"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 22 gennaio 2026

Doveravatetutti. 50 Silvia Truzzi: «È normale che uno Stato fallisca come una società per azioni; è normale che uno Stato - i cui elementi sono territorio, popolo e sovranità - si svenda pezzo per pezzo. Il processo è in stato talmente avanzato che tutti, davanti alla brutale verità di Trump, sembrano ciò che sono: impotenti».


(…). Martedì (20 di gennaio 2026 n.d.r.) Avvenire titolava bene in prima pagina "Il Cda del mondo". E nella pagina successiva il professor Zamagni spiegava: "L'istituzione del Board of Peace rappresenta l'ultimo frutto del neocolonialismo americano, che ha messo il mondo nelle mani di un'oligarchia finanziaria e politica. Non è follia ciò cui assistiamo oggi con Trump. È la messa in pratica di un piano culturale chiaro, in cui tutto a questo punto si può comprare. Anche la pace". Zamagni, economista cattolico, ricordava anche che nel 2009 Peter Thiel (Palantir ), capofila del tecno-trumpismo, parlò dell'incompatibilità tra democrazia e capitalismo: "È intorno a quel programma che è nata la deriva trumpiana, che ha avuto nel vicepresidente Vance uno degli interpreti più spregiudicati. L'idea di esportare la democrazia, di cui si parlava ai tempi di George W. Bush nello stesso Partito Repubblicano, non interessa più. Il principio base resta quello mercantilistico: tutto si può comprare e tutto si può vendere. Anche le persone, non solo le cose. Il principio utilitaristico del resto è nella storia degli Usa: abbiamo dimenticato che gli Stati Uniti nell'Ottocento acquistarono la Florida dagli spagnoli e la Louisiana dalla Francia?". Credevamo che l'affermazione delle istituzioni giuridiche, nazionali e sovranazionali, avesse segnato per sempre la primazia del diritto sulla forza, della democrazia sul capitalismo. Ma da decenni le istituzioni sono deboli, quasi completamente svuotate di potere decisionale a favore degli interessi economico-finanziari: i famosi valori dell'Occidente sono ormai quelli del capitalismo più feroce e insaziabile, che ha divorato le organizzazioni politiche. Le istituzioni che oggi svelano la loro inermità non hanno ceduto adesso, sotto la pressione dell'assertivo presidente Usa. Fingiamo di scandalizzarci per le oscene proposte di Trump (comprare cash la Groenlandia, indennizzare i 57mila abitanti con un assegno da 10 a 100 mila dollari) ma non abbiamo battuto ciglio quando la Grecia, strangolata dalle stesse istituzioni europee, è stata costretta a vendere infrastrutture cruciali come i porti. È normale che uno Stato fallisca come una società per azioni; è normale che uno Stato - i cui elementi sono territorio, popolo e sovranità - si svenda pezzo per pezzo. Il processo è in stato talmente avanzato che tutti, davanti alla brutale verità di Trump (sono il più forte, compro o conquisto quello che mi serve), sembrano ciò che sono: impotenti. Il Consiglio della Pace di Gaza è in realtà una società di prestanome per palazzinari di lusso. A "salvare" l’Italia dalla sciagurata ipotesi di sedersi in questa nuova Onu del capitale mondiale sarà la tanto bistrattata Costituzione: l'articolo 11, quello che ripudia la guerra, consente le limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni in condizioni di parità con gli altri Stati (il Colle l'ha fatto presente alla premier, smaniosa di avere un ruolo internazionale). Ma l'abbiamo ignorato per anni: ormai è troppo tardi. (Tratto da “L’ONU privatizzata: l’ingordo capitalismo ha divorato gli Stati” di Silvia Truzzi, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, giovedì 22 di gennaio 2026).

“Così con Donald stiamo diventando un’autocrazia”, testo di M. Gessen – da Wikipedia: «Marija "Maša" Aleksandrovna Gessen (Mosca, 13 gennaio 1967) è una saggista, giornalista e attivista russa con cittadinanza statunitense» – pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di ieri, 21 di gennaio 2026: (…). Siamo diventati un Paese nel quale le persone sono fatte sparire da una forza paramilitare che dà loro la caccia nei loro appartamenti, per le strade delle città e delle campagne, e perfino nei tribunali. Meno di un anno fa, i filmati degli arresti eseguiti dall’Immigration and Customs Enforcement sarebbero diventati virali e sui social i post di avvistamento di agenti dell’Ice avrebbero fatto venire i brividi lungo la schiena. Adesso, perfino i centri di detenzione di più alto profilo sono pressoché spariti dai radar: chi è stato rilasciato? Chi è stato deportato? Chi manca ancora? Chi riesce a tenerne traccia? Siamo diventati un Paese nel quale una persona può essere giustiziata sommariamente in pubblico per aver protestato contro quella forza paramilitare. Dopo che un agente dell’Ice ha ucciso Renée Good, sparandole tre volte a bruciapelo a Minneapolis, il 7 gennaio, Trump, il vicepresidente J.D. Vance e altri funzionari federali hanno detto che gli spari erano giustificati dall’autodifesa (i video mostrano altro), e hanno puntato il dito contro la presunta affiliazione di Good con gruppi di sinistra – affermando, a quanto sembra, che, se in America si protesta, oggi si è punibili con la morte. Siamo diventati un Paese il cui governo federale dispiega forze militari e paramilitari per le strade delle sue città più importanti, terrorizzando i residenti mentre sostiene di proteggerli. Un osservatore esterno che voglia fare un bilancio degli Stati Uniti potrebbe descriverci come una nazione sull’orlo di una guerra civile. Ma a malapena riusciamo a tenere aggiornato l’elenco delle città dove gli agenti sono già stati sguinzagliati o sono ancora in giro: (…). Il numero degli agenti federali armati fino ai denti e dispiegati a Minneapolis ormai potrebbe essere il quintuplo degli effettivi della polizia municipale. Siamo diventati un Paese il cui governo attacca le sue università, toglie fondi alla ricerca, fa fare marcia indietro ai progressi scientifici, assalta i musei e svuota le istituzioni culturali. Pochi di questi attacchi – realizzati alla luce del sole, annunciati con ordini esecutivi, celebrati in discorsi e messi in vetrina a caratteri cubitali luminosi – incontrano una resistenza significativa. Ci stiamo rimbecillendo. Siamo diventati un Paese che calpesta in maniera vistosa il diritto internazionale. Il nostro esercito bombarda una nazione diversa ogni poche settimane, commette omicidi in acque internazionali, destituisce leader politici stranieri con la forza. Con le sue ambizioni imperiali, il nostro governo minaccia il mondo, alleati inclusi. Siamo un Paese governato da un megalomane le cui opinioni sono palesemente intrise di odio e orgogliosamente ignoranti, la cui avidità non conosce limiti, la cui rivendicazione del potere è assoluta. I leader stranieri cercano di ammansirlo con lusinghe e se ne ingraziano i favori con regali. Di rado tutto ciò serve a frenare il suo appetito o anche solo catturare la sua attenzione, ma sembra che sia l’unica cosa che riescono a fare. Certo, alcuni aspetti della situazione in cui ci troviamo sono antecedenti a Trump. Da molto tempo questo Paese ha il sistema carcerario più grande del mondo, e uno dei meno umani del mondo occidentale; questo ha costituito la premessa per la creazione dei campi di concentramento. Le esecuzioni da parte della polizia di persone di colore vanno avanti da molto tempo. Le origini dell’Ice e della sua agenzia madre, il Dipartimento per la sicurezza della patria, concepita come una forza di polizia segreta, risalgono all’11 settembre. Le guerre culturali risalgono come minimo agli anni Ottanta. Non rispettare il diritto internazionale, giocando al poliziotto più armato del mondo, è una tradizione bipartisan di lunghissima data, così come implementare politiche sempre più ostili e più restrittive per ciò che concerne l’immigrazione. Da almeno un paio di decenni, la presidenza stessa è diventata meno trasparente e più potente. Non sto dicendo che quello che stiamo diventando quest’anno sia soltanto il proseguimento di ciò che è stato. Poche persone lo sosterrebbero. La verità, però, è che anche se ci insegnano a pensare alla Storia come a una serie di punti drastici di svolta in date specifiche – guerre, rivoluzioni, assassinii, dichiarazioni di indipendenza e decreti che annunciano la legge marziale –, nessuna trasformazione è istantanea o totale. Questa Amministrazione Trump si sta muovendo a una velocità vertiginosa. Ciò nonostante, non ha ancora distrutto tutto. Siamo ancora un Paese con una società civile solida. Gli avvocati hanno combattuto l’Amministrazione in tribunale. La popolazione si è radunata per manifestare contro l’usurpazione del potere di Trump e si è organizzata per proteggere i vicini di casa dall’Ice. Ma gli attacchi di Trump alle università, i suoi assalti al sistema giudiziario, le sue minacce alle società no profit e alle organizzazioni filantropiche hanno già alterato il funzionamento della società civile. Le università e le fondazioni non sono più quello che erano un anno fa, e non lo è nemmeno il ramo giudiziario, dove si concentra così tanto lavoro della società civile. L’esecuzione di Good ha sicuramente condizionato il calcolo mentale di ogni potenziale manifestante.

Gli autocrati cancellano la libertà di stampa in almeno due modi: piegandola, come ha fatto Trump, con cause legali e pressioni normative costanti, e ridistribuendo l’accesso alle informazioni. A ottobre, l’Amministrazione Trump ha cacciato a calci fuori dal Pentagono mezzi di informazione di lungo corso, sostituendoli con giornalisti e influencer fedeli. Il panorama mediatico, come la società civile, è molto più circoscritto, se lo si raffronta a quello di un anno fa. Abbiamo ancora le elezioni. Ma quanto saranno libere ed eque le elezioni del 2026? Trump non porta soltanto rancore alle autorità elettorali di molti Stati: ha fatto del rancore il perno centrale della sua campagna del 2024. Da quando è tornato in carica, la sua Amministrazione ha preso una serie di decisioni per azioni esecutive e ha intentato una serie di cause legali finalizzate a limitare l’accesso ai seggi, epurando le liste degli elettori, limitando l’indipendenza delle autorità elettorali locali e in genere preparando il terreno per l’intimidazione sistematica sia degli elettori sia dei funzionari deputati a controllare lo svolgimento delle elezioni. Un termine per definire i regimi che mantengono gli orpelli della democrazia, come legislature, tribunali ed elezioni, ma li usano perlopiù come apparati, è “autoritarismo elettorale”. È questo che stiamo diventando. Se chiedete a chi ha vissuto in un Paese diventato un’autocrazia, vi racconterà una versione diversa di una medesima storia: i muri si chiudono, lo spazio rimpicciolisce sempre più. Lo spazio di cui parlano è la libertà. In Russia, un tempo erano consentite le proteste di massa. Naturalmente, gli Stati Uniti non sono la Russia – o l’Ungheria o il Venezuela o Israele o una qualsiasi delle molte democrazie che si sono trasformate in autocrazie o lo stanno diventando. Adesso, però, è venuto il momento di concentrarsi sulle somiglianze e di cercare di imparare qualcosa dal modo in cui gli altri Paesi hanno represso le proteste, eviscerato i rispettivi sistemi elettorali, limitato la libertà dei media e costruito campi di concentramento. L’unico modo per impedire che quello spazio imploda è riempirlo, puntellando i muri, prendendo tutto lo spazio che ancora esiste per parlare, scrivere, pubblicare, protestare, votare. Sembra che la popolazione del Minnesota stia facendo proprio questo, e tutti noi dovremmo farlo. Adesso, subito, finché possiamo ancora farlo.

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