Come si arriva al 7 ottobre? “Il territorio palestinese occupato era un microcosmo di oppressione sistematica e strutturale, di cui era intriso il sistema normativo con cui Israele controlla i palestinesi. Un sistema militare fatto anche di violenza punitiva. E di tutto questo non c'era nessun tipo di copertura mediatica. L’Italia si è svegliata il 7 ottobre, ma la questione era stata completamente derubricata. Per me diventare relatrice delle Nazioni Unite sulla Palestina è stato sconvolgente, perché prima conoscevo la questione palestinese dal punto di vista storico, avevo anche vissuto a Gerusalemme, man on avevo una comprensione netta di tutte le sfaccettature dell'occupazione, che ho compreso attraverso il lavoro di relatrice. Omicidi, arresti illegali, spossessamenti, attacchi preventivi sui civili, inclusi i bambini... solo nei primi sedici mesi in cui sono stata relatrice speciale ho visto sfollare decine di famiglie, 700 bambini, 460 palestinesi ammazzati”.
Dal 2007 Israele ha attivato una forma indiretta di occupazione a Gaza. Al 6 ottobre 2023, qual era l'impatto umanitario, politico e militare? Già prima del 7 ottobre la situazione a Gaza era devastante, con il 40% della popolazione attiva senza lavoro, perché Gaza era sotto assedio. L'85% delle persone sopravvivevano grazie agli aiuti umanitari, o a collaborazioni con Israele. Rimesse, ma soprattutto i soldi arrivati ad Hamas dal Qatar col beneplacito degli israeliani. Israele ha fatto in modo che Hamas regnasse su Gaza col pugno di ferro. Poi l'eliminazione di Hamas è diventata l'alibi per distruggere Gaza”.
Ma questo ha a che fare con una radicalizzazione della società e della politica israeliane, a partire dal 2000, dal fallimento degli accordi di pace. “Sì, la Seconda intifada ha completamente cambiato la prospettiva di tanti, non solo israeliani, ma anche occidentali nei confronti dei palestinesi. Negli anni '80 c'era un grandissimo consenso nei confronti del popolo palestinese, non tanto nei paesi arabi ma in Europa. Che sosteneva i palestinesi. A cambiare le cose sono stati due eventi. Il primo, gli attacchi kamikaze della Seconda intifada, che segnalavano l'esasperazione di alcune frange palestinesi per il fallimento dei negoziati e il perseverare dell'occupazione. E poi l'll settembre, che ha fatto associare i palestinesi e la loro resistenza ai terroristi islamici”.
Già nel marzo 2024 lei in un rapporto parla di genocidio per descrivere quanto succede a Gaza. “Il genocidio, come determinazione di eliminare l'altro, scatta in presenza di una congiuntura di vari elementi. L'intenzione si forma quando c'è anche la possibilità di perpetrarlo, la capacità di farlo e la realtà lo permette. Ed è la differenza tra quello che ha fatto Hamas e quello che ha fatto Israele. Perché Israele aveva la capacità di farlo e quando, il 9 ottobre, ha annunciato l'intenzione di non far entrare più nulla a Gaza, quella è l'ora x dell'inizio del genocidio. Ma ci sono dei prodromi: la segregazione di massa, le uccisioni sommarie di membri del gruppo, le torture, gli arresti arbitrari, decenni di disumanizzazione dei palestinesi, sono il fertilizzante del genocidio. E poi un aspetto che fino a qualche tempo fa non capivo: la negazione. Il volerlo negare, il non vederlo; il continuare a dire che ci sono ragioni di sicurezza, che è una guerra, che bisogna eliminare il nemico. Gli storici del genocidio dicono che la negazione del genocidio fa parte del genocidio stesso, è ciò che permette di continuarlo”.
Quali sono gli elementi extra militari che permettono a Israele di agire con impunità e di violare il diritto internazionale senza vere ripercussioni? “Il primo è l'orientalismo, parola elegante per descrivere quella postura un po' razzista di cui tanti occidentali sono portatori inconsapevoli. Il sentirsi superiori a chiunque non sia bianco, nel senso, di non appartenente al mondo cristiano cattolico. Poi c'è una componente ideologica. Come dice l'attuale cancelliere tedesco Merz, Israele fa il lavoro sporco per tutti noi, come ha detto quando Israele ha attaccato l’Iran. Questo lui l'ha esplicitato, ma lo pensano tutti. La terza componente è economico-finanziaria: Israele si è integrato talmente tanto nell'economia capitalista che oggi è dominata da forze ultraliberiste che portano a prediligere il profitto. Non è un fenomeno nuovo, ma adesso in nome del profitto si stanno attaccando le basi del multilateralismo e si è colpito al cuore il significato del diritto internazionale. Che è un insieme di regole, è un tessuto che tiene assieme tutto il sistema e ci protegge a condizione di reciprocità. Fermare i crimini di Israele contro i palestinesi non è un atto caritatevole: significa adempiere agli obblighi internazionali. Non farlo significa erodere le fondamenta del multilateralismo, che ci protegge tutti”.
Ma perché questo tema mobilita tante persone comuni? “Gaza e la Palestina sono un momento di comprensione. Io la chiamo apocalisse perché significa non solo distruzione, ma anche rivelazione. Quindi il sacrificio della Palestina in qualche modo ci sta facendo capire chi siamo come persone, come società, come organizzazioni, come Stati. È un elemento che porta fuori la nostra natura. O ci si oppone al genocidio o lo si normalizza; è una scelta etica radicale. Ci sono paesi che collaborano attivamente con Israele, ma altri, quelli riuniti nel gruppo dell'Aia, fra cui anche la Spagna, si oppongono concretamente. Mettono al centro la risoluzione della crisi a Gaza, partendo dal rifiuto di fornire armi, porti sicuri per i transiti verso Israele e l'adempimento degli obblighi di giustizia. Questa è la nostra occasione di «redenzione», come occidentali. E dobbiamo rispondere, essere diversi da quello che siamo stati 100 anni fa”.
“Ecco l’altro genocidio di Gaza: «Qui non nascono più bambini»” di Clothilde Mraffko, pubblicato dal giornale online “Mediapart” e riportato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, lunedì 19 di gennaio 2026: Quando Masara al-Sakhafi, 32 anni, ha scoperto di essere incinta, è stata presa dal panico. "Prendevo la pillola, ma da quando è iniziata la guerra non è più possibile procurarsela. Ho sofferto moltissimo durante la gravidanza. Avevo dolori forti e infezioni, mancavano vitamine e cibo", racconta. Masara vive a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, e ha quattro figli. Il parto è stato estremamente complicato: "Le contrazioni iniziavano, ma poiché mi irrigidivo per la paura dei bombardamenti, si fermavano bruscamente". Il suo racconto figura tra le ventuno testimonianze di madri raccolte telefonicamente a Gaza e riunite dall'ong Medici per i diritti umani in Israele (Physicians for Human Rights Israel, Phri) in un rapporto dal titolo "La maternità in tempo di guerra: fino a che punto può arrivare la sofferenza di una donna?", pubblicato il 14 gennaio scorso. "Un bimbo su cinque è nato prematuro o sottopeso". Le donne palestinesi intervistate raccontano di aver partorito in condizioni infernali, senza anestesia, di essere state costrette a camminare sotto le bombe nel tentativo di trovare cure di base, di aver allattato pur essendo denutrite e di aver dovuto sopportare, malgrado la gravidanza, sfollamenti forzati, la vita sotto le tende e lutti ripetuti. Una giovane mamma di 28 anni, originaria di Beit Lahiya, nel nord di Gaza, racconta di avere enormi difficoltà a trovare cibo per la figlia. Ha quindi deciso di continuare ad allattarla, pur non riuscendo lei stessa a nutrirsi a sufficienza. Ha allora iniziato a soffrire di fortissimi dolori alle ossa e ai denti: "Riuscivo a malapena a muovermi - racconta -. Quando non si mangia abbastanza, il corpo attinge ai denti e alle ossa per produrre il latte. Ma - aggiunge - un bimbo ne ha bisogno per crescere, ha bisogno di proteine. Che le prenda da me, il mio corpo non mi interessa. La maternità è sempre una responsabilità, ma in condizioni così difficili, che dire? È oltre ogni immaginazione". Secondo il ministero della Sanità di Gaza, nei primi sei mesi del 2025 sono state registrate nella Striscia circa 17.000 nascite, il 41 % in meno rispetto allo stesso periodo del 2022. Nello stesso arco di tempo, la mortalità infantile e materna è invece aumentata drasticamente: 220 donne sono morte per complicazioni legate alla gravidanza, mentre 2.600 donne hanno subito un aborto spontaneo. Un neonato su cinque a Gaza è nato prematuro o sottopeso, secondo dati delle Nazioni Unite riportati da Phri. Lama Bakri, coordinatrice dei progetti dell'ong nei Territori occupati, punta il dito contro "il collasso del sistema sanitario e la negazione del minimo vitale necessario alla sopravvivenza", che include, tra l'altro, le severe restrizioni imposte da Israele all'ingresso degli aiuti umanitari di base nella Striscia.

Nessun commento:
Posta un commento