ndr). Bersani ci pensi. Eleggere Rodotà insieme sarebbe il primo passo per governare insieme”. Non un governo di minoranza appoggiato dall’esterno, ma un governo politico con tutti i crismi: un incubo, per il Partito del Biscione e per tutto l’Ancien Régime, che avrebbero perso il controllo. B. mosse le sue pedine nel Pd, fece balenare a D’Alema un possibile appoggio per il Colle e allo scalpitante Renzi le elezioni anticipate che gli avrebbero consentito di candidarsi a premier. La mattina del 19 aprile, per tenere unito il Pd, Bersani propose Prodi all’assemblea dei suoi grandi elettori. Il Professore – (…) – conosceva bene i suoi polli: un pezzo del Pd era di proprietà di B., infatti il Corriere parlava di 120 parlamentari dem pronti a firmare un documento contro di lui. Dunque pregò Bersani di procedere con voto segreto. Ma appena il segretario disse “Prodi”, l’assemblea scattò in piedi: standing ovation, approvato per acclamazione. E Sel si accodò. Bersani avvertì telefonicamente il Prof, ma non lo convinse. Prodi chiamò la moglie Flavia, a Bologna: “Vai pure alla tua riunione tranquilla, tanto presidente non lo divento di sicuro”. La sua candidatura fu lanciata alla quarta votazione, la prima con maggioranza del 50% più 1. Bastavano 504 voti su 1007 elettori. Pd e Sel ne avevano 496: con una decina di centristi montiani in libera uscita era fatta. E infatti alcuni montiani e qualche grillino votarono Prodi. Al quale però mancarono 101 voti. Quindi i franchi traditori erano almeno 120. Tutti targati Pd: Sel aveva marchiato tutte le sue schede facendo scrivere dai suoi “R. Prodi”. Renzi, da Firenze, fu il più lesto ad annunciare: “La candidatura Prodi non esiste più”. Anche perché, con Prodi, spariva pure il suo rivale Bersani, che si dimise subito. Fu un’operazione di killeraggio in grande stile, studiata a tavolino nei minimi dettagli, col concorso attivo di tutte le correnti (prodiani esclusi). Tanti sicari in simultanea, (…). E un solo utilizzatore finale: B., che chiamò subito Napolitano per chiedergli di restare. Questi, che ancora il 14 aprile definiva “pasticcio ridicolo” l’eventuale rielezione, l’indomani accettò. Previo pellegrinaggio al Colle di tutti i leader sconfitti alle elezioni. Il Corriere riferì di un “lungo, caloroso abbraccio” fra B. e Re Giorgio, che lo ringraziò per il suo “comportamento da statista”. Così Napolitano fu rieletto il 20 aprile e il 24 incaricò Letta jr. per il governo di larghe intese. E l’Italia, dal possibile rinnovamento, ripiombò in piena Restaurazione. Chissà quanti di quei 120 traditori siedono ancora tra i banchi del Pd. Lo vedremo presto, quando dovranno scegliere fra un premier di cambiamento e un Mediaset Premier. L’ennesimo.

mercoledì 18 aprile 2018

Quodlibet. 72 “Politiche 2013: gli italiani non vogliono cambiare”.


Da “I tre illusionismi e il principio di realtà” di Giancarlo Bosetti, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 18 di aprile dell’anno 2013: (…). …la paralisi seguita alle elezioni (di domenica 24 e lunedì 25 febbraio dell’anno 2013 n.d.r.) non è solo conseguenza dell’ingorgo istituzionale o di una sfortunata aritmetica, ma la semplice diretta conseguenza delle scelte degli elettori che si sono lasciati conquistare (in modo ripartito per tre, con qualche resto) da leadership indecise, pigre, illusioniste ed evasive. Nonostante le apparenze e le declamazioni in contrario, una vera radicale svolta dell’economia e della società per rimettere l’Italia in linea con la competizione internazionale non la voleva davvero nessuno. (…). Le tre minoranze, vincenti/perdenti, hanno variamente eluso il problema delle riforme radicali (dolorose, ma cariche di futuro migliore) che sono necessarie per portarci strutturalmente fuori dalla recessione. La paralisi, in sostanza, non è solo dovuta alle geometrie politiche sbilenche e a una orribile legge elettorale, ma è proprio di sistema. Gli italiani non vogliono cambiare, o meglio vorrebbero ma senza pagarne il prezzo. E nessuno ha carattere e autorità sufficienti per dare la scossa. È come se il paziente avesse in mano il bisturi per incidere il bubbone, ma non lo fa perché fa male. E neppure i candidati dottori lì intorno hanno il coraggio di sfidare la paura del paziente, perché dipendono dal suo voto, ora non dopodomani. Il risultato è la cancrena avanzante. La scossa non è venuta dalle elezioni perché le elezioni democratiche in fase di recessione sono una gara a chi le spara più dolci. Eppure una soluzione può venire solo dall’alto di una politica, che sapesse stare in alto, perché gli impulsi dal basso, a quanto pare, spingono ad evadere a oltranza. Dubbi sul fatto che gli illusionismi sono tre, di tutti e tre: centrosinistra, centrodestra e Cinque Stelle? Si può concedere al Pd che è andato un po’ più vicino a una proposta di cambiamento e di verità, anche perché era il più convinto di vincere, e governare subito dopo. Ma non tanto più vicino. Bersani nell’alleanza con Sel e facendosi scudo del sindacato ha scelto, delle due possibili, la via più tranquillizzante e più elusiva: la manutenzione (sperata) del suo pacchetto elettorale, poco attraente per l’Italia dei giovani disoccupati al quasi 40 per cento, non incisiva rispetto alle plaghe in mano alla crimina-lità, ai vizi della spesa pubblica e della macchina dello Stato, alla rabbia nei confronti del ceto politico. (…). Berlusconi ha confermato la sua palese vocazione professionale a eludere le questioni sgradevoli: negazionismo sistematico, non c’è una crisi italiana, le colpe sono dell’Europa, degli eurocrati e dei comunisti; ci sono dei persecutori da cacciare e sono peraltro gli stessi che si accaniscono contro di lui e le sue aziende, sono le toghe rosse, i media avversi. Regolati quei conti, i problemi si risolverebbero da sé. (…). …Grillo – (…) – ha scelto la strategia illusionistica e ne ha fatto il suo efficacissimo carburante: ma quali riforme difficili? È tutto semplicissimo, basta liberarsi dai cialtroni che sono al comando, che sono mascalzoni o pazzi, puttanieri e/o da ricovero. Impediscono di applicare ricette semplicissime come la svolta energetica, la rivoluzione del web e dei trasporti (ma cancellando la Tav), l’introduzione di una lira parallela all’euro e altro ancora. Togliamo a questo paese il coperchio dei gruppi di potere, dei burattinai della finanza internazionale e d’incanto va in scena il mondo nuovo della sostenibilità e della felicità, da lasciare di stucco anche i più arditi teorici dell’economia “senza crescita”, senza benzina e senza petrolieri. Avete poi sentito in campagna elettorale qualcuno parlare dello stock del debito pubblico? Tre modi diversi, dunque, di eludere. Per questo siamo fermi. Nessuno voleva davvero una guerra di movimento per cambiare la faccia di questo paese. Tutti volevano lisciare il pelo a un animale che non aveva voglia di correre. (…).

martedì 17 aprile 2018

Terzapagina. 24 “La «Tri», l’«IdC» e la creazione di capitale sociale”.


Da “Un’occasione per l’Italia” di Jeremy Rifkin, pubblicato sul settimanale L’Espresso del 15 di aprile 2018: (…). In un mio recente articolo per L’Espresso, osservavo che il rallentamento del Pil e l’aumento di disoccupazione e disuguaglianza sono il risultato del declino della seconda rivoluzione industriale, basata su telecomunicazioni ed energia centralizzate e sul motore a scoppio. Questa infrastruttura antiquata è ormai entrata in fase terminale in tutto il mondo. È necessario costruire e estendere una nuova infrastruttura intelligente di Terza Rivoluzione Industriale (Tri) ad alto tasso di integrazione digitale, che dovrà comprendere anche una rete Internet 5G, un’Internet dell’energia rinnovabile digitalizzata, un Internet della mobilità automatizzata basata su veicoli elettrici e a idrogeno, circolanti in tessuti urbani intelligenti collegati interattivamente nell’Internet delle cose (IdC). Se su questo si creasse consenso trasversale, avremmo una nuova visione capace di ispirare le prossime tre generazioni in Italia per affrontare efficacemente i problemi posti da disoccupazione, immigrazione e deficit di protagonismo delle comunità locali nei processi decisionali. Serve una radicale transizione dell’Italia verso un’economia Tri digitalizzata, intelligente. Oltre il reddito minimo. Altro tema caldo è il reddito minimo condizionato all’accettazione di almeno una su tre proposte di lavoro dei Centri per l’impiego. Ma dove le si va a prendere le tre proposte di lavoro se non si creano nuove dinamiche occupazionali e professionali? Nella costruzione di un’infrastruttura Tri, che richiede decine di migliaia di posti di lavoro semi-qualificati, qualificati, e altamente qualificati per le prossime due generazioni, che non potranno essere coperti né da robot né dall’Intelligenza artificiale. Sono figure professionali nuove per settori quali l’ammodernamento della rete di comunicazione e la cablatura della banda larga universale 5G e del Wi-Fi gratuito; l’efficienza energetica di milioni di edifici pubblici e privati con l’installazione di infissi ad alta tenuta termica; una nuova infrastruttura energetica basata non più su fossili o nucleare ma sulle fonti rinnovabili (sole, vento etc) con installazione delle tecnologie di accumulo energetico; la riconfigurazione di tutta la rete elettrica in una vera e propria Internet dell’energia con contatori di nuova generazione e altre tecnologie digitali per collegare fra di loro milioni di microcentrali; la realizzazione di un’Internet della logistica e della mobilità senza conducente a guida satellitare, con milioni di sensori su “smart roads” che forniranno informazioni in tempo reale su flussi di traffico e movimenti di merci, la sostituzione del parco veicoli tradizionali con quelli elettrici e a idrogeno su strada, ferrovia e mare, con decine di migliaia di stazioni di ricarica e rifornimento di idrogeno. La creazione di questa infrastruttura dell’Internet delle Cose per una “Smart Italy” darà lavoro a centinaia di migliaia di lavoratori per i prossimi trent’anni e la riqualificazione delle figure professionali necessarie non dovrebbe richiedere più di 6-9 mesi, secondo esperienze già in corso in altre regioni d’Europa. Altrettanto bisognerebbe fare per i programmi delle scuole superiori e delle università. Quale lavoro dopo il lavoro. Per i prossimi trent’anni vi sarà dunque un’ultima ondata di occupazione di massa prima che la nuova infrastruttura economica digitale intelligente riduca il lavoro al lumicino perché sarà governata da algoritmi e robot. Cosa faranno allora gli esseri umani? L’occupazione migrerà verso l’economia sociale e della condivisione, e il settore “No profit” (che non significa necessariamente “No jobs”). Nell’economia no profit e della condivisione il lavoro dell’uomo rimarrà importante perché l’impegno sociale e la creazione di capitale sociale sono un’impresa intrinsecamente umana.

lunedì 16 aprile 2018

Capitalismoedemocrazia. 63 “Il valore economico del lavoro”.


Scriveva il “Moro” di Treviri in “Salario, prezzo, profitto” (1898) a proposito del “valore” economico del lavoro, un’idea che il grande pensatore tedesco aveva anticipato nel corso delle conferenze del 20 di giugno e del 27 di giugno dell’anno 1865, conferenze tenute a margine del Consiglio generale dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori: “Poiché i valori di scambio delle merci non sono che funzioni sociali di queste e non hanno niente a che fare con le loro proprietà naturali, dobbiamo innanzi tutto chiederci: qual è la sostanza sociale comune a tutte le merci? È il lavoro. Per produrre una merce bisogna impiegarvi o incorporarvi una quantità determinata di lavoro, e non dico soltanto di lavoro, ma di lavoro sociale. L’uomo che produce un oggetto per il suo proprio uso immediato, per consumarlo egli stesso, produce un prodotto, ma non una merce (…). Una merce ha un valore perché è una cristallizzazione di lavoro sociale. (…). Preso in se stesso il prezzo non è altro che la espressione monetaria del valore (…). Ciò che l’operaio vende non è direttamente il suo lavoro, ma la sua forza-lavoro, che egli mette temporaneamente a disposizione del capitalista (…).

sabato 14 aprile 2018

Primapagina. 85 “#dinaturalecapacitàadelinquere”.



Da “Voce del verbo delinquere” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 14 di aprile 2018: (…). La giusta definizione di B. è (…) delinquente naturale, o meglio: dotato di una “naturale capacità a delinquere”. Non è una “critica politica”: è un passaggio della sentenza emessa il 26.10.2012 dal Tribunale di Milano nel processo sulle frodi fiscali per 368 milioni di dollari perpetrate per anni da B. facendo acquistare da Mediaset diritti cinematografici dalle major Usa a prezzi gonfiati tramite sue società offshore. Sentenza che condannò il Caimano a 4 anni di reclusione per le frodi (7,3 milioni di euro) sopravvissute alla prescrizione, da lui stesso dimezzata – a processo in corso – con la legge ex Cirielli. Sentenza confermata identica dalla Corte d’appello nel 2013 e dalla Cassazione nel 2014, con conseguente espulsione dal Senato in base alla legge Severino e affidamento ai servizi sociali per scontare la pena extra-indulto in una casa di riposo per (incolpevoli) anziani. I giudici di primo grado definiscono B. “dominus di un preciso progetto di evasione esplicato in un arco temporale ampio e con modalità sofisticate” e aggiungono che “non si può ignorare la produzione di un’immensa disponibilità economica all’estero ai danni dello Stato e di Mediaset che ha consentito la concorrenza sleale ai danni delle altre società del settore”.

venerdì 13 aprile 2018

Quodlibet. 71 “I politici vogliono una stampa al loro servizio”.


Da “I politici di oggi vogliono una stampa al loro servizio”, intervista di Gianni Barbacetto a Gian Carlo Caselli pubblicata su “il Fatto Quotidiano” del 13 di aprile dell’anno 2017: Oggi si sente nell’aria un clima da Partito della Nazione: destra e sinistra insieme che attaccano Report, per aver fatto un’inchiesta sui presunti scambi tra Pd e gruppo Pessina (appalti Eni in cambio della gestione dell’Unità). E attacchi anche al Fatto quotidiano. «Non so se si possa parlare di Partito della Nazione, (…). Certo è che va diffondendosi a destra come a sinistra, fra i partiti come fra i movimenti, la tendenza a valutare le inchieste giudiziarie e giornalistiche non con il metro della correttezza e del rigore, ma con quello dell’utilità: se l’inchiesta mi conviene, tutto ok, altrimenti fulmini e saette. In Italia per alcuni ambienti il vero peccato non è il male, ma scoprirlo o raccontarlo. Una certa politica, in particolare, per i suoi affari ama l’indulgenza compiacente e il silenzio. Le inchieste che riguardano il versante grigio, opaco, oscuro delle attività economiche e finanziarie, per un verso, e per l’altro legate alla politica, sono quelle che più danno fastidio e che espongono agli attacchi peggiori il magistrato o il giornalista scomodo che si ostina a farle».
La Rai minaccia di togliere l’assistenza legale ai giornalisti che realizzano Report. «Chi si ritiene diffamato ha diritto di tutelarsi in sede giudiziaria con una querela. Poi si vedrà se fondata o no. Ma una cosa che secondo me non si può fare è minacciare o, peggio ancora, darsi da fare per ridurre o cancellare l’assistenza legale, come ritorsione per una certa inchiesta. Perché in questo modo i diritti di autonomia e libertà, che sono i motori della buona informazione, rischiano di essere stritolati da condizionamenti che assomigliano alle censure».
Attacchi anche a magistrati come Henry John Woodcock, considerato quasi l’ispiratore di un complotto contro la famiglia dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi. «Senza voler entrare nel merito dell’inchiesta – se non altro perché Woodcock è un mio amico –, certi attacchi alla magistratura ancora oggi mi fanno venire in mente quello che Sebastiano Vassalli ha scritto nel suo libro L’italiano a proposito di Francesco Crispi. Secondo Vassalli, nel giudice che lo interrogava sullo scandalo del Banco di Napoli, Crispi vedeva un “ometto sussiegoso” che pretendeva di aver conto di ogni singola operazione di banca e di ogni prestanome. Secondo Crispi, quel giudice era soltanto “un cretino”, perché pensava che la politica di una nazione potesse farsi senza quattrini e senza infamia, soltanto con l’onestà. Ho l’impressione che ancora oggi la “filosofia” di Crispi si riaffacci a volte sulla scena».
Un tempo, quando l’allora direttore generale della Rai Mauro Masi minacciò di togliere l’assistenza legale a Milena Gabanelli per Report, ci fu un’ampia solidarietà alla giornalista in nome della libertà di stampa. Oggi invece quasi nessuno fiata… «I giornalisti che si ostinano a fare il proprio lavoro con rigore e coerenza – (…) – sempre più spesso finiscono per essere considerati anche da certi colleghi come un gruppetto di alieni, di marziani. A volte non si riflette abbastanza sull’importanza della parola e sull’amore per la verità, antidoti contro l’informazione complice, pilotata. In ogni caso strumenti necessari perché il nostro Paese recuperi un posto più lusinghiero nella classifica mondiale della libertà d’informazione».
(…). Chi racconta le indagini viene invitato ad aspettare le sentenze, poi quando arrivano le sentenze (vedi il caso Minzolini) non sono tenute in alcun conto… «Torniamo al discorso dei provvedimenti giudiziari che vanno bene se sono ritenuti utili a una certa causa, altrimenti vengono attaccati o calpestati. È come ridurre la legalità a un paio di ciabatte da indossare solo quando fa comodo».
Lei il clima di oggi lo ha già sperimentato a Palermo, quando subì attacchi da destra e da sinistra, ai tempi del processo a Giulio Andreotti… «Durante i quasi sette anni in cui ho diretto la Procura di Palermo (1993-1999) il nostro lavoro ha contribuito a salvare la democrazia italiana. Non ho mai preteso di essere pensato come avvolto in una bandiera tricolore. Sarebbe ridicolo. Ma mi sarei aspettato almeno un diffuso rispetto per il nostro lavoro. E invece siamo stati al centro di una vera e propria guerra: non contro la mafia, ma contro la Procura di Palermo. Una guerra totale condotta con tattiche diverse, ma tutte ispirate all’obiettivo di restringere i nostri spazi operativi e circoscrivere il rischio che potessimo scoprire verità sgradevoli, tipo quelle emerse con le inchieste su Giulio Andreotti e su Marcello Dell’Utri. Per resistere agli attacchi scatenati contro di noi abbiamo dovuto mostrare una schiena ben diritta e robusta».

giovedì 12 aprile 2018

Primapagina. 84 “Cancellare il Pd”.


Ovvero quell’”ircocervo” della politica italiana. Tratto da “Abbiamo sbagliato rottamazione premiando solo la fedeltà. Rimettiamo i piedi nel fango”, intervista di Concita De Gregorio a Sara Biagiotti, ex sindaco di Sesto Fiorentino, commercialista presso CNA, intervista pubblicata sul quotidiano la Repubblica del 7 di aprile 2018: (…). «C’era un sogno che si è visto sparire. Il più grande partito del centrosinistra europeo che perde 6 milioni di voti non è una sconfitta: è una disfatta. Il minimo storico, ho controllato: nel 2001 i Ds presero più voti di oggi. In questi ultimi anni sono stata zitta, ma è stato un travaglio personale doloroso. Se ora parlo è perché penso che se il Pd vuole risollevarsi bisogna dire le cose che si sentono, sinceramente».
Lei era sul camper 2012, la rottamazione. Cosa non ha funzionato? «A parte il termine, molto criticato, la rottamazione riassumeva un’esigenza che tutti sentivamo da anni: andare verso il rinnovamento significava più equità, giustizia, trasparenza, merito. Lotta alla corruzione, all’evasione. Non significava certo sostituire un gruppo di potere con un altro».
È andata cosi? Un gruppo di potere al posto di un altro? «Purtroppo. Potere significa potere di fare le cose, cambiarle. Non tenere il potere per sé. Guardi le banche».
Degli scandali bancari lei parlò alla Leopolda del 2012. «Infatti. È la mia formazione. Mi occupo di bilanci. E poi ho letto i sondaggi: a ottobre 2017 in due mesi si è perso il 3 per cento dei consensi sulle banche. Il partito è stato identificato con l’establishment».
Era un po’ difficile non farlo col caso di Banca Etruria. «Capisco che l’equazione sia stata Etruria uguale Boschi uguale Renzi. Però si doveva fare in modo che gli organismi che dovevano vigilare vigilassero senza entrare nel merito, non bisognava schierarsi. Rispondere alle accuse a livello personale, ma non schierare il partito e sovrapporlo a quella vicenda».
Ha scritto di aver vissuto questi anni, dopo l’esperienza da sindaco, in assoluta solitudine. «Politica. Sul piano personale ho tanti interessi, lavoro. Ma ho toccato con mano la perdita delle relazioni umane nel partito. I rapporti di comunità si sono persi. Moltissime persone sono state lasciate sole. In tanti mi hanno scritto: da tutta Italia, amministratori. Anche noi ci siamo sentiti soli, hanno detto. Un partito che si è chiuso in gruppi sempre più ristretti invece che aprirsi, parlare, coinvolgersi».
Boschi e Bonafè, le due compagne della celebre foto? «Mai più sentite».
È successo qualcosa tra voi? «Niente. Che è pure peggio».
E Renzi, il segretario? «Sette mesi dopo la mia cessazione da sindaco, il 29 febbraio 2016: ho chiesto io l’incontro, per parlare della situazione di Sesto alla vigilia del voto. È stato cordiale, abbiamo parlato. Era l’epoca della campagna referendaria. Lui era d’accordo sulla candidatura di un candidato che poi ha perso le elezioni. Ma non è stato suo demerito. Nessuno ha voluto ascoltare la pressione dell’opinione pubblica contraria alle due grandi opere che il Pd aveva sostenuto, l’aeroporto e il termovalorizzatore. Ora il presidente della Regione, Rossi, lo stesso di allora, ha cambiato idea e l’impianto non lo vuole più fare. Poteva dirlo prima. Ci abbiamo perso la città. Un bel capolavoro».
Ha detto: in un partito non può contare solo la fedeltà. «È così. La rottamazione doveva fare spazio ai migliori. Non puoi scegliere quelli che ti sono più fedeli. Devi circondarti di persone più brave di te. Se vuoi solo chi ti dice di sì hai un consenso illusorio, prima o poi ti si ritorce contro. I fedelissimi ti fanno perdere il contatto con la realtà, ti danno sempre ragione. Non si può considerare chi dissente come un nemico: lo spirito critico è indispensabile. Invece ho visto denigrazione sistematica del dissenso, cinismo».
Cinismo per ottenere cosa? «Per emergere. Non solo tra le cosiddette correnti ma anche all’interno di un gruppo ristretto. Ma se tra di noi, come partito, non siamo un gruppo, dove si vuole andare? In un clima in cui ognuno cerca di prevalere sull’altro: le persone non ci votano. Se non siamo comunità nel partito come possiamo pensare di diventare comunità coi cittadini?».
Lei ha scritto: la gente ci odia. «È la sensazione che ho, in autobus in treno nei luoghi normali. Gli avevamo dato una speranza di cambiamento. Davvero c’era la sensazione di poter fare quel passo in avanti che in tanti volevano fare. Il fatto di non essere riusciti è stato percepito come un tradimento. Da noi non se lo aspettavano. Ci avevano creduto».
Dove si è rotto il patto con gli elettori? «Nella perdita di empatia con le persone reali. Guardi: Unioni civili, testamento biologico sono cose bellissime, di grande civiltà. Ma alla gente comune di questa roba gliene importa il giusto. Quelle sono leggi del nostro Dna ma devi anche essere capace di stare vicino alle persone: piccole cose quotidiane, come portare i figli a scuola se non hai mezzi di trasporto. Il lavoro, le periferie. Anche le cose fatte non si sono condivise. La scuola, gli 80 eúro, il jobs act. Non è stata una buona idea mettersi sulla sponda opposta dei sindacati. È vero che ciascuno ha le sue responsabilità: il sindacato nella perdita di una generazione – alla politica e alla militanza – ne ha molte».

mercoledì 11 aprile 2018

Quellichelasinistra. 13 “Se ne vanno”.


“Se ne vanno” è il titolo che il disegnatore (?) della vignetta posta di fianco ha voluto dare alla Sua creazione. O chi per lui. L’ho “pescata” in quel mare magnum che è divenuta la rete. Le “figurette” in essa rappresentate non porgono i loro volti ma paiono non essere interessate a farsi riconoscere da chi aveva avuto il mandato di riconoscerle e parlare con esse. Sono avviate, quelle “figurette”, verso un luogo non identificato, straniero forse, non certo quel mondo che esse avevano pure contribuito a costruire. Sono “figurette” viste come su di un negativo fotografico, al contrario di quelle ben visibili e riconoscibili che hanno fatto la fortuna di Giuseppe Pellizza da Volpedo. “Se ne vanno” lontano, con passo stanco ed incerto, non certamente per andare incontro al “sole dell’avvenire”. Poiché il “tradimento” di quella che soleva chiamarsi la “sinistra” è stato dei più terribili che la Storia possa ricordare. È che la cecità degli uomini della politica, al pari della cecità degli uomini della strada, ha invertito ed indirizzato il passo a quelle moltitudini che un tempo avanzavano invece orgogliosamente sul sentiero del progresso, della uguaglianza e della equità. “Se ne vanno” e se ne andranno sempre più, poiché il più grande tradimento che oggigiorno si possa fare a quella idea della “sinistra” è continuare a rimanere in quelle organizzazioni e con quegli abominevoli attori che della “sinistra” hanno fatto, negli anni più recenti, fetido strame. Essere stati “quellichelasinistra” ha voluto dire abbandonare repentinamente ed ai primi segnali appena la nave destinata a naufragare tra i marosi di un tempo che sta stravolgendo valori e vita di popoli sempre più indifesi e non più rappresentati. Ha raccontato lo scrittore Maurizio Maggiani a Concita De Gregorio nell’intervista “Togliatti ascoltava anche Celentano ora la sinistra non sente più nessuno” pubblicata sul quotidiano la Repubblica del 23 di marzo 2018: (…). «Mio nonno era anarchico. Poco prima di morire, io avevo 16 anni ed era il ’68, mi ha detto: “Ricordati che siamo tutti uguali. Ma non perché siamo servi come dicono quelli là. Siamo uguali perché siamo tutti dei signori”. Ecco, io ci penso spesso a questa frase. Mi ha insegnato la cosa più importante».

martedì 10 aprile 2018

Lalinguabatte. 54 “I padroni sì che hanno fantasia”.


Tanto per aggiornare i termini della questione trascrivo quanto Curzio Maltese, nella Sua rubrica “Contromano” sul settimanale “il Venerdì” del 30 di marzo 2018, ha scritto in “I padroni sì che hanno fantasia”: (…). L’utopia, nel senso della capacità d’immaginare e preparare un futuro impensabile ai contemporanei, era un tempo anche il mestiere della sinistra, prima che finisse prigioniera di un ceto di burocrati, scambiando la rassegnazione per realpolitik. Oggi il compito della sinistra è censurare e auto censurare qualsiasi fantasia progressiva. Lo si vede nel dibattito sul cosiddetto reddito di cittadinanza, termine improprio. Si tratta di un semplice aiuto temporaneo a chi è in cerca di lavoro ed esiste in varie forme nella maggioranza dei Paesi europei, ma in Italia, con un quarto di popolazione sulla soglia della povertà, è presentato come il sogno di Pulcinella. Non parliamo di fare una patrimoniale per aggiustare i conti pubblici e abbassare le tasse ai lavoratori, dio ne scampi. La forza dell’utopia è passata negli ultimi decenni nel campo del potere. La scuola di Chicago, il turbo liberismo, sono stati fonti inesauribili di idee pazze e puntualmente realizzate. Nessuno poteva immaginare trent’anni fa che si sarebbero abbassate le tasse soltanto ai più ricchi o che i giovani avrebbero accettato lavori precari e perfino gratuiti o che si potesse un giorno privatizzare tutto, dalla sanità all’acqua. Uno straordinario esempio di utopia del potere sono i monopoli di Internet. Quattro miliardari americani, ricchi come metà della popolazione terrestre, cui è lasciato l’immenso potere della rete, in un regime di Far West delle regole, senza un contraltare pubblico e nemmeno chiedere in cambio che paghino le tasse: pazzesco. È un’illogica utopia, (…), l’azione della Bce. Di fronte a un sistema bancario cronicamente insolvente, fondato sulla speculazione da casinò dei derivati, Francoforte ha reagito con la più folle delle mosse. Stampare montagne di euro. Undicimila miliardi creati dal nulla, senza alcun legame con l’economia reale, da pompare nel sistema finanziario. Una bolla al cui confronto i precedenti storici impallidiscono, dalla Tulipomania del Seicento fino ai Bitcoin, sono scherzi da bambini. Undicimila miliardi, uguale cinquanta milioni di posti di lavoro, la scomparsa della povertà dal continente. Tutto questo mentre i socialisti europei bocciavano come spreco assurdo l’idea di trovare qualche decina di miliardi per evitare il massacro della Grecia, che aveva già ripagato in interessi e più volte il proprio debito pubblico. Non abbiatene a male; è che non mi pare essere stato conveniente avere staccato la famosa “spina” della cittadinanza vigile e riflessiva così come è avvenuto nel nostro Paese. Abbagliati da mirabolanti ragionamenti e prospettive che era evidente non si sarebbero mai realizzate. Che dire ora? Che fare? Quali scusanti avanzare per la nostra collettiva noncuranza, per la nostra dabbenaggine? Eppure segnali premonitori non sono mancati.

lunedì 9 aprile 2018

Primapagina. 83 “Il più grande collezionista di fiaschi mai visto”.


Da “En Retromarche” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 6 di aprile  2018: (…). Come scrive Paolo Mieli sul Corriere, la causa dell’impasse sono le finte dimissioni di Renzi, il più grande collezionista di fiaschi mai visto anche nella storia delle cantine sociali: ha perso tutte le Amministrative dal 2015 a oggi, ha tracollato al referendum costituzionale, si è schiantato alle Politiche, eppure continua a fare il bello e il cattivo tempo nel Pd per completarne la distruzione fino all’azzeramento.

domenica 8 aprile 2018

Quodlibet. 70 “La democrazia senza morale”.


Da “La democrazia senza morale” di Stefano Rodotà, pubblicato sul quotidiano la Repubblica dell’8 di aprile dell’anno 2016: Nel marzo di trentasei anni fa Italo Calvino pubblicava su questo giornale un articolo intitolato Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti. Vale la pena di rileggerlo (o leggerlo) non solo per coglierne amaramente i tratti di attualità, ma per chiedersi quale significato possa essere attribuito oggi a parole come “onestà” e “corruzione”. Per cercar di rispondere a questa domanda, bisogna partire dall’articolo 54 della Costituzione, passare poi ad un detto di un giudice della Corte Suprema americana e ad un fulminante pensiero di Ennio Flaiano, per concludere registrando il fatale ritorno dell’accusa di moralismo a chi si ostina a ricordare che senza una forte moralità civile la stessa democrazia si perde. Quell’articolo della Costituzione dovrebbe ormai essere letto ogni mattina negli uffici pubblici e all’inizio delle lezioni nelle scuole (e, perché no?, delle sedute parlamentari). Comincia stabilendo che "tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi". Ma non si ferma a questa affermazione, che potrebbe apparire ovvia. Continua con una prescrizione assai impegnativa: "i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore". Parola, quest'ultima, che rende immediatamente improponibile la linea difensiva adottata ormai da anni da un ceto politico che, per sfuggire alle proprie responsabilità, si rifugia nelle formule "non vi è nulla di penalmente rilevante", "non è stata violata alcuna norma amministrativa". Si cancella così la parte più significativa dell'articolo 54, che ha voluto imporre a chi svolge funzioni pubbliche non solo il rispetto della legalità, ma il più gravoso dovere di comportarsi con disciplina e onore. Vi è dunque una categoria di cittadini che deve garantire alla società un "valore aggiunto", che si manifesta in comportamenti unicamente ispirati all'interesse generale. Non si chiede loro genericamente di essere virtuosi. Tocqueville aveva colto questo punto, mettendo in evidenza che l'onore rileva verso l'esterno, "n'agit qu'en vue du public”, mentre "la virtù vive per se stessa e si accontenta della propria testimonianza". Ma da anni si è allargata un'area dove i "servitori dello Stato" si trasformano in servitori di se stessi, né onorati, né virtuosi. Si è pensato che questo modo d'essere della politica e dell'amministrazione fosse a costo zero. Si è irriso anzi a chi richiamava quell'articolo e, con qualche arroganza, si è sottolineato come quella fosse una norma senza sanzione. Una logica che ha portato a cancellare la responsabilità politica e a ridurre, fin quasi a farla scomparire, la responsabilità amministrativa.