"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 29 gennaio 2026

MadreTerra. 65 Michele Serra: «Il capitalismo è in una fase ferocemente selettiva, e il mito liberista della ricaduta “a pioggia” della ricchezza da poche mani a tante si è rivelato una fola consolatoria che i suoi fautori si guardano bene dall’ammettere».


Oxfam è un’associazione internazionale di organizzazioni no profit che si occupa di studiare le diseguaglianze economiche a livello globale. Secondo l’ultimo rapporto Oxfam, l’uno per cento della popolazione mondiale (diciamo: i molto ricchi) possiede beni pari al triplo dell’intera ricchezza pubblica del pianeta. Scuole, ospedali, ferrovie, strade, infrastrutture, parchi, terreni, edifici pubblici, insomma i beni comuni: non valgono che un terzo del patrimonio privato dell’uno per cento degli esseri umani. È un dato così eloquente, così soverchiante, così enormemente rappresentativo dell’attuale stato del mondo, che ci si domanda come si possa parlare d’altro. Oxfam spiega che, dal 1975 a oggi, la forbice tra beni privati e beni pubblici è costantemente aumentata, e continua ad allargarsi in modo esponenziale. Il capitalismo è in una fase ferocemente selettiva, e il mito liberista della ricaduta “a pioggia” della ricchezza (per contagio? per miracolo?) da poche mani a tante si è rivelato una fola consolatoria che i suoi fautori si guardano bene dall’ammettere. Tutte le elucubrazioni, qualcuna anche divertente, sulla confusione post-ideologica e il conseguente appannarsi delle differenze tra destra e sinistra (se preferite: tra una visione rassegnatamente classista e una ostinatamente solidale della società), si sciolgono come neve al sole di fronte all’evidenza: tassare i miliardari è di sinistra, non tassarli è di destra. È anche possibile ipotizzare che se il dibattito politico tornasse a focalizzarsi su questo aspetto strutturale del nostro presente e del nostro futuro, sarebbe sicuramente meno noioso; e forse, addirittura, più partecipato. (Tratto da “Il vero punto del dibattito” di Michele Serra pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 23 di gennaio 2026).

“I super ricchi sono un disastro per il Pianeta”, testo di Giuseppe De Marzo pubblicatro sul settimanale “L’Espresso” del 23 di gennaio 2026: “Climate Plunder: how a powerful few are locking the world into disaster".  Saccheggio climatico: come pochi potenti stanno trascinando il mondo nel disastro. È il titolo dell'ultima ricerca di Oxfam, la rete internazionale di enti del terzo settore impegnata contro le disuguaglianze. Il rapporto denuncia come lo scorso 10 gennaio 1'1% più ricco della popolazione mondiale abbia già raggiunto la quantità di emissioni di gas climalteranti consentita per il 2026. Mentre lo 0,1% dei paperoni ci ha messo ancora meno, solo tre giorni. Sulla base degli accordi firmati alla Conferenza internazionale sul clima nel 2015 a Parigi, se vogliamo evitare che la temperatura cresca in questo secolo oltre la soglia di 1,5 °C è stato calcolato che non possiamo produrre più di 18 miliardi di tonnellate di CO2 all'anno. Significa che ogni abitante del Pianeta può essere responsabile al massimo dell'emissione di 2,1 tonnellate di CO2 all'anno. Noi europei emettiamo a testa 8 tonnellate al giorno. Troppe, ma comunque niente rispetto ai super ricchi che ne consumano 75,1 cadauno. Per avere un'idea della sproporzione, basta una sola persona che faccia parte dello 0,1% dei ricchi per produrre più anidride carbonica in un giorno di quanta ne emetta in tutto l'anno la metà più povera della popolazione mondiale. Uno scandalo e un'ingiustizia insopportabile, a cui non può bastare l'indignazione come risposta. Perché i danni li paghiamo innanzitutto noi cittadine e cittadini, a partire dalle fasce della popolazione impoverite e vulnerabili. Per non parlare di quei Paesi, territori e comunità più esposte al rischio climatico. Pagano a caro prezzo anche tutte le altre forme di vita con le quali siamo in relazione e da cui dipendiamo per soddisfare i nostri bisogni. I ricchi con i loro stili di vita rubano spazio bioriproduttivo, risorse e opportunità, fregandosene del diritto e della cooperazione internazionale. Impediscono di fatto a miliardi di persone di avere una vita dignitosa e libera, sequestrando il futuro di tutti. Di questo parliamo. Perché il loro inquinamento causerà la morte di quasi 1,3 milioni di esseri umani entro la fine del secolo, ricorda Oxfam. Se vogliamo tenere sotto controllo l'aumento della temperatura, i ricchi devono ridurre le loro emissioni del 97% entro i prossimi 3 anni. È l'unica priorità che la politica deve condividere se vogliamo un futuro di pace. Perché collasso climatico, aumento delle disuguaglianze e guerre sono collegati. La pace dipende dalla nostra capacità di riportare al centro dell'agenda politica l'impegno per la giustizia climatica. Per questo la Corte Internazionale di Giustizia lo scorso luglio ha stabilito che tutti i Paesi hanno l'obbligo giuridico di ridurre le emissioni per tutelare i diritti universali alla vita, alla salute, al cibo, all'istruzione, al lavoro e a un ambiente pulito. Ci ricorda Nafkote Dabi, il responsabile delle politiche climatiche di Oxfam, che per salvarci tutte e tutti dobbiamo ridurre le emissioni, affrontare le disuguaglianze, aumentare le tasse sui patrimoni e sul reddito dei super ricchi, tassare i profitti delle 585 società petrolifere, del gas e del carbone, vietare i beni di lusso e ad alta intensità di carbonio come superyacht e jet privati. Per rimettere al centro l'impegno per l'uguaglianza e la sostenibilità, oggi strettamente legati, dobbiamo costruire un sistema economico che metta al primo posto le persone e la Terra. Facciamo Eco!

“Piango per la neve destinata a scomparire”, testo dello scrittore e giornalista Enrico Camanni pubblicato sul periodico “Green&Blue” – del quotidiano “la Repubblica” - del 3 di dicembre dell’anno 2025: Martin Mayes è un personaggio inclassificabile. Sembra un buontempone scozzese dedito alla birra è invece si muove come un gatto, corre, salta, porta pesi e soffia. Non per la fatica, soffia perché è il suo mestiere. Soffia musica nel corno delle Alpi, il tubo di quattro metri che accoglie i turisti nelle più famose località svizzere e li strega con suoni ancestrali. Dicono sia il suono della tradizione. Martin, che ama ogni genere di musica a fiato, ha progettato un alphorn in fibra che pesa pochissimo, così può portarlo in cima a qualunque montagna. Lo chiamano corno moderno, un nome stupido; per Martin è lo strumento che accende il dialogo tra la natura e chi ascolta. Un giorno ha suonato il requiem per uno dei tanti ghiacciai che ci fondono sotto gli occhi. O che non ci sono più. Ha alzato il suo tubo di resina davanti al drago di tanti anni fa, mentre un gregge di nebbie ne sorvolava i resti sempre più magri, grigi, e ha cominciato a estrarne musiche sacre e profane, improvvisando e stremando i suoni. La montagna ha taciuto come se aspettasse quelle note da secoli, lamenti senza tempo e senza età, anche se nessun montanaro del Sei o del Settecento si sarebbe mai preoccupato per l'anoressia di un ghiacciaio. Al contrario. All'epoca della Piccola Età Glaciale i fiumi di ghiaccio avanzavano un anno dopo l'altro ed erano l'incubo dei valligiani che non sapevano come difendersi e si sentivano colpevoli per i loro peccati: Dio li aveva puniti con la discesa del freddo. Oggi la situazione è rovesciata e il suonatore di alphorn intona il nostro senso di colpa per l'effetto serra e la scomparsa dei ghiacciai, simbolo di purezza ed equilibrio. Martin suona il nostro stupore impacciato e alza note che non sanno dove atterrare, su una montagna al contempo austera, contaminata e sconsacrata. Anche l'applauso non sa dove andare, perché non si applaude un mea culpa. A metà pomeriggio Martin smonta lo strumento. Adesso la montagna sembra più alta e fredda, è ora di scendere. Sono passate le sedici quando ci mettiamo in cammino; siamo gli ultimi a raggiungere la morena. Veleggia qualche nebbia e si è alzato un filo d'aria. Martin ha le scarpe basse e gli è rimasta poca suola. Non piove da qualche giorno, la terra è secca. Sulla morena una gamba gli scivola a valle e l'altra resta indietro, avvitandosi in un gesto scomposto. Lui frana salvando il corno. «Ti sei fatto male?» «Te lo dico appena mi fermo.» «Brìtish» penso, «un vero british.» Quando si arresta prova ad alzarsi e miagola. Si è fatto male. Gli prendiamo il corno magico e cominciamo a scendere al ritmo di un ghiacciaio, fissando le nebbie e la notte che salgono dal fondovalle. Adesso la montagna non si vede più, il pomeriggio se l'è mangiata. Il suonatore ferito si appoggia sui bastoncini e saggia i sassi con il piede buono prima di mettere giù la caviglia rotta. Non si lamenta mai. Reggendolo sulle spalle scopriamo che il suonatore pesa, anche se lo spirito è leggero. Dopo quattro ore di discesa, e discesa non è la parola giusta per descrivere la nostra progressione, penso che la caviglia gli debba fare un male del diavolo, ma sono sicuro che continui a vedere il cielo azzurro in cui oggi volavano le aquile innamorate, il bel cielo dell'alta montagna che adesso sta diventando ogni minuto un po' più blu sopra questa nebbia e questo buio che puzzano d'autunno. Alle otto di sera siamo a valle, dove non si vede un'anima. Solo nebbia. Con un occhio puntiamo le luci dell'automobile che ci viene finalmente incontro, con l'altro piangiamo la poca neve che, lassù sopra la nebbia, sta diventando viola nell'imbrunire. Presto scomparirà anche lei.

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