Uno dei membri cristiani della nostra parrocchia del villaggio di Ein Arik, Nuzhat Shahin, è stato vittima di una grave aggressione da parte di un gruppo di coloni israeliani martedì 27 gennaio 2026, mentre si trovava con un amico, insieme a una famiglia palestinese diretta verso la propria terra sulla collina di fronte al paese. All’improvviso è comparso un gruppo di coloni israeliani, alcuni armati e altri muniti di bastoni, che hanno iniziato a cacciare i palestinesi dal luogo dicendo: «Andatevene da qui». Quando uno dei palestinesi ha risposto: «Questa è la mia terra», hanno replicato: «Questa è la nostra terra, non la vostra. Andatevene da qui». Durante il loro allontanamento, i palestinesi sono stati aggrediti fisicamente: i coloni li hanno colpiti con bastoni e Nuzhat Shahin ha ricevuto un violento colpo alla schiena. Questa aggressione rappresenta il secondo episodio che colpisce una famiglia cristiana nell’arco di circa una settimana, dopo il recente incidente di Birzeit, che ha causato il ferimento della madre alla testa, l’arresto di un figlio per essersi difeso, e il rapimento di altri due membri della famiglia, picchiati brutalmente e successivamente abbandonati all’ingresso del paese. Questo episodio è inoltre il primo di tale gravità avvenuto nel territorio della nostra parrocchia di Ein Arik, e indica chiaramente un grave deterioramento della situazione di sicurezza. È importante sottolineare che gli aggressori sono giovani tra i 17 e i 22 o 23 anni, con i quali risulta estremamente difficile, se non impossibile, qualsiasi forma di dialogo, poiché appaiono profondamente impregnati di odio, rancore e ideologia estremista. Come in casi precedenti, non si è registrato alcun intervento efficace o misura dissuasiva, in particolare da parte delle autorità israeliane, che continuano a permettere a questi coloni di agire con quasi totale impunità. Quanto accaduto non è un episodio isolato, ma parte di un andamento allarmante che minaccia la sicurezza, la dignità e il diritto fondamentale delle persone alla loro terra e a vivere in pace. p. Firas Abedrabbo Parroco della Annunciazione (Latini) – Ein Arik
“La Storia e la scoperta della vergogna”, intervista di Emanuele Coen al professor Carlo Ginzburg pubblicata sul settimanale “L’Espresso” del 23 di gennaio 2026: (…). La nostra conversazione avviene alla vigilia del Giorno della Memoria. Marc Bloch ha affermato che la memoria non si basa necessariamente sulla verità ma la deforma e la arricchisce. Condivide questa prospettiva? «Per ragionare su questo punto occorre partire da un libro bellissimo di Maurice Halbwachs, "Les cadres sociaux de la mémoire'', uscito nel 1925. Lui distingue fra cornice sociale della memoria e Storia. Ho cercato di sviluppare questo concetto alla luce di vicende successive e sono arrivato alla convinzione che la memoria reagisce a qualcosa che non ha a che fare col vero e col falso. In altre parole, memoria e Storia devono restare separate, anche se la Storia si nutre della memoria e viceversa».
Vista così, tuttavia, la riflessione sulla Storia rischia di restare confinata tra gli addetti ai lavori. «Non necessariamente. Il mio motto, scherzo naturalmente, è "tartufi per tutti". I tartufi sono buoni, cari, rari, quindi tartufi per tutti. Scrivere di Storia, dunque, non significa abbassare il livello dell'argomentazione per renderla comprensibile a un pubblico più ampio. Al contrario, vuol dire cercare di trascinare il pubblico dei non addetti ai lavori nel mondo della ricerca. È il contrario del paternalismo: il mio modello è Marc Bloch, che l'ha detto molto chiaramente. Altri modelli, nella letteratura novecentesca, sono Marcel Proust con la "Recherche" e Bertolt Brecht, che sottolinea l'importanza di includere l'impalcatura nella costruzione dell'edificio»
A ottantuno anni dalla liberazione di Auschwitz cosa significa celebrare il Giorno della Memoria «Non ho mai accettato di intervenire in questa giornata per un motivo semplice: non penso di avere niente di rilevante da dire. Una pura ripetizione sarebbe inadatta alla circostanza e forse anche dannosa. Cito un amico che invece interviene con grande ricchezza di argomentazione, Stefano Levi Della Torre. Ammiro quello che Stefano fa, ma non mi sento di seguirlo su questo terreno, molto delicato, perché si può arrivare alla banalizzazione. È quello che mi spaventa».
Qual è la giusta distanza per guardare oggi la Shoah? «La dimensione emotiva non può essere esclusa, fa parte della verità di questa tragedia immane. L'esempio di sdoppiamento a cui pensiamo subito è Primo Levi. Non a caso Lévi-Strauss, a proposito di "Se questo è un uomo", affermò che si tratta dell'opera di un antropologo».
Claude Lanzmann, regista del monumentale documentario "Shoah" (1985), criticava severamente qualsiasi rappresentazione romanzata dell'Olocausto. Eppure film come "Schindler's List" e "La vita è bella" hanno contribuito all'esercizio della memoria. Di recente è uscito "Norimberga" di James Vanderbilt. Condivide il rigorismo di Lanzmann? «Mi sono sempre tenuto lontano da questo genere di film. Ma il punto è di carattere generale e la risposta viene ancora una volta da Bloch. Nel suo libro postumo "Apologia della storia o mestiere dello storico'' c'è un capitolo straordinario su quello che lo storico può trarre da narrazioni di finzione. Quando leggiamo memorialisti come Saint-Simon, dice Bloch, al di là di quello che scrive la cosa più importante è quello che leggiamo tra le righe. Su questo aspetto ho scritto un saggio intitolato "Rivelazioni involontarie'', incluso nel volume "La lettera uccide'' pubblicato da Adelphi. Leggere tra le righe è decisivo per uno storico».
Nell'ultimo anno lei ha firmato appelli contro "la pulizia etnica" a Gaza, per il riconoscimento dello Stato di Palestina e contro il ddl Delrio, che include nella categoria di antisemitismo anche alcune critiche radicali allo Stato ebraico. Li firmerebbe ancora? «Vorrei rispondere alla sua domanda con un'altra domanda: "Cosa è successo nel frattempo per indurmi a un ripensamento?"».
Sul termine "genocidio" dei palestinesi di Gaza lei ha citato Tatiana Bucci, sopravvissuta ad Auschwitz: «È un massacro. Lo vuole chiamare genocidio? Cosa cambia?». Qual è la sua posizione? «Il termine genocidio ha una dimensione tecnica giuridica, ma viene usato anche al di fuori di questo contesto. Sulla comparazione con la Shoah, Primo Levi aveva una posizione chiara: comparare non significa abolire l'unicità dell'evento. Se il confronto implicasse una diminuzione dell'enormità della Shoah non lo accetterei. La comparazione evidenzia convergenze e divergenze».
Durante la guerra lei usò un nome falso per sfuggire alla persecuzione. Come influì fatto sulla sua percezione di sé? «(…). Ero con mia madre e mia nonna al Saltino, vicino a Vallombrosa, quando la zona era occupata dai tedeschi in attesa delle truppe inglesi. Mia nonna, Lidia Levi Tanzi, l'unica componente non ebrea della famiglia, mi disse: "Se ti chiedono come ti chiami, devi dire Carlo Tanzi", il nome di suo padre. Avevo cinque anni. Scrisse quel nome sulla prima pagina del libro che mi stavano leggendo, "Il più felice bambino del mondo". Più tardi ho capito che in quel momento sono diventato ebreo».
Come si concilia il sentirsi ebreo con il non credere nell'identità come categoria fissa? «Nel caso di un ebreo diasporico è la riprova che le identità sono multiple. Come diceva Primo Levi: "italiano ed ebreo". Non amo la parola identità proprio per la sua etimologia: da "idem", per cui si rimane uguali. Il mio sentirmi ebreo viene dalla persecuzione, ma proprio per questo rifiuto l'identità come categoria fissa, essenziale. È preferibile considerare l'individuo come il punto di convergenza di più insiemi».
E l'identità italiana? «Il caso italiano è appassionante e unico. È impossibile trovare un Paese in cui il policentrismo sia così accentuato in uno spazio così piccolo. Potrebbe essere un esempio per il mondo, far fare un passo avanti all'umanità».
Pochi anni fa avete consegnato l'archivio di suo padre, Leone Ginzburg, alla Fondazione Polo del '900. È stato costretto a sdoppiarsi: storico, figlio, sopravvissuto. Come è stata tramandata nella sua famiglia la memoria della Shoah? «È stata una dolorosa, faticosa scoperta».

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