"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 20 gennaio 2026

Doveravatetutti. 48 “L’è morta l’umana pietà”.


“Hamas è stato l’alibi per spianare la Striscia", titolo della intervista di Sabrina Provenzani a Francesca Albanese - dal maggio dell’anno 2022, relatrice speciale presso le “Nazioni Unite” per i Diritti umani nei Territori palestinesi occupati – pubblicata sul supplemento de’ “il Fatto Quotidiano” del 4 di ottobre dell’anno 2025: “Gaza è una nuova apocalisse, nel senso non solo di distruzione ma di rivelazione. Porta fuori la nostra natura. È l'occasione per noi occidentali di essere diversi da quello che siamo stati 100 anni fa". (…).

Come si arriva al 7 ottobre? “Il territorio palestinese occupato era un microcosmo di oppressione sistematica e strutturale, di cui era intriso il sistema normativo con cui Israele controlla i palestinesi. Un sistema militare fatto anche di violenza punitiva. E di tutto questo non c'era nessun tipo di copertura mediatica. L’Italia si è svegliata il 7 ottobre, ma la questione era stata completamente derubricata. Per me diventare relatrice delle Nazioni Unite sulla Palestina è stato sconvolgente, perché prima conoscevo la questione palestinese dal punto di vista storico, avevo anche vissuto a Gerusalemme, man on avevo una comprensione netta di tutte le sfaccettature dell'occupazione, che ho compreso attraverso il lavoro di relatrice. Omicidi, arresti illegali, spossessamenti, attacchi preventivi sui civili, inclusi i bambini... solo nei primi sedici mesi in cui sono stata relatrice speciale ho visto sfollare decine di famiglie, 700 bambini, 460 palestinesi ammazzati”.

Dal 2007 Israele ha attivato una forma indiretta di occupazione a Gaza. Al 6 ottobre 2023, qual era l'impatto umanitario, politico e militare? Già prima del 7 ottobre la situazione a Gaza era devastante, con il 40% della popolazione attiva senza lavoro, perché Gaza era sotto assedio. L'85% delle persone sopravvivevano grazie agli aiuti umanitari, o a collaborazioni con Israele. Rimesse, ma soprattutto i soldi arrivati ad Hamas dal Qatar col beneplacito degli israeliani. Israele ha fatto in modo che Hamas regnasse su Gaza col pugno di ferro. Poi l'eliminazione di Hamas è diventata l'alibi per distruggere Gaza”.

Ma questo ha a che fare con una radicalizzazione della società e della politica israeliane, a partire dal 2000, dal fallimento degli accordi di pace. “Sì, la Seconda intifada ha completamente cambiato la prospettiva di tanti, non solo israeliani, ma anche occidentali nei confronti dei palestinesi. Negli anni '80 c'era un grandissimo consenso nei confronti del popolo palestinese, non tanto nei paesi arabi ma in Europa. Che sosteneva i palestinesi. A cambiare le cose sono stati due eventi. Il primo, gli attacchi kamikaze della Seconda intifada, che segnalavano l'esasperazione di alcune frange palestinesi per il fallimento dei negoziati e il perseverare dell'occupazione. E poi l'll settembre, che ha fatto associare i palestinesi e la loro resistenza ai terroristi islamici”.

Già nel marzo 2024 lei in un rapporto parla di genocidio per descrivere quanto succede a Gaza. “Il genocidio, come determinazione di eliminare l'altro, scatta in presenza di una congiuntura di vari elementi. L'intenzione si forma quando c'è anche la possibilità di perpetrarlo, la capacità di farlo e la realtà lo permette. Ed è la differenza tra quello che ha fatto Hamas e quello che ha fatto Israele. Perché Israele aveva la capacità di farlo e quando, il 9 ottobre, ha annunciato l'intenzione di non far entrare più nulla a Gaza, quella è l'ora x dell'inizio del genocidio. Ma ci sono dei prodromi: la segregazione di massa, le uccisioni sommarie di membri del gruppo, le torture, gli arresti arbitrari, decenni di disumanizzazione dei palestinesi, sono il fertilizzante del genocidio. E poi un aspetto che fino a qualche tempo fa non capivo: la negazione. Il volerlo negare, il non vederlo; il continuare a dire che ci sono ragioni di sicurezza, che è una guerra, che bisogna eliminare il nemico. Gli storici del genocidio dicono che la negazione del genocidio fa parte del genocidio stesso, è ciò che permette di continuarlo”.

Quali sono gli elementi extra militari che permettono a Israele di agire con impunità e di violare il diritto internazionale senza vere ripercussioni? “Il primo è l'orientalismo, parola elegante per descrivere quella postura un po' razzista di cui tanti occidentali sono portatori inconsapevoli. Il sentirsi superiori a chiunque non sia bianco, nel senso, di non appartenente al mondo cristiano cattolico. Poi c'è una componente ideologica. Come dice l'attuale cancelliere tedesco Merz, Israele fa il lavoro sporco per tutti noi, come ha detto quando Israele ha attaccato l’Iran. Questo lui l'ha esplicitato, ma lo pensano tutti. La terza componente è economico-finanziaria: Israele si è integrato talmente tanto nell'economia capitalista che oggi è dominata da forze ultraliberiste che portano a prediligere il profitto. Non è un fenomeno nuovo, ma adesso in nome del profitto si stanno attaccando le basi del multilateralismo e si è colpito al cuore il significato del diritto internazionale. Che è un insieme di regole, è un tessuto che tiene assieme tutto il sistema e ci protegge a condizione di reciprocità. Fermare i crimini di Israele contro i palestinesi non è un atto caritatevole: significa adempiere agli obblighi internazionali. Non farlo significa erodere le fondamenta del multilateralismo, che ci protegge tutti”.

Ma perché questo tema mobilita tante persone comuni? “Gaza e la Palestina sono un momento di comprensione. Io la chiamo apocalisse perché significa non solo distruzione, ma anche rivelazione. Quindi il sacrificio della Palestina in qualche modo ci sta facendo capire chi siamo come persone, come società, come organizzazioni, come Stati. È un elemento che porta fuori la nostra natura. O ci si oppone al genocidio o lo si normalizza; è una scelta etica radicale. Ci sono paesi che collaborano attivamente con Israele, ma altri, quelli riuniti nel gruppo dell'Aia, fra cui anche la Spagna, si oppongono concretamente. Mettono al centro la risoluzione della crisi a Gaza, partendo dal rifiuto di fornire armi, porti sicuri per i transiti verso Israele e l'adempimento degli obblighi di giustizia. Questa è la nostra occasione di «redenzione», come occidentali. E dobbiamo rispondere, essere diversi da quello che siamo stati 100 anni fa”.

“Ecco l’altro genocidio di Gaza: «Qui non nascono più bambini»” di Clothilde Mraffko, pubblicato dal giornale online “Mediapart” e riportato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, lunedì 19 di gennaio 2026: Quando Masara al-Sakhafi, 32 anni, ha scoperto di essere incinta, è stata presa dal panico. "Prendevo la pillola, ma da quando è iniziata la guerra non è più possibile procurarsela. Ho sofferto moltissimo durante la gravidanza. Avevo dolori forti e infezioni, mancavano vitamine e cibo", racconta. Masara vive a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, e ha quattro figli. Il parto è stato estremamente complicato: "Le contrazioni iniziavano, ma poiché mi irrigidivo per la paura dei bombardamenti, si fermavano bruscamente". Il suo racconto figura tra le ventuno testimonianze di madri raccolte telefonicamente a Gaza e riunite dall'ong Medici per i diritti umani in Israele (Physicians for Human Rights Israel, Phri) in un rapporto dal titolo "La maternità in tempo di guerra: fino a che punto può arrivare la sofferenza di una donna?", pubblicato il 14 gennaio scorso. "Un bimbo su cinque è nato prematuro o sottopeso". Le donne palestinesi intervistate raccontano di aver partorito in condizioni infernali, senza anestesia, di essere state costrette a camminare sotto le bombe nel tentativo di trovare cure di base, di aver allattato pur essendo denutrite e di aver dovuto sopportare, malgrado la gravidanza, sfollamenti forzati, la vita sotto le tende e lutti ripetuti. Una giovane mamma di 28 anni, originaria di Beit Lahiya, nel nord di Gaza, racconta di avere enormi difficoltà a trovare cibo per la figlia. Ha quindi deciso di continuare ad allattarla, pur non riuscendo lei stessa a nutrirsi a sufficienza. Ha allora iniziato a soffrire di fortissimi dolori alle ossa e ai denti: "Riuscivo a malapena a muovermi - racconta -. Quando non si mangia abbastanza, il corpo attinge ai denti e alle ossa per produrre il latte. Ma - aggiunge - un bimbo ne ha bisogno per crescere, ha bisogno di proteine. Che le prenda da me, il mio corpo non mi interessa. La maternità è sempre una responsabilità, ma in condizioni così difficili, che dire? È oltre ogni immaginazione". Secondo il ministero della Sanità di Gaza, nei primi sei mesi del 2025 sono state registrate nella Striscia circa 17.000 nascite, il 41 % in meno rispetto allo stesso periodo del 2022. Nello stesso arco di tempo, la mortalità infantile e materna è invece aumentata drasticamente: 220 donne sono morte per complicazioni legate alla gravidanza, mentre 2.600 donne hanno subito un aborto spontaneo. Un neonato su cinque a Gaza è nato prematuro o sottopeso, secondo dati delle Nazioni Unite riportati da Phri. Lama Bakri, coordinatrice dei progetti dell'ong nei Territori occupati, punta il dito contro "il collasso del sistema sanitario e la negazione del minimo vitale necessario alla sopravvivenza", che include, tra l'altro, le severe restrizioni imposte da Israele all'ingresso degli aiuti umanitari di base nella Striscia.

Un'inchiesta della Commissione per i diritti umani dell'Onu e organizzazioni internazionali come Amnesty International accusano Israele di genocidio. "Minacce: ci si sente incapaci o riluttanti a procreare”. Dal 7 ottobre 2023, giorno dell'attacco di Hamas contro Israele, oltre 71.000 palestinesi sono stati uccisi nell'enclave, mentre l'esercito israeliano procede alla distruzione sistematica di infrastrutture essenziali alla sopravvivenza della popolazione: ospedali, coltivazioni, abitazioni, impianti di depurazione dell'acqua. Nel suo rapporto, Phri insiste in particolare sulle conseguenze che questa situazione ha sulla salute riproduttiva delle donne palestinesi: "Un elevato numero di donne dichiara di esitare ad avere un altro figlio". Questo dato, si legge, "riflette la gravità delle pressioni psicologiche e sociali descritte dalla Commissione d'inchiesta internazionale indipendente, tra cui i traumi, le minacce e condizioni di vita tali da indurre i membri di un gruppo a sentirsi incapaci o riluttanti a procreare". Nel dicembre 2023 la clinica Al-Basma, il più grande centro per la fertilità di Gaza, è stata bombardata e circa 5.000 campioni riproduttivi sono andati distrutti. Nel marzo 2025, la Commissione aveva definito questo attacco come un "atto genocidario" volto "a impedire le nascite di palestinesi a Gaza". Phri sottolinea che questa "violenza riproduttiva costituisce una violazione del diritto internazionale e, quando esercitata in modo sistematico e con un'intenzione di distruggere, rientra nella definizione di genocidio". 78 Testimoni: "Mai visto Hamas all’interno degli ospedali". Una tesi condivisa anche dalla ong Medici per i diritti umani (Phr - distinta da Phri), che in un altro rapporto pubblicato insieme all'Università di Chicago sostiene che gli attacchi contro le donne in età fertile e i neonati rientrano in "tre aspetti delle accuse di genocidio a Gaza: l'intenzione di distruggere, gli atti che causano gravi danni all'integrità fisica o mentale e l'imposizione di condizioni di vita calcolate appositamente per provocare la distruzione fisica" di una popolazione. Un ginecologo che ha lavorato nella Striscia, intervistato nel rapporto, riassume così la situazione: "Tutte le unità dedicate alla fertilità o alla procreazione medicalmente assistita a Gaza sono state smantellate. Non si tratta soltanto di eliminare degli esseri umani, ma di cancellare la stessa speranza di vita". Il rapporto di Phr si basa su 78 testimonianze di operatori sanitari internazionali che hanno svolto missioni a Gaza. Nessuno di loro riferisce di aver visto combattenti all'interno degli ospedali o delle strutture mediche in cui hanno lavorato. Israele era pienamente in grado di valutare le conseguenze delle restrizioni imposte alla Striscia e degli attacchi al sistema sanitario: gli avvertimenti delle ong internazionali e delle Nazioni Unite sono stati numerosi. Un operatore racconta che un funzionario israeliano gli ha confiscato il latte artificiale per neonati che trasportava in valigia. Un altro riferisce che nel maggio 2025, mentre Gaza era sottoposta a un blocco totale da oltre due mesi, avevano ricevuto istruzioni precise dall'esercito israeliano, trasmesse tramite l'Organizzazione mondiale della sanità, di non trasportare latte in polvere, per essere certi di ottenere l'autorizzazione ad entrare ne1l'enc1ave palestinese. All'ospedale KamalAdwan, l'unico a disporre di un'unità di terapia intensiva neonatale nel nord di Gaza, all'inizio del 2025, "gli incubatori erano stati ridotti in frantumi", racconta un altro operatore sanitario. Il corpo delle donne è sottoposto a condizioni estreme, che provocano dolori fisici intensi e compromettono le capacità riproduttive. Alcune palestinesi hanno smesso di avere il ciclo mestruale a causa della fame. Durante la gravidanza soffrono di forme gravi di anemia. Altre non riescono più a produrre latte. Nessuna è risparmiata: i bombardamenti israeliani sono indiscriminati e le carenze tali che, in alcuni periodi, anche disponendo di un po' di soldi, è impossibile nutrirsi in modo adeguato a Gaza. Un'ostetrica che lavorava nella Striscia nell'estate del 2024 ricorda l'arrivo in ospedale di una donna "in fin di vita": "Urlava, ma il suo grido non era quello di una partoriente. Aveva appena visto morire il marito e i cinque figli in un raid aereo ed era sul punto di dare alla luce il suo sesto figlio". La tregua d’inverno: ma MSF resta fuori dalla striscia. Un cessate il fuoco è stato instaurato a Gaza nell'ottobre 2025 - da allora quasi 450 palestinesi sono stati uccisi -, ma le restrizioni imposte da Israele all'ingresso degli aiuti umanitari continuano a gravare sulla popolazione. Se le bombe hanno smesso di cadere, le donne incinte restano senza cibo sufficiente e sopravvivono nei campi per sfollati in condizioni insalubri, nel pieno dell'inverno. Una situazione che, sottolineano entrambi i rapporti, è ulteriormente aggravata dalla "recente decisione del governo israeliano di vietare a trentasette organizzazioni umanitarie internazionali di operare a Gaza, nonostante il loro ruolo essenziale nel salvare vite umane e nel sostenere l'eroico personale sanitario locale". Israele non ha rinnovato l'autorizzazione a Medici senza frontiere di lavorare nei territori palestinesi occupati: eppure, ricordava ancora la Ong, un parto su tre a Gaza avviene in una struttura ospedaliera in cui l'organizzazione è presente.

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