"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 24 gennaio 2026

Cosedettecosì. 03 “Trumpiata” americana.


Il settore che rischia di più è quello dei videogames distopici ambientati in un'America allo sbando, senza più regole, in preda a milizie fascistoidi che ammazzano a capocchia. Stiamo per passare dalla fantasia alle breaking news, anche se per noi cambia poco: invece di avere in mano il controller avremo scaramanticamente in mano le nostre balle. Se tutto andrà male come sembra, da quelle parti e temo anche da queste il nuovo motto sarà “I have a nightmare”. Salta ogni logica apparente: un presidente che si vanta di cacciare gli stranieri va a prenderne uno in Venezuela per portarlo a New York, mentre nel Minnesota una giovane donna del Colorado, pacifica e disarmata, viene impunemente sparata in faccia da una sottospecie di poliziotto che non coglie la differenza tra il peperoncino di uno spray e il piombo di una Glock. Perciò si diano da fare, i creatori di Fallout o The Last of Us, se non vogliono essere superati dalla realtà: nel frattempo la Statua della Libertà sta per diventare l'unico monumento su cui, invece che i piccioni, ci scagazzano i tycoon. (Tratto da “Per favore, ridateci i videogames” di Dario Vergassola).

"Mai fidarsi degli americani", mi diceva mia nonna, comunista irriducibile che pure con gli americani un po' in credito per la fine della guerra ci si sarebbe dovuta sentire, ma niente, per lei americani "buoni" non ce ne stavano e non ce ne sarebbero mai stati, inutile provare a convincerla del contrario. Ero piccolo, la ascoltavo senza batter ciglio, e che il presidente degli Usa fosse un ex attore di Hollywood piacione e assai di destra mi rafforzava nella convinzione che gli americani fossero tutti, senza cercare speciose distinzioni, pericolosi poco di buono con la passione per la guerra e lo show. Da allora il mantra di mia nonna mi è risuonato spesso, soprattutto ogni qualvolta ci si è trovati al cospetto di un americano "diverso", di cui in teoria ci si potesse fidare, la cui figura avrebbe autorizzato ottimismo quando non entusiasmo. Per capirci, mia nonna avrebbe avuto sicuramente da ridire qualcosa anche su Obama, per non parlare di quello che sarebbe stata capace di dire di un Papa americano (anche dei Papi, credo si sia ormai intuito, mia nonna tendeva a fidarsi pochissimo). Mia nonna generalizzava, si fidava della propaganda, non era mai stata nei Paesi comunisti e nemmeno negli Usa, ma le sue certezze granitiche mi affascinavano. Nonostante ritenga pratica odiosa quella di interpretare il pensiero di chi non c'è più, non posso non ragionare su ciò che mia nonna sarebbe stata capace di dire di uno come Trump e di tutto il circo di tragicomici compari che lo circonda, classe dirigente talmente dissennata da mandare gambe all'aria ogni più ardita satirica provocazione. Mentre mi insabbio nei ricordi guardo le pareti di casa, con due americani che mi guardano pensosi, Miles Davis e John Coltrane, a ricordarmi che di miti americani ne ho avuti fin troppi, che di Malcolm X con mia nonna non ho mai parlato e che nessun artista mi è parso in vita geniale come Prince, americano di Minneapolis. Ricordo i murales con l'immagine di Prince fare da scenografia alle proteste per le strade di Minneapolis per l'omicidio di George Floyd da parte della polizia americana, erano mesi di pandemia durante i quali il video di quella vita registrata nel momento di spezzarsi fece mancare il respiro a tutto il mondo. Camuffare l'accaduto fu impossibile, i tentativi goffi, le responsabilità chiare, la rabbia incontenibile. Cinque anni dopo una donna che protestava per la militarizzazione violenta della sua città da parte degli squadroni anti immigrazione di Trump viene giustiziata con quattro colpi di pistola. Trump e i suoi scherani più autorevoli hanno criminalizzato la vittima, e assolto l'assassino, e lo hanno fatto dopo aver guardato i video dell'accaduto, che ha visto tutto il mondo. Nonostante quei video, in tanti crederanno alla propaganda di Trump. Mia nonna, quando sbagliava, aveva almeno l'alibi di vivere nel secolo scorso. (Tratto da “Gli americani e mia nonna” di Diego Bianchi).

Quì non se n'esce: o a viso aperto o a volto coperto.  Nel secondo caso rischia di pagare un prezzo ancora più salato l'Amministrazione Trurnp, e l'America in generale, per i rastrellamenti compiuti dall'Ice (Immigration and Custom Eforcement) e dalle numerose polizie anti immigrati. Come ovvio, dipende dall'idea stessa della caccia all'uomo. Ma siccome sul piano operativo tale attività sembra pensata per ottenere un alto impatto di esibizione pubblica, una specie di deportation show, sia consentito di soffermarsi sul modo in cui gli uomini dell'Ice si presentano nei mille video che girano sui social: con auto private e prive di insegne, uniformi più che sommarie, maglie di diverso colore sotto il giubbotto antiproiettili, jeans e cappellini da baseball. Ma più di ogni altra cosa, nel tempo dell'esteriorità, impressiona il fatto che troppo spesso gli agenti svolgono il loro compito con la faccia schermata da passamontagna, mascherine, cappucci, scaldacollo rialzati, caschi con visiera e occhiali da sole specchiati. Ciò che indubitabilmente richiama la forma e l'essenza stessa di milizie paramilitari, soldataglie di regimi autoritari, guerriglieri fanatici, comunque bande di briganti, dal Medio Oriente al Centroamerica fino al cuore dell'Africa, ma anche terroristi (dall'Ira all'Età) e criminali in giro per il mondo, tutti accomunati dal fatto di avere la faccia nascosta. È singolare e al tempo stesso sospetto che il potere di una nazione progredita e come tale ossessionata dalla comunicazione non abbia avuto remore a liberare questo genere di torvo e losco immaginario. Fin dai tempi di Adamo ed Eva («E si nascosero dal signore Dio in mezzo agli alberi del giardino», Genesi, 3-8), il volto degli esseri umani è infatti il luogo per eccellenza dell'incontro, del faccia a faccia appunto, della fraternità, quindi del dialogo, ma anche della fragilità. Suonano ipocrite le motivazioni ufficiali secondo cui gli agenti dell'Ice agirebbero mascherati come del resto i selezionatissimi poliziotti della sezione latitanti dell'antimafia qui in Italia - per evitare il doxxing, cioè la divulgazione di informazioni personali e proteggere le famiglie da vendette. Dopo l'esecuzione di Minneapolis, in un mondo in cui i telefonini sono branditi come armi di difesa e ogni cosa pretende di essere visibile, a maggior ragione viene da pensare che la scelta del mascheramento sia stata adottata per stabilire una gerarchia dello sguardo, incutere paura alle prede dei controlli e assicurare agli agenti un anonimato che ha il potere di renderli ancora più decisi, insensibili, disumani - ma sono cose che alla lunga si pagano con gli interessi, perché un conto è qualche spilletta ai Golden Globe, tutt'altro conto un preambolo di guerra civile. (Tratto da “Ice, la violenza in maschera” di Filippo Ceccarelli).

“Nel pomeriggio avevano sparato a un gruppo di ribelli nel corso di uno spettacolare, tonificante scontro a fuoco e avevano l'adrenalina ancora in circolo dopo tutte quelle ore". Bisogna dar fede agli scrittori, perché riescono a spiegarti i fatti in profondità e spesso prima che avvengano. In questo caso lo scrittore è Stephen Markley, e scrive queste righe nel romanzo “Ohio”, del 2018, quando la guerra in Iraq è alle spalle ma dopo aver consumato corpi continua a divorare l'umanità dei sopravvissuti. Nel caso letterario, un uomo che si chiama Dan Eaton. Nel caso di cronaca, un uomo che si chiama Jonathan Ross, agente dell'ICE: certo, sono passati più di vent'anni da quando Ross impugnava la mitragliatrice in Iraq a quando ha alzato la pistola per sparare tre colpi sul volto di Renee Good a Minneapolis. Ma non sembra un caso che l'ICE recluti la propria forza lavoro soprattutto tra gli ex ragazzi spediti in Iraq a uccidere e farsi uccidere: "ci impegniamo a essere leader nell'inserimento lavorativo dei nostri veterani", è scritto sul loro sito, e promettono 50mila dollari alla firma e solo otto settimane di addestramento. E visto che non bisogna generalizzare, le conseguenze vanno giudicate dai fatti, e i fatti li ha squadernati The Guardian, ricordando che solo nel 2025 sono morte 32 persone sotto la custodia dell'ICE. Che Trump, Vance e la spaventevole segretaria della sicurezza interna Kristi Noem (che evidentemente pensa che gli umani disobbedienti meritino lo stesso trattamento riservato al suo cane, una pallottola), contino su una sorta di esercito privato di gente con la pistola facile è un altro fatto che in questi giorni è divenuto ancora più evidente. La questione è come ci si è arrivati, e per questo servono appunto gli scrittori. Scrive ancora Markley in Ohio: "Solo in battaglia ti senti davvero vicino a qualcuno". Ma il punto è che non sono solo i veterani a sentirsi ancora in battaglia, e proprio Markley ha ricostruito in diverse interviste la lunga ramificazione dell'odio che è venuta dall'Iraq, dall'Afghanistan, dai grandi eventi americani che hanno cambiato le vite delle persone comuni: "Nessuno vuole diventare un mostro, un assassino, un eroinomane, ma le circostanze, le forze che ci circondano spesso ci spingono a intraprendere strade che non vorremmo percorrere". Non ne siamo immuni: anche in Italia siamo da anni esposti alla violenza per ore, tutti i giorni, da diversi decenni: certe volte, davanti ai talk show televisivi del pomeriggio e della sera, ormai sempre più simili ai combattimenti fra pitbull (che almeno sono clandestini), viene da ricordare quel sostituto procuratore presso il Tribunale dei Minori che voleva rispedire a casa la gran parte dei conduttori e delle conduttrici per istigazione alla violenza. Non aveva visto male, considerando che oggi si sono aggiunti i social a cui la televisione si ispira e via, in un perverso uroboro che non ha testa né coda. (…). (Tratto da “Se il sistema si è assuefatto alla violenza” di Loredana Lipperini).

N.d.r. I primi tre testi dei quattro sopra riportati sono stati pubblicati sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” di ieri, 23 di gennaio 2026; il quarto è stato pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 16 di gennaio ultimo.

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