"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 2 gennaio 2026

MadeinItaly. 75 Giacomo Leopardi: “Dunque - dice il passante - mostratemi l'almanacco più bello che avete”. “Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi”. “Ecco trenta soldi”. “Grazie illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi”.


E allora quei presidenti del Cnel che provano a farsi un regalo di migliaia di euro senza fare neanche la fatica di travestirsi da Babbo Natale? Ci vorrebbe più rispetto per gli artisti "en travesti", nobile tradizione che va dal Cherubino delle Nozze di Figaro alle drag queen, dal teatro elisabettiano... fino a quel signore del mantovano che si è recato all'anagrafe con la parrucca della madre defunta. Sì, proprio lui, messo all'indice da uno Stato puritano e bacchettone solo per il suo anticonvenzionale crossdressing, col pretesto della truffa all'Inps: ma che accusa è "riscuotere la pensione per un morto" quando è risaputo che con una normale pensione non si riesce a vivere? Addio saturnalia, addio maschere, addio rituali... Se è così, allora si abbia fino in fondo il coraggio di abolire il carnevale e Halloween, e di mettere fuorilegge, insieme ai quei cosplay stimati padri di famiglia dentro sbrilluccicanti armature da Gundam, anche quei comici mediocri truccati da ministri della Repubblica, che vediamo tutti i santi giorni nelle auto blu e nei programmi marroni. (Tratto da “Quando i comici si travestono da ministri…” di Dario Vergassola, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 12 di dicembre dell’anno 2025).

“Specchiarsi nell’era dell’assenza” di Filippo Ceccarelli, pubblicato sul supplemento “L’anno che verrà” del quotidiano “la Repubblica” del 31 di dicembre dell’anno 2025: “Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.  Bisognano, signore, almanacchi?".  Se è vero, come insegna Giacomo Leopardi, che ogni anno nuovo e ogni anniversario costringono a fare i conti con il passato e il futuro, ecco, rileggere oggi il primo numero di Repubblica spalanca un vortice di pensieri che non è facile declinare in storia politica. C'era proprio allora una difficile crisi di governo aperta a sorpresa dal segretario (allora non si usava leader) del Psi pre-craxiano, il placido professor De Martino, contro il muro di gomma della Dc, e tuttavia malvista dai comunisti che tutto a quei tempi subordinavano alla strategia del compromesso storico. Scalfari andò a intervistarlo a Napoli e da quell'incontro, (…) emerge un quadro di inusitate sottigliezze e composti rituali. Osservato nel tempo del presente assoluto, lo scontro politico appare insieme nitido e ovattato; il linguaggio suona cauto e fin troppo aderente ai programmi. Ma quel che più impressiona sono i tempi lenti della politica, la quantità di soggetti da coinvolgere e la chiarezza con cui, da parte di Scalfari e De Martino, però anche dei loro virtuali interlocutori (Moro, Zaccagnini, La Malfa, Berlinguer) si elencavano possibili soluzioni indicandone il percorso e la destinazione. L'inespresso - e non era poco - stava nel blocco geopolitico che paralizzava l'Italia in piena guerra fredda. Vecchi ricordi. Eppure, come nel dialogo leopardiano fra il venditore di almanacchi e il passante (il "passeggere"), si direbbe che in questi cinquant'anni "il Caso" ha "trattato male" la politica italiana riducendola così com'è; per cui eccoci qui a parlar sempre di crisi, declino, degrado, astensionismo esponenziale, tribalizzazione irreversibile, pericoli per la democrazia e via dicendo. Inutile riepilogare, se non per sommissimi capi, le tappe, le disfatte e le occasioni perdute di questa avvertita, ma indimostrabile decadenza: dal caso Moro alla rivoluzione giudiziaria, dallo smantellamento industriale alle suggestioni del berlusconismo, quindi, la supplenza tecnocratica, l'antipolitica, l'odierno nazional-populismo al potere. Né suona di conforto la regolarità per cui, dalla Dc in poi, ogni ciclo di comando ha trovato la sua rovina, con le sue inesorabili conseguenze, perché, secondo la lezione di Machiavelli, "si trova questo nell'ordine delle cose, che mai non si cerca fuggire uno inconveniente che non si incorra in un altro". Rari paiono i momenti di luce: forse la resistenza unitaria al terrorismo, forse il traguardo europeo e beato chi riesce a ricordare qualche altro passaggio (senza cadere nella faziosità, dannazione nazionale. Inesistenti gli stati di grazia civile. Grida vendetta il tempo perso dietro a riforme che, nel nulla di fatto, hanno comunque contribuito a svuotare le istituzioni, a cominciare dal Parlamento. Dal 1976 a oggi il sistema dei partiti è andato giù senza che alcuno sia mai riuscito a restaurarlo o risollevarlo. A un vuoto di rappresentanza si è sostituito un pieno di rappresentazioni, il dominio degli spettacoli, dell'apparenza, della seduzione, dello shock, della fuffa. Certi giorni s'intuisce in giro la tentazione di potere verticale, personale, magari schermato da qualche risorsa pop. D'altra parte, che il partito egemone della maggioranza, calcolabile tra il 10 e il 15 per cento degli aventi titolo a votare, si sia messo in testa di cambiare la Costituzione è qualcosa che né Scalfari né il professor De Martino, ma neanche Moro, La Malfa o Berlinguer, avrebbero mai potuto nemmeno immaginare (forse Craxi sì). Eppure siamo lo stesso qui a ricordare, magari a cercare perfino di conquistare qualche ragionevole certezza. Così, certi altri giorni ci si sorprende a chiedere se quanto accaduto assomigli più a una rotolata giù per la china o a uno sgretolamento graduale, anche se i due esiti non sono poi così incompatibili. Oppure se per caso non c'entri il fatto che si invecchia, il meglio è passato, gli antichi testimoni liberano il palco, non resta che brontolare dinanzi alla storia senza più inseguirne i salti, gli slanci, gli scarti, le vie di fuga. Però per cinquant'anni, giorno dopo giorno, Repubblica ha saputo organizzare e dare un ordine al provvisorio. Non c'è storiografo che ne potrà fare a meno ripassando gli eventi su queste e quelle pagine. "Dunque - dice il passante - mostratemi l'almanacco più bello che avete". "Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi". "Ecco trenta soldi". "Grazie illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi".

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