(…). C'è una cosa delle relazioni in America che mi ha sempre affascinato. Sono molto chiare fin dal via, anzi da prima. Negli annunci, per dire, la precisione sfiora la pignoleria: uomo così e così (senza mentire su nulla) cerca donna di questa età, fatta così, amante dei gatti (astenersi cinofile), della montagna, atea, non fumatrice, tifosa di basket, vegetariana (vegane ok) e che non voglia figli. O viceversa. Se vuoi un attico risponderesti all'offerta di un appartamento con giardino? Non lo sai che al piano terra cresce l'erba? Anni fa un'amica mi convocò per espormi le sue pene. Lei, hostess, era andata a vivere con un preside di scuola. Lui non sopportava le sue continue partenze, lei la sua vita regolata. Domanda: quando vi siete conosciuti lui si è spacciato per un reporter e tu per un'insegnante? Tu hai nascosto i figli nell'armadio e lei ha detto di non poterne avere? È tardi per rimediare? A chi tocca sacrificarsi, se è giusto usare questo verbo? Vedi tu, amico mio. Certo non è come mare o montagna, un anno a testa. Né cane o gatto, la cui vita media ti consente di scavallare a un certo punto la difficoltà. L'amore non è un compromesso, non si fanno concessioni. Se è amore vero non te ne accorgi. Ogni scelta diventa naturale. Dove andare in vacanza, quale animale tenere in casa, se aggregare un nuovo elemento alla squadra. Se te ne accorgi, invece, allora sei già o ancora un passo indietro: quello in cui rifletti, valuti i pro e contro. (…). …anni fa, in India, durante il viaggio organizzato da uno sponsor, incontrai un fotografo americano, lui pure invitato. Era di base in Pakistan, al confine afgano, si occupava della guerra e si era preso una pausa. Era lì con moglie, figlio di pochi mesi e tata. Guardai il bambino e gli chiesi come mai avesse deciso di averlo mentre era in quella situazione. Rispose: "Mia moglie, lo ha deciso lei". Aggiunse: "Sai, chi ti ama veramente sa meglio di te che cosa è meglio per te". La parola chiave: "veramente". Così se non è per egoismo, può invece essere una scelta per il bene comune, un'estensione del dominio dell'amore, pur attraverso un tunnel di veglie-pannolini. Ristrettezze. Vedi tu, questa non è una posta del cuore. Si danno consigli sbagliati. E comunque l'ideale è se lui e lei si incontrano portando in dote due figli a testa, o nessuno. Ma va come deve. E come deve, va. (Tratto da “Chi ti ama veramente” di Gabriele Romagnoli pubblicato sul periodico “U” del quotidiano “la Repubblica” del 15 di gennaio 2026).
“Dicesidell’Amore”. “Sotto i colpi del matriarcato” di Arianna Porcelli, pubblicato sullo stesso numero editoriale del periodico “U”: Mi chiamo Roberto. Ho ancora un nome, quello non me lo leva nessuno. C'è da dire che ho elargito il mio cognome di brutto: ho quattro figli da due donne diverse. Spesso mi capita di riflettere sulla lotta sacrosanta per far in modo che i figli abbiano anche il cognome della madre e sapete che vi dico?! Che vorrei battermi per togliere di mezzo quello del padre: che è sinonimo di guai per tutti, facciamo qualche secolo di silenzio che è meglio. A casa mia il patriarcato non è mai esistito, per fortuna. Mia madre: pugliese, 7 figli, 90 chili, due braccia che neanche il biondo che issa i tonni in quelle foto d'epoca, a Favignana. Mia madre aveva un negozio di sartoria con 8 dipendenti, poi tornava a casa e aveva altri 8 dipendenti, che eravamo noi, i suoi figli e suo marito, mio padre. Quando mia madre si arrabbiava, l’impressione era che mio padre si rimpicciolisse e venisse avvolto da lei, soffocato, inglobato come fa l'anaconda con le sue prede. La mia prima moglie era bresciana, architetta fino alla maternità, poi nessun altro impiego mai più cercato, mai più desiderato perché la maternità è diventata il suo unico obiettivo. Per i nostri figli, le migliori scuole, le migliori tate, le migliori minestre, le migliori palestre, loro sempre impegnati come carpentieri in svariate attività mentre lei dal centro estetico di fiducia, gestiva in domotica la maternità e il suo amante di Binasco. Di Binasco, capite?! Poi c'è stata la mia seconda moglie e c'è ancora eh, per carità: Giulia, la saluto se mi sta leggendo. Bella e romana, fa comunicazione, non si capisce bene cosa faccia ma organizza le cose, grida come una matta al telefono e guadagna un sacco di soldi. Ultimamente lavora troppo e le è venuto un ghigno rigido sulla faccia che secondo me, il bite non basta più, ci vuole qualcosa alla Hannibal. In casa è tutto catalogato, ordinato dal più piccolo al più grande, sistemato in ordine di gradazione di colore. Colazione dalle 7 alle 9. A pranzo, liberi tutti. Cena dalle 20 alle 21,30, libri di scuola rifasciati, dispositivi spenti dalle 18:30, doccia obbligatoria tutte le sere, prima di mettersi a letto. Al mattino, i ragazzi si rifanno il cubo. Le attività sportive, i compiti, gli appuntamenti vengono scritti su una lavagnetta in cucina e guai a non segnarsi tutto. Le regole ci sostengono e fanno vivere meglio, dice. Io non posso invitare nessuno senza prima averlo concordato, non posso indossare il blu col marrone, mangiare cipolla la sera, prenotare un weekend fuoriporta senza fare un breve passaggio con lei: le sorprese non sono benvenute perché considerate criticità da gestire. Tutto in modo efficacissimo e ragionevole: i programmi familiari non fanno una piega, a me piace seguire le procedure ma ogni tanto piango. Mi dici, "Roberto reagisci! Prendi una posizione, non dico fai l'uomo perché ci fai solo una brutta figura ma fai qualcosa per essere felice!". Poi mi passa ed esco dal bagno. Non prima d'aver usato il tergicristalli sul box doccia, che trovarlo macchiato non piace a nessuno. A volte il magone mi prende per le scale, mentre sto salendo a casa e mi preparo al relax obbligato, invenzione geniale altrimenti uno non si ferma mai. Invece così tu sai che dalle 18:30 alle 20 puoi cazzeggiare, meditare, leggere in attesa di cenare, è una bella pratica con un nome infelice che sembra contraddirsi: relax obbligato. Tipo: "Riposati sennò ti faccio un culo così". Così mi torna su il magone e allora scendo giù di corsa, torno al piano terra che ho pianto tutte le lacrime che mi rimanevano e il pisello mi è rientrato nelle viscere, ridotto in scala 1:1.000 e non osa più erezioni senza consenso perché altrimenti è violenza. Sono solo, nell'androne del mio bel palazzo, con gli occhi lucidi a guardare il soffitto che perisco sotto i colpi del matriarcato. Chiedo aiuto, nessuno mi sente. Solo il portiere, ogni tanto, mi abbraccia senza dir niente.

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