“Giustizia, potere e la lezione di Minneapolis”, testo di Massimo Giannini pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 17 di gennaio 2026: La battaglia di Minneapolis (con la morte “innocente” della signora Renee Good n.d.r.) ci sembra lontana. Eppure parla anche di noi. Ci rivela le due facce della crisi post-occidentale. La prima faccia rilancia, drammatizzandolo, il dilemma novecentesco posto da Carl Schmitt: cosa succede a un Paese quando il sovrano decide sullo «stato d’eccezione». La seconda faccia riflette, deformandolo, il quesito settecentesco risolto da Montesquieu: che succede a una democrazia quando chi comanda non riconosce più limiti o contrappesi e impedisce che «il potere arresti il potere». Il risultato di questo doppio disvelamento ci riguarda. L’inquietante torsione del diritto esercitata da Trump sulle sanctuary cities statunitensi e la conseguente manomissione delle garanzie giudiziali - negate alle vittime e assicurate ai carnefici - sono la prova più traumatica del danno che si produce quando la politica marcia sulla magistratura, pretendendola debole e asservita. Una “lezione americana” di cui dovremmo fare tesoro, a due mesi dal referendum sulla “riforma della giustizia” di Meloni e Nordio. Che siamo dentro lo schmittiano «stato d’eccezione» lo dice la cronaca. L’abuso della forza praticata dai miliziani dell’Ice lo vediamo da giorni. Quella di Renee Nicole Good, madre di famiglia di 37 anni, è stata un’esecuzione. Più efferata di quella che toccò a George Floyd nel 2020, soffocato dal ginocchio dell’agente di polizia Derek Chauvin mentre ripeteva inutilmente «I can’t breath…», diventato poi il grido di rabbia del movimento Black lives matter. La povera Good è stata ammazzata con due pistolettate in faccia da Jonathan Ross, 47 anni, veterano dell’Iraq, ora in forza alla “milizia presidenziale” di Trump. La Immigration and Customs Enforcement: una polizia ibrida al servizio esclusivo dell’Amministrazione. The Donald la testò a Portland, sul finire del primo mandato. Ora l’ha schierata nelle grandi città a guida democratica, per «spazzare via la feccia dei criminali e dei clandestini». E nonostante le nefandezze che sta compiendo vuole proteggerla con lo scudo dell’Insurrection Act del 1807, la legge che consente di schierare i militari per sedare rivolte o invasioni. Lo sceriffo della Casa Bianca l’ha coperta di soldi, la sua cara Ice. Per arruolare i “miliziani” gli paga stipendi tra i 50 e gli 89mila dollari, più indennità di servizio, straordinari, rimborso dei prestiti universitari, assicurazioni sanitarie e 26 giorni di ferie retribuite. Per armarli ha fatto aumentare la spesa del 600%. Per motivarli ha fatto scolpire nel bando l’ennesimo delirio ideologico: «Reclutiamo americani patrioti e coraggiosi per espellere criminali stranieri, assassini, stupratori, terroristi, pedofili, in situazione irregolare sulle nostre strade». The Donald l’ha trasformata nell’avanguardia morale della nazione, e l’ha collocata nella zona grigia dove il confine tra il diritto e l’arbitrio è quasi invisibile. Ventiduemila paramilitari operano mascherati e con poteri illimitati: fermo, perquisizione, identificazione, trattenimento, arresto. In base al programma 287(g), sono specializzati in deportazioni fast track, cioè espulsioni accelerate di immigrati con margini quasi nulli di revisione giudiziaria. Non rispondono né ai procuratori federali né alle comunità locali, ma solo al governo federale. È il sogno di tutti i leader sovranisti, a partire dalla Sorella d’Italia con la sua spettacolare e fallimentare “operazione Albania” (fermata proprio grazie alla resistenza dei tribunali italiani e della Corte europea). Il New York Times racconta che nell’ultimo anno i pretoriani di Trump hanno sparato a nove persone in viaggio sulla loro macchina. Nei centri di detenzione Ice sono rinchiusi senza alcuna tutela legale 66mila civili. Secondo il Guardian almeno 32 di questi sono morti per le torture e i pestaggi. In almeno due centri in Florida, il famigerato Alligator Alcatraz e Krome North Service Processing Center, Amnesty International denuncia «trattamenti crudeli, inumani, degradanti». Poco importa: i limiti costituzionali sono già stati abbondantemente violati, il braccio violento dello Stato ben coperto dai passamontagna neri non ha volto né legge. Ma se in questo tempo infame persino un’agenzia federale può agire mascherata, allora davvero la democrazia si abitua al buio. E quasi senza accorgersene, per cedimenti e scivolamenti progressivi, finisce per diventare altro da sé. Che questa “lezione americana” sia utile anche a noi lo insegna la storia. Dopo l’esecuzione di Renee Good, almeno sei procuratori federali del Minnesota si sono dimessi dopo aver subito pressioni “uguali e contrarie” dal dipartimento di Giustizia: da un lato gli ha impedito di indagare sul miliziano che ha sparato, dall’altro li ha sollecitati a indagare sulla vedova della vittima, Becca Good, sospettata di avere legami con gruppi attivisti. Non solo: si sarebbero dimessi anche quattro responsabili della divisione Diritti civili del dipartimento di Giustizia di Washington, dopo che l’assistente procuratore generale Harmeet Dhillon ha bloccato le indagini sull’uso della forza letale da parte dell’agente che ha ucciso Good. La stessa Fbi avrebbe negato agli investigatori statali la possibilità di prendere parte all’inchiesta. Non sappiamo se l’America, sottoposta a una “cura” così devastante, abbia davvero anticorpi per reggerla e per reagire. Quel che è evidente, per ora, è che in un sistema nel quale i procuratori federali dipendono direttamente dal dipartimento di Giustizia gli strappi al sistema sono all’ordine del giorno. E resistere alle pressioni politiche è sempre più difficile. (…). Ha detto bene Jonathan Safran Foer, in una splendida intervista a Repubblica: «Le democrazie falliscono non solo per cattivi leader, ma anche per cittadini esausti che si abituano alle ferite morali». Vale nell’Americana trumpiana come nell’Italia meloniana.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
venerdì 23 gennaio 2026
Doveravatetutti. 51 Jonathan Safran Foer: «Le democrazie falliscono non solo per cattivi leader, ma anche per cittadini esausti che si abituano alle ferite morali».
La lettera di Trump al presidente della Norvegia non sarebbe
stata concepibile nemmeno dal più geniale sceneggiatore di film comici di tutti
i tempi. Per dire: neanche Mel Brooks, neanche Monty Python. È un capolavoro di
nonsense, una parodia feroce (quanto involontaria) della megalomania del
potere, un esercizio di scuola sulla instabilità psichica che si attribuisce ai
dittatori. Partiamo dalla forma: lamentarsi con il presidente della Norvegia
per non avere ricevuto il Nobel per la Pace è come protestare con la Casa
Bianca perché il proprio film non ha vinto l’Oscar. La Norvegia in quanto Stato
c’entra zero con il comitato indipendente, e di composizione internazionale,
che assegna i Nobel. Passando poi al contenuto, spero che abbia già fatto il
giro del mondo per quanto è esilarante: siccome non mi avete dato il Nobel per
la pace - dice quasi esplicitamente Trump, ma alla persona sbagliata - allora
non potete pretendere che io non invada la Groenlandia. Alla stessa stregua,
gli scienziati non premiati dal Nobel potrebbero dire, per ripicca: siccome non
mi avete dato il Nobel per la fisica, allora mi rimangio tutti i miei studi e
vi dico che l’atomo non esiste e la materia è fatta di marzapane. Viene perfino
il sospetto che Norvegia e Danimarca, nella mente rudimentale dell’attuale
presidente degli Stati Uniti, in questo democraticamente simile a quella di
molti suoi elettori, siano su per giù la stessa cosa: paesi molto freddi del
Nord Europa, tutta roba che con la Groenlandia c’entra sicuramente. So bene che
cosa state pensando: il momento è gravissimo, cosa c’è da ridere? Che una
persona di zero cultura e di smisurata prepotenza sia il padrone del mondo,
dovremmo considerarla una cosa buffa? La risposta è sì. Il fatto che un buffone
possa mettere in ginocchio il mondo non significa che non sia un buffone. (Tratto
da “Invaderà anche la Norvegia?” di Michele Serra pubblicato sul
quotidiano “la Repubblica” del 20 di gennaio 2026).
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento