“I tempi cambiano e le zone libere non piacciono più”, testo di Loredana Lipperini pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 2 di gennaio 2026: Comunque sia andato il vostro Capodanno, si suppone che lo abbiate passato al caldo e ben nutriti: a questo punto, lo sappiamo, vi aspettate il ditino alzato perché altri lo hanno passato affamati e senza riscaldamenti. Bene, è verissimo, ma che a Gaza, e altrove, si viva (quando si vive) in condizioni disperate è stato detto tante di quelle volte che ormai non fa più effetto. E dal momento che bisogna parlare proprio di quel che non fa più effetto, proviamo con un altro incipit. Questo: c'è una dimora che è stata occupata illegalmente da diverso tempo. Alle parole «occupata illegalmente» il ministro Piantedosi e Matteo Salvini avranno già drizzato le orecchie, preparato le squadre di polizia e invocato le ruspe, come è successo con Askatasuna a Torino e con il Leoncavallo a Milano (Casapound è ancora qui, ma son bravi ragazzi, bisogna capirli). E come è successo con i rave dopo il decreto del 2022, e come succede anche nelle case e in chiesa, e lo ha ben raccontato Sara Lucaroni (…) a proposito dello sgombero della parrocchia di Vicofaro a Pistoia, dove gli agenti hanno prelevato gli ultimi ospiti della "chiesa ospedale da campo" che accoglie i migranti. È persino superfluo constatare che a questa destra, ma anche, diciamocelo, a parte della sinistra, non piacciono le zone libere, come Askatasuna e il Leoncavallo e come tutte le altre che sono a rischio in ogni città (tranne Casapound, ma son bravi ragazzi, bisogna capirli). Ovvio: i tempi sono cambiati e chi è abbastanza anziano ricorderà che nella lontana epoca di Re Nudo esistevano i luoghi della controcultura, i bar, le trattorie, i cinema, i teatri dove gestori e frequentatori erano accomunati dagli stessi saperi e interessi, e poi sono venuti i centri sociali, che dalla loro nascita hanno accolto tutti, non solo gli interessati alla politica. Eoni sono passati, non anni. Ma ripercorrere quel tempo per capire aiuterebbe moltissimo chi, oggi, strilla «dalli ai parassiti e alle zecche» ogni volta che si mette in azione un idrante, o un manganello: lo fa perché è la mentalità comune che è stata cambiata, in anni e anni in cui si è ripetuta la parola sicurezza, che anche oggi viene ritenuta la formula misteriosa che apre le porte di Moria a Gandalf (ma Veltroni, che insiste sul punto, somiglia più a re Thranduil di Bosco Atro, che non riesce a scacciare l'ombra fitta nel suo cuore). Torniamo dunque alla dimora occupata: quando due rappresentanti della buona borghesia, senza automobile e sotto un acquazzone, la scorgono in lontananza, bussano chiedendo accoglienza. La avranno: e scopriranno che l'occupante è un travestito in reggicalze, per giunta immigrato clandestino dal momento che viene da un altro pianeta, il quale per colmo di orrore occhieggia al gender perché si chiama Transsexual. È Rocky Horror Picture Show e questo avveniva cinquant'anni fa, e ci fa chiedere come sia possibile che anni di fiducia e di desiderio si siano mutati nella pioggia acida di una distopia. (…).
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
giovedì 8 gennaio 2026
Doveravatetutti. 43 “Per chi suona la campana”.
Rividi Schlaggenberg nell’anno nuovo, il sabato dopo l'Epifania,
l’8 gennaio; e solo per pochi minuti, di notte, fra altra gente. Quella sera
c'era una delle solite grandi baldorie o gozzoviglie in massa, preparate dal
capitano di cavalleria barone von Eulenfeld, cui partecipava gente presa da
tutte le parti e trasportata addirittura in automobile [...]. Apriva la marcia,
e non precisamente adagio, la rossa vettura sportiva del capitano. Era un
terribile pandemonio che si scatenava attraverso i piccoli bar e caffè del
centro, come attraverso le osterie suburbane e alla fine, dopo un avvicendarsi
d'innumerevoli tappezzerie, caffè, bettole, alloggi privati, ateliers, cabarets
e locali notturni di ogni specie, il tutto si concludeva in una di quelle
perfette nebulose alla Eulenfeld che, anche per la "sbornia" (così la
chiamava il capitano) a cose fatte spesso non era facile localizzare. (Tratto
da “I demoni” – 1956 – di Heimito von Doderer).
Amsterdam. In una pagina del suo diario, nell'estate del 1943,
Anna Frank scrisse di aver perso la cognizione del tempo. Le campane della
torre più alta di Amsterdam, la Westertoren, proprio accanto al suo
nascondiglio nell'attico di una casa sul canale, avevano smesso di suonare. «Da
una settimana ormai siamo tutti un po' confusi riguardo all'ora, da quando la
nostra cara e preziosa campana della Westertoren è stata apparentemente portata
via per essere utilizzata in fabbrica», scrisse il 10 agosto 1943, "e non
sappiamo più che ora sia, né di giorno né di notte". Anna aveva saputo che
gli occupanti nazisti stavano confiscando le campane delle chiese in tutta
l'Olanda per fonderle e ricavarne armi e munizioni. Durante la Seconda guerra
mondiale, la Germania di Hitler requisì circa 175.000 campane delle chiese di
tutta Europa per estrarre i loro componenti metallici, principalmente rame e
stagno. La stragrande maggioranza, circa 150.000 campane, non fu mai
restituita. Questa distruzione, considerata un crimine di guerra dal Tribunale
di Norimberga del 1945 e un atto sacrilego dalla Chiesa cattolica romana, è un
aspetto poco conosciuto del saccheggio nazista. Molte città e paesi che per
secoli avevano misurato la loro vita con il suono quotidiano delle campane
delle chiese, caddero nel silenzio. La confisca ebbe un impatto immediato sulla
vita dei cittadini europei, che misuravano il tempo grazie alle campane.
Kirrily Freeman, docente di storia alla St. Mary's University in Nuova Scozia
nota come si trattasse di qualcosa «che riuniva le persone per gli eventi
importanti della vita, matrimoni, battesimi, funerali» e la storica Carla
Shapreau, dell'Istituto di Studi Europei dell'Università della California di
Berkeley, fondatrice del Lost Music Project, sottolinea invece come la loro
perdita abbia lasciato «un vuoto sonoro nel panorama europeo». Sin dal
Medioevo, in Europa venivano create campane di qualità variabile da fonderie
che alternavano due tipi di produzione: cannoni in tempo di guerra e campane in
tempo di pace. Poiché entrambi richiedevano rame e stagno, la carenza di
metalli spesso significava che le campane venivano fuse per fabbricare armi. La
confisca delle campane da parte dei nazisti in Germania, e successivamente
nell'Europa occupata, iniziò con un decreto di Hermann Goring, intitolato
Recupero di tutte le campane per scopi bellici del 15 marzo 1940. In seguito,
ai paesi occupati dai nazisti fu richiesto di inventariare le loro campane e di
classificarle per data, con "D" che indicava le più antiche - realizzate
prima del 1740 - e "A" quelle più recenti. Le campane fuse prima del
1450 non furono confiscate, ma quelle dal 1700 in poi furono rimosse e spedite
in Germania. Le regioni all'interno dei nuovi domini del Terzo Reich, come il
Protettorato di Boemia e Moravia (la Cecoslovacchia occupata) e
l'Alsazia-Lorena, annesse dai tedeschi dopo la sconfitta della Francia, furono
saccheggiate per prime. Dopo l'invasione dei Paesi Bassi e del Belgio nel maggio
1940, i due paesi, rinomati per i loro carillon (un'esperienza musicale più
intensa, suonata con una tastiera), ricevettero da Berlino l'ordine di
consegnare il 75 per cento delle loro campane. Gli olandesi si opposero e
ottennero alcune concessioni, ma l'emanazione di una nuova normativa
nell'autunno del 1942 diede il via alla confisca di massa delle campane delle
chiese sotto la direzione di P.J. Meulenberg, membro del partito nazista
olandese, l'N.S.B, soprannominato poi "Beli Peter". Fino ad allora,
le campane erano state un elemento fondamentale della vita comunitaria, spiega
il musicista e storico Wouter Iseger: «le campane erano importanti in caso di
incendio o tempesta, o quando le corporazioni venivano convocate. A Utrecht una
campana suonava ogni giorno all'apertura e alla chiusura delle porte della
città». A volte la popolazione locale si opponeva alla consegna. Un gruppo di
resistenza a Epe, vicino alla foresta di Veluwe, rimosse due delle quattro
campane della Grote Kerk, ma le restituì quando fu minacciato. Una volta
restituita, una delle campane recava un'iscrizione in rima: Hij die met klokken
schiet; wint de oorlog niet (Chi cerca di sparare con le campane non vincerà la
guerra"). Dopo la fine della guerra nel 1945, gli Alleati scoprirono il
più grande cimitero di campane nel porto di Amburgo, dove circa 10.000 campane
rimasero sulla banchina. Anne Frank ha scritto alcune volte nel suo diario
delle campane della Westerkerk, secondo lo studioso olandese della Seconda
Guerra Mondiale David Barnouw. Nel febbraio 1944, descrisse di aver sentito
«una campana» suonare Erect of Body, Erect of Saul e, un mese dopo, poté
partecipare emotivamente a un matrimonio grazie al suono delle campane della
chiesa vicina. Gertjan Broek, ricercatore presso l'Anne Frank House Museum di
Amsterdam, sostiene che le campane della Westertoren non smisero mai
completamente di suonare durante la guerra. Anna potrebbe aver aggiunto questo
elemento per ottenere un effetto drammatico nel suo testo, attingendo dalle
notizie che giungevano dalla stampa clandestina della Resistenza olandese. La
campana più grande della Westerkerk fu confiscata all'inizio del 1943 e
restituita a luglio, ma non ricominciò a suonare fino a novembre dello stesso
anno. Tuttavia, il carillon della chiesa del 1658 non fu mai rimosso. Secondo i
registri delle 9.000 campane presenti nei Paesi Bassi prima della guerra, 4.660
non furono mai restituite alle loro torri campanarie. Anna Frank, insieme alla
sua famiglia, fu catturata dai nazisti il 4 agosto 1944 e deportata in un
lager, dove morì. Quando l'Olanda fu liberata nel maggio 1945, gli abitanti di
Amsterdam si radunarono intorno alla Westerkerk, mentre la bandiera olandese
veniva issata sulla torre e l'inno nazionale veniva suonato sul vecchio carillon.
(Tratto da “Quando Hitler rubò le campane d’Europa” di Nina
Siegal, pubblicato su “The New York Times” e riportato sul settimanale
“Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del 4 di gennaio 2026).
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