“Trump, predatore senza più prede”, testo di Pino Arlacchi pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 30 di gennaio 2026: (…). Proviamo (…) a leggere il presidente americano attraverso il famoso ritratto dei protagonisti del capitalismo dipinto da Fernand Braudel, il maggiore storico del ’900, e attraverso gli studi più recenti sul comportamento animale. Nella sua opera più nota, Braudel ha disegnato i profili delle singolari creature che si aggirano negli strati più alti del capitalismo occidentale. Quegli ambienti off-limits, avvolti nella nebbia, che l’autore chiama l’antimercato. Zone dove non ci sono più la regolazione e la concorrenza che dominano i piani più bassi del sistema, la “sfera rumorosa della circolazione delle merci”, il mercato dove tutto accade in superficie e dove vige la trasparenza. I vertici supremi del capitalismo degli ultimi sette secoli, secondo Braudel, sono il regno degli animali da preda: le decine e centinaia di Donald Trump cui non può importare di meno delle regole che valgono per gli animali più deboli. Il “dolce commercio” è pacificatore finché non diventa grande impresa monopolistica o cartello di Stato. Il mercato stesso si basa su probabilità di guadagno non cruente, legali finché, come ci ha insegnato il vecchio Marx, non entrano in campo i mega-profitti della rapina coloniale e dello scambio ineguale accompagnati dai monopoli, dai dazi e dai prestiti a strozzo all’ombra delle navi da guerra. E anche Keynes ha sfiorato l’argomento quando ha parlato degli “spiriti animali” come forza motrice dell’accumulazione del capitale. Questo imprinting barbarico finalizzato all’appropriazione dei beni altrui che si rivela in ogni aspetto della vita e delle opere di Trump, non l’abbiamo colto. Perché ci è sfuggito? Ci è sfuggito perché 80 anni di trionfo del capitalismo cosiddetto avanzato, imbellettato di tecnologia, democrazia e legalità, ci hanno imbevuti di un pensiero unico liberista che ha oscurato l’anima profonda del capitalismo euroamericano. Quella custodita nell’antimercato di Braudel. Un grumo di potere dentro il quale coabitano senza attriti violenza di Stato e alta tecnologia, Silicon Valley e Wall Street, Pentagono e imprese multinazionali. L’anima estorsiva e plutocratica degli Stati Uniti espressa da Trump che lascia ai gonzi il credo dell’America come guida della civiltà e della democrazia occidentali. Ed è qui che l’etologia si rivela di grande aiuto per capire le mosse del presidente Usa. Se vuole nutrirsi con successo, il predatore deve calcolare bene gli ordini di grandezza di volta in volta in gioco e attaccare solo prede sicuramente soccombenti. Non deve mai cacciare prede più grandi di lui, e deve astenersi se l’esito dell’aggressione è minimamente incerto. Se leggete il documento di sicurezza nazionale Usa appena pubblicato, non troverete una parola ostile contro Cina e Russia. Prede troppo grosse, che praticano, per giunta, strategie di sopravvivenza più evolute. L’atto aggressivo, inoltre, deve preservare scrupolosamente l’incolumità dell’aggressore. Un lupo calcola attentamente i rischi prima di avvicinarsi a una preda che potrebbe ferirlo. Le navi militari americane si sono tenute per mesi a 700 km di distanza dalle coste del Venezuela senza sparare un colpo, perché la loro vulnerabilità ai droni e ai missili di Maduro le avrebbe esposte a perdite pericolose di reputazione esterna e di consenso in madrepatria. Al contrario, un attacco spropositato di 150 aerei da combattimento provenienti da 20 diverse basi militari e convergenti contro un unico bersaglio – un singolo uomo, sia pure capo di Stato residente in un luogo fortificato – è un’operazione vinta fin dall’inizio, come abbiamo visto. Altra storia è un cambio di regime, effettuato con massimo spiegamento di mezzi su un territorio vastissimo, contro una forza militare compatta e discretamente armata, sostenuta da una popolazione numerosa e ostile come quella venezuelana. Nessun predatore avveduto si imbarcherebbe in una caccia così rischiosa. E così è stato. La scala dell’aggressione si è degradata. Invasione e cambio di regime del Venezuela si sono ridotti all’estorsione di un pizzo su una risorsa strategica della vittima, costretta ad accettare l’umiliazione di chi si ritrova una pistola dietro la testa se non consegna le chiavi della cassaforte. La svolta trumpiana non è nuova nella storia degli Stati Uniti, ma rappresenta un’evoluzione rispetto al passato perché si ispira a una certa prudenza nell’esercizio dell’aggressione. Attraverso le catastrofi afghana, vietnamita, irachena e simili, gli Stati Uniti hanno scoperto che anche prede apparentemente deboli possono risultare letali quando praticano la guerra asimmetrica. Le ferite sofferte hanno insegnato al predatore a riconoscere i limiti della propria forza e a schivare con maggior cura le aggressioni perdenti. Il risultato è che tutte le potenziali prede minacciate da Trump si trovano fuori della sua portata reale, eccetto la Groenlandia. Una vittima minuscola, da 57 mila abitanti, dove l’aggressione comporterebbe un tenore di rischio inferiore a quello del sequestro di Maduro. Lo stile della predazione diventa così circoscritto. Contro l’Iran, attacchi contenuti – l’uccisione di Soleimani, raid limitati – che non degenerano in guerra aperta. Contro Colombia e Messico minacce di intervento che rimangono nel regno della coercizione simbolica. Contro pari o prede impossibili – Canada, Panama, Unione europea – minacce rumorose, ma prive di seguito militare. È la strategia del predatore che ringhia per difendere il territorio residuo, il proprio continente, e non per espandersi. La lente etologica ci permette di cogliere anche la peculiare storicità di Trump, che è quella di un animale in difficoltà nei confronti di un ecosistema radicalmente trasformato rispetto agli anni d’oro della caccia. Le prede sono diventate meno vulnerabili e più rare, e la foresta pullula di competitori e di nemici. La Cina e l’Asia più ampia non sono semplici competitori nello stesso gioco predatorio. Rappresentano un modello alternativo che opera attraverso pratiche pacifiche piuttosto che predatorie. Le Belt and Road Initiative, l’Asian Infrastructure Investment Bank, i Brics, non sono armi di spoliazione unilaterale ma di integrazione multilaterale. Non sono espressione di animali più grossi che divorano i più piccoli, ma creazioni di specie che prosperano attraverso comportamenti mutualistici. Frans de Waal, nei suoi studi sui primati, ha documentato come le strategie collaborative prevalgano su quelle puramente aggressive quando l’ambiente diventa complesso. Gli Stati Uniti di Trump si trovano quindi in una posizione etologicamente insostenibile: sono un predatore costretto a sopravvivere in un ambiente che non può più controllare. Le minacce di Trump sono l’unico strumento rimasto a una bestia feroce che non può più permettersi di combattere come una volta. Ma sono anche inefficaci. Perché nell’ecosistema del XXI secolo la sopravvivenza non si ottiene con il ringhio solitario, ma con l’integrazione in reti cooperative. Ma questo adattamento richiede proprio ciò che la tradizione americana fatica a concepire: la convivenza paritaria, l’accettazione di essere una potenza tra le potenze piuttosto che la potenza egemone. Gli animali feroci di Braudel devono imparare a convivere. Perché la lezione etologica è implacabile: i predatori devono adattarsi o estinguersi.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
domenica 1 febbraio 2026
Doveravatetutti. 56 Pino Arlacchi: «Le minacce di Trump sono l’unico strumento rimasto a una bestia feroce che non può più permettersi di combattere come una volta. Ma sono anche inefficaci. Perché nell’ecosistema del XXI secolo la sopravvivenza non si ottiene con il ringhio solitario, ma con l’integrazione in reti cooperative».
È un uomo, è una donna, spesso è un bambino. Fugge da una
carestia o una guerra, chiedendo asilo dentro i nostri confini. Ma rappresenta
l’alibi perfetto per giustificare ogni pulsione autoritaria, per sequestrare le
libertà dei cittadini, oltre alla dignità che spetterebbe pure agli immigrati.
Succede in America, ma ormai succede ovunque. Laggiù, quattro giorni dopo il
suo solenne giuramento, Donald Trump pubblica la foto di alcuni immigrati
irregolari che camminano in fila, ammanettati e in catene, verso un aereo
militare che deve riportarli in patria, nel Guatemala. Inizia la nostra età
dell’oro, commenta il presidente americano; ma in realtà s’apre un’epoca di
ferro. Con una crisi costituzionale segnata in ultimo dalle imprese dell’Ice,
la polizia politica agli ordini di Trump: bambini arrestati, manifestanti
malmenati, due cittadini americani (Renee Good e Alex Pretti) uccisi a freddo
sulla strada. E poi c’è la Francia, per fare un altro esempio. Dove i
respingimenti con metodi brutali si ripetono da anni al confine italo-francese,
specie alla frontiera di Ventimiglia, ormai militarizzata. Dove Amnesty
International ha denunciato vessazioni contro chiunque aiutasse i migranti e i
rifugiati a Calais e a Grande-Synthe. E dove le vittime della violenza
poliziesca sono varie centinaia, secondo il media indipendente BastaMag; e per
lo più si tratta di uomini con meno di 26 anni, il cui nome ha consonanze magrebine
o in genere africane. Finché in ultimo la paranoia securitaria ha preso corpo
in una legge: la Loi Sécurité Globale. Una legge liberticida, che prescrive un
anno di prigione e 45 mila euro d’ammenda per chiunque diffonda l’immagine di
un poliziotto all’opera, con buona pace del diritto all’informazione e della
libertà di stampa. C’è inoltre l’Inghilterra, che trasferisce i richiedenti
asilo a 6400 chilometri da Londra, grazie a un accordo con il governo del
Ruanda costato 140 milioni di sterline. L’accordo venne censurato dai tribunali
inglesi e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo; nell’aprile 2024
l’esecutivo si è sbarazzato delle critiche dichiarando per legge – il Rwanda
Bill – che il Ruanda è un Paese sicuro, e che nessun giudice potrà mai dire il
contrario. Meno sicuro, invece, il diritto di protesta: nel 2022 è entrato in
vigore il Police, Crime, Sentencing and Courts Act, che conferisce alle forze
dell’ordine maggiori strumenti per fermare le proteste. Ne hanno fatto le spese
centinaia di pensionati, arrestati l’anno scorso mentre manifestavano contro il
genocidio perpetrato a Gaza. Infine il caso italiano. Anche alle nostre
latitudini l’immigrazione è una risorsa, non solo una minaccia, peraltro
gonfiata ad arte da chi paventa la «sostituzione etnica». Degli immigrati
abbiamo necessità per compensare il calo delle nascite, per trovare manodopera
in agricoltura o nelle costruzioni o nel turismo, per incrementare le entrate
fiscali, per pagare le pensioni ai nostri vecchi. Se in Italia l’occupazione
cresce, è in gran parte merito loro: dal 2022 al 2024 gli occupati nati
all’estero sono aumentati del 10 per cento, contro il 2 per cento dei nativi.
Ciò nonostante, dal 2002 in Italia impera la legge Bossi-Fini, che ha reso
assai più dura la vita agli immigrati, diventando la seconda causa d’arresti in
città. E semmai la cambieranno, sarà per inasprirla, per renderla ancora più
feroce, come ha annunciato la premier Meloni il 4 giugno 2024. E come è già
accaduto con il decreto Cutro (n. 20 del 2023). Ma nel frattempo incrudelisce
il trattamento riservato agli italiani. Per esempio con la norma anti-Gandhi:
ossia la galera per chiunque interrompa la circolazione stradale con una
manifestazione. Uno dei tanti effetti dell’ultimo decreto sicurezza, timbrato
nel giugno scorso dalle Camere, che ha introdotto 14 nuovi reati e 9
aggravanti. O forse ormai il penultimo, dato che il governo ha già in grembo la
nuova creatura. D’altronde i decreti sicurezza sono come il milleproroghe:
arrivano ogni anno, puntuali e puntuti. Mentre il nemico esterno – l’immigrato
– non è che un falso bersaglio. Il trofeo di caccia è il nemico interno, e lui
invece è un italiano. (Tratto da “La stretta autoritaria” di
Michele Ainis pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 30 di gennaio
2026).
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