Dov'è che il lavoro intellettuale diventa politica? «Le possibilità di azione»: questo è il nodo su cui Piero Gobetti insiste nei primissimi anni Venti. Lo preoccupa - si descrive «stanco ed incerto» - l'idea che tanto lavoro sulle parole non determini nessun cambiamento effettivo, non faccia che pochi proseliti («L'anno scorso qui a Torino c'ero solo io, forse due o tre amici vicini, adesso siamo venti, trenta, ma le possibilità d'azione non sono aumentate»). Teme che, così, si consumi l'ardore. Che la tensione e l'amarezza lo spengano. È qui che ha paura di ridursi, nemmeno ventenne, a quel genere di uomini che sorridono agli entusiasmi giovanili «perché hanno già perduto la loro battaglia». Però no, lui non l'ha perduta. In una lunga lettera all'amico Santino Caramella, si rianima e rilancia: «Bisogna che torni presto l'azione calda, appassionata che supera tutti i dissidi, e ci concilia con noi stessi e cogli altri perché invece di costruire sillogismi crea un mondo nuovo tutti i giorni. E solo così tornerà sana la coscienza». Consolidato il proprio mondo interiore, il mondo morale, occorre «conquistare allo spirito» il mondo esterno, la società. Intende perciò ripartire da un giornale nuovo, forse un settimanale che abbia maggiore diffusione. Intensamente polemico: lotta violenta, dice, «contro tutto il leggero e tutto il vecchio». Per prepararsi a questo nuovo capitolo, studia. Confronta il Risorgimento italiano, che legge come una rivoluzione mancata, e quella invece riuscita dei Soviet nel 1917. La sua formazione liberale non gli impedisce di vedere nell'esperienza russa l'efficace coinvolgimento delle masse popolari, rimaste escluse nei moti che hanno condotto all'unità d'Italia. Norberto Bobbio, il grande filosofo che ha respirato a fondo l'aria del mondo gobettiano, fa osservare bene come sia proprio la questione della "rivoluzione" a spingere la futura rivista verso il movimentismo politico. A farne cioè qualcosa di più che carta stampata: se non un programma di azione diretta, senza dubbio di educazione. Gobetti è sempre più convinto che all'Italia sia mancato proprio lo spazio e l'esito di un effettivo processo rivoluzionario; e che solo da lì un popolo conquista la propria libertà. Guarda ai fermenti del movimento operaio, si esalta di fronte alle grandi giornate di occupazione delle fabbriche al culmine del biennio rosso; e minor fiducia ripone nella borghesia, «impaurita, attratta da nostalgie reazionarie» «Io seguo con simpatia - scrive - gli sforzi degli operai che realmente costruiscono un mondo nuovo». Il fascismo, nel frattempo, è più che alle porte. Ed è commovente la riflessione di Bobbio sui sette fervidi anni di lavoro intellettuale di Gobetti che riassumono «essi soli il significato di un'esistenza» e incrociano le premesse già cupe della pagina più cupa della storia italiana: «Non c'è personaggio della nostra storia la cui esistenza si identifichi, direi quasi si integri, con la storia della crisi dello stato liberale e dell'avvento e del consolidamento del regime fascista più di quella di Gobetti, che scrive il primo articolo nel novembre del 1918 e l'ultimo nel dicembre del 1925». «Ma non fu illusione, anzi fu per noi acquisto ben saldo, l'aver appreso che gli intellettuali non tradiscono quando fanno politica, ma soltanto quando fanno una certa politica». Ripasso ancora per Bobbio, anno 1955. Ho ripescato dallo scaffale il suo "Politica e cultura", come un farmaco per placare la strana inquietudine che scrivere queste pagine mi suscita. Bobbio proponeva una figura di intellettuale che, dalla lezione dei totalitarismi, avesse appreso l'opportunità di «non sottomettersi supinamente alla verità di una parte sola». E che, combattendo le falsificazioni e la propaganda, contribuisse «a spezzare il circolo chiuso di impotenza e di paura, in cui si rivela la contagiosa inferiorità dell'ignoranza». Temeva, da parte del mondo della cultura, arroccamenti elitari: invitava perciò a tenere le porte e le finestre aperte. Non poteva immaginare che a sprangarle a monte sarebbe stata - nel Ventunesimo secolo - una politica arrogante, risentita, totalmente priva di dubbi. Ostile per di più agli intellettuali, ridotti a caricatura, neutralizzati con lo sberleffo populista o con l'indifferenza. Messi all'angolo, diventano spesso rinunciatari. Non si può certo pretendere che chiunque scriva, faccia cinema, arte in genere, se la senta di intervenire sul presente. A volte, semplicemente, non si ha l'inclinazione a stare al centro del dibattito. Altre volte, più semplicemente, non si ha niente da dire. Penso a una scena del film di Nanni Moretti "Mia madre", di una sincerità disarmante. La regista "impegnata", interpretata da Margherita Buy, si perde nei propri pensieri durante una conferenza stampa: «Tutti pensano che io sia capace di capire quello che succede, di interpretare la realtà, ma io non capisco più niente». Forse molti intellettuali hanno vissuto e vivono con questo stato d'animo le stagioni politiche più recenti, le virate autoritarie delle vecchie democrazie, le febbri belliciste. Un misto di apatia e di rassegnazione? L'impressione che sia difficile o impossibile incidere. Forse dovremmo continuare, in ogni caso, a fare domande. Lavorare sodo là, nel campo degli interrogativi - e alzare un po' la voce quando si formula una domanda, tenerla più bassa proprio quando si azzarda una risposta. L'anti-ideologico Albert Camus insisteva a tratteggiare, in larga parte incarnandola, la figura possibile di un artista-cittadino né seduto né bugiardo, non un dispensatore di certezze ma per l'appunto di dubbi, uno che rifiuta di dire agli altri come devono pensare, ma chiarisce con nettezza, con onestà i suoi sì e i suoi no. (Tratto da “La mia battaglia è ancora viva” di Paolo Di Paolo pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 14 di novembre dell’anno 2025).
“Gobetti, Prodigioso antifascista”, testo di Marco Revelli pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, domenica 15 di febbraio 2026: Esattamente cent’anni fa moriva a Parigi, dove la persecuzione fascista l’aveva costretto, Piero Gobetti. Se ci chiediamo che cosa abbia da darci e da dirci, oggi, a un secolo dalla scomparsa, quel venticinquenne dal corpo apparentemente fragile, dallo sguardo straordinariamente penetrante – così lo ritrae l’amico pittore Felice Casorati in un celebre dipinto dell’epoca –, e se “possiamo ancora considerarlo un nostro contemporaneo”, la risposta è insieme impegnativa e amara: “Sì, Gobetti ha da darci tutto ciò che ci servirebbe, e che non abbiamo”. Un’intelligenza critica capace di andare sotto la superficie dei fatti per coglierne l’essenza. Un rispetto della propria dignità che gli faceva aborrire ogni forma di servilismo (“che ho a che fare io con gli schiavi” era il motto scelto per la sua casa editrice). Un senso della Storia che gli permetteva di vedere nel fascismo appena nascente l’abominio che sarebbe diventato. E di cogliere in esso l’“autobiografia della Nazione”, ovvero la sintesi di tutti i vizi che accumulati nel processo di formazione dell’Italia unita le impedivano di diventare un Paese civile. Ciò che colpisce al primo sguardo, del suo profilo, è la dimensione sconfinata della sua produzione: nel volgere di un tempo brevissimo (la sua “breve esistenza”), tra i 18 e i 25 anni, Piero ha fondato tre riviste (Energie Nove, nel 1918, Rivoluzione liberale, nel 1922, il Baretti, nel 1924) ottenendo i contributi delle più importanti figure del panorama culturale di allora); ha fondato una Casa editrice il cui modello ha fatto scuola e che ha pubblicato 114 titoli (tra cui gli Ossi di seppia che valsero a Eugenio Montale il premio Nobel per la poesia); ha scritto centinaia di articoli e di saggi che riempiono tre enormi volumi oltre a importanti libri come La Rivoluzione liberale, Risorgimento senza eroi, Il paradosso dello spirito russo; ha intrattenuto un’infinità di rapporti inviando migliaia di lettere (oggi raccolte nel monumentale epistolario pubblicato da Einaudi per la cura di Ersilia Alessandrone Perona)… Per questo Norberto Bobbio l’ha definito “il prodigioso giovinetto”. Se poi andiamo più in profondo, e ci chiediamo da dove provenisse quella esplosiva energia che alimentava la sua febbrile attività, constatiamo che certo, un ruolo importante l’ha avuto il suo carattere: una volontà ferrea, quasi feroce, una determinazione che non permetteva riposo, da etica protestante. Ma accanto a ciò, e prevalente, c’era la necessità – esistenziale prima che politica – di combattere il fascismo. Di contrastare quello che considerava, e che definì, come “la sintesi di tutte le sue antitesi”. E nel combattere il quale impegnò tutto se stesso, strutturando un rapporto tra pensiero e azione che costituisce il tratto più qualificante di tutto il suo progetto culturale e di vita. Nel fascismo egli vedeva, infatti, non solo la brutalità e la volgarità del ministero Mussolini, ma anche il confluire di tutto l’insieme dei cattivi sentimenti e delle pessime pratiche di quella che chiamava “l’altra Italia”, costituita dal corrotto notabilato tardo-liberale, malato di ministerialismo e di trasformismo, ostile a tutto ciò che sapeva di autonomia e di emancipazione, conservatore fino al punto da preferire aprire le porta alla nuova barbarie avanzante, per paura delle domande di giustizia delle ancora embrionali “lotte del lavoro”. “Combattere Mussolini per sostituirgli tra sei mesi Nitti, Cocco-Ortu, Orlando o Giolitti, no e poi no.

































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