Sopra. Ada e Piero Gobetti.
“Piero Gobetti, la giovinezza dell’antifascismo”, testo di Paolo
di Paolo: Il rumore del vecchio ordine che crolla può essere un boato o
uno scricchiolio. Può essere anche simile a un fruscio di carta di giornale.
Piero Gobetti non ha ancora compiuto ventun anni, quando fonda - il 12 febbraio
del 1922 - La Rivoluzione Liberale. È un dato anagrafico che vale sempre la
pena di ricordare. Era nato a inizio secolo, nel 1901, da Giovanni Battista e
Angela, titolari di una drogheria in via XX Settembre, a Torino. In casa i
libri sono pochi, c'è una enciclopedia per famiglie, il Melzi, che
l'adolescente Piero annota, postilla, corregge: "L'unica enciclopedia per
imparare tutto sbagliato". Si farà notare all'università come studente di
Legge alla cattedra di Economia politica di Luigi Einaudi. Segue da uditore le
lezioni di letteratura. Si laurea sulla filosofia politica di Vittorio Alfieri,
la cui opera - letta precocemente - lo segna nel profondo. La parola
"rivoluzione" è massiccia, ingombrante, solenne. L'aggettivo
"liberale" la stempera e a un tempo la rende paradossale. Dietro c'è
molto: la polemica con il Risorgimento italiano. La fascinazione confusa per
l'esperienza russa del '17. La fiducia nelle spinte operaiste: "Qui siamo
in piena rivoluzione. Io seguo con simpatia gli sforzi degli operai che
realmente costruiscono un mondo nuovo. Non sento in me per ragioni speciali che
tu sai la forza di seguirli nell'opera loro, almeno per ora. Ma mi par di
vedere che a poco a poco si chiarisca e si imposti la più grande battaglia
ideale del secolo. Allora il mio posto sarebbe necessariamente dalla parte che
ha più religiosità e volontà di sacrificio. La rivoluzione oggi si pone in
tutto il suo carattere religioso". E ancora: la lucida sequenza di
obiezioni poste a quella del fascismo delle origini. "Restare politici nel
tramonto della politica". Il cantiere politico del giovane torinese è
affollato di questioni. E di "un'altra rivoluzione" parla proprio nel
'22, subito dopo la marcia su Roma, e la immagina intanto come un'opposizione
radicale al "trionfo della facilità, della fiducia, dell'ottimismo,
dell'entusiasmo" incarnati torvamente dal primo Mussolini. Il clima
generale è quello raccontato da un romanzo di Giuseppe Antonio Borgese, Rubè,
che ha per protagonista un giovane avvocato meridionale. Arruolatosi infiammato
dalla propaganda marinettiana, esce dall'esperienza del fronte stravolto e
depresso. Tentato dai socialisti e subito dopo dalle camicie nere, il
"glorioso combattente" intende fare la sua rivoluzione, ma inciampa
di continuo nelle illusioni e nelle ambizioni sbagliate. La sua agitazione, il
suo nervosismo sono quelli di un'intera generazione. Vuole fidarsi della pace,
della Vittoria, così come si era fidato della guerra ("l'ho fatta, perché
ero malcontento e cercavo aria"). Si commuove per la strada ascoltando un
mutilato di guerra suonare una vecchia canzone. "Avrebbe davvero gridato
se avesse potuto. Avrebbe mostrato i pugni al cielo". Ma la sua
rivoluzione è un atto mancato. La rivoluzione intransigente di Gobetti pare
essere anzitutto un esercizio spirituale, personale prima che collettivo:
"Mistiche palingenesi non avvengono. Né la rivoluzione è tutta un erompere
di energie. La rivoluzione non si fa in un giorno, o se si fa è una cosa
ridicola. Conta per i sacrifici che ne costarono tutti i passi". È
impressionante la quantità di problemi - tuttora al centro del dibattito
internazionale - che Gobetti pone nel suo frenetico attivismo intellettuale. I
limiti e i vantaggi del sistema parlamentare. I modi attraverso cui la volontà
collettiva può farsi governo. Le strade della lotta politica. La crisi dei
partiti. La formazione delle élite, la dialettica che esse sono in grado (o non
sono in grado) di animare con le masse popolari; il loro, delle élite, farsi
portatrici di una rivoluzione come "movimento culturale, tendenzialmente
pacifico". Pur con i limiti di un rapporto con le masse "più
sentimentale che reale" (tipico però di larghissima parte
dell'intellighenzia novecentesca e odierna), Gobetti lascia in eredità domande
decisive sul rapporto fra libertà e uguaglianza, sulla politica come forma di
educazione, sulla "difesa, l'affermazione, l'esaltazione degli spazi di
autonomia dell'individuo". Quando parla, nel '23, di "iniziazione
laica per la religione della dignità" ci mette di fronte una iniziazione
inesauribile, e nei fatti mai davvero compiuta. Illuminante in questo senso il
passaggio in cui si chiarisce, a scanso di equivoci politici, la radice di
"liberale" come "liberantesi", "che si libera". E
questo "liberarsi" passa prima di tutto per una vita: la singola,
irripetibile, troppo breve e intensissima vita di Gobetti. Piero che esce dal
Regio di Torino dopo aver visto il Rigoletto e pensa a Ada e corre a casa per
scriverle. Piero che regala ad Ada lo spartito del Parsifal di Wagner ma poi
più avanti la costringe ad allontanarsi dalla sua vocazione musicale. "In
genere prevaleva in me il senso dell'avventura umana" scrive Piero di sé
stesso: radiografo di stati d'animo, quando si tratta di contribuire alla
critica di sé, con uno stile nervoso, spezzato, lirico. Impareggiabile
ritrattista quando si cerca negli altri: nell'energia "eccessiva" di
Giacomo Matteotti, nel suo non essere capito, nel suo destino; in Rosa
Luxemburg, in quella "esuberanza di giovinetta". Con il delitto
Matteotti, l'opposizione di Gobetti al fascismo si fa ancora più radicale. Tra
i primi osservatori critici di Mussolini, Gobetti ne diventa via via critico
incalzante e profetico. Coglie per tempo nel fascismo le componenti retoriche,
demagogiche, oligarchiche, l'uso politico della violenza. Lo definisce, con
impressionante lungimiranza, "autobiografia della nazione". "Il
fascismo", scrive addirittura nel '22, "è una catastrofe, è
un'indicazione di infanzia decisiva, perché segna il trionfo della
facilità". Intende combattere a viso aperto, rifiuta "il terreno
delle congiure", si appella costantemente a quegli "uomini nei
partiti e fuori dei partiti, gente che non ha ceduto e non cederà".
Mussolini firma - proprio a ridosso del sequestro di Matteotti - un telegramma
al prefetto di Torino chiedendo di rendere "impossibile la vita a questo
insulso oppositore di governo e del fascismo". Da quel momento l'attività
intellettuale di Gobetti si complica in modo significativo: la rivista viene
spesso sequestrata, la tipografia che la stampa subisce minacce, Gobetti stesso
è vittima di agguati anche violenti. La Rivoluzione Liberale è costretta infine
- siamo nell'autunno 1925 - a cessare le pubblicazioni per "attività
nettamente antinazionale". Il lavoro continua sulla rivista più
letteraria, Il Baretti, che Piero aveva fondato un anno prima; l'invito ai
lettori, a questo punto, è di leggere fra le righe, perché parlare apertamente
non è più possibile: "La libertà d'opinione è stata soppressa come una
rete che viene sradicata: senza possibilità di dialogare sono destinato ad
essere sopraffatto. A cosa serve più, ora, fare finta?".
“Il suo manifesto per la libertà non è sconfitto”, testo di
Roberto Saviano: Piero Gobetti non scriveva per convincere. Scriveva per
spingere a prendere posizione. Per sottrarre il lettore alla comoda illusione
della neutralità, per rendere evidente che, quando la storia accelera, non
esistono zone franche. Esistono solo scelte. E le scelte non chiedono consenso
astratto, ma corpi, esposizione, rischio. Non soltanto idee. Il Manifesto non è
un testo programmatico nel senso tradizionale. Non propone un modello da
applicare né una soluzione pronta. È un atto di accusa. Una radiografia morale
dell’Italia. Ed è, soprattutto, una dichiarazione di solitudine: la solitudine
di chi vede prima, di chi capisce quando altri preferiscono non capire, e per
questo paga prima. Gobetti aveva compreso ciò che molti, ancora oggi, faticano
ad accettare: il comunismo e il capitalismo, così come si erano storicamente
realizzati, erano entrambi insufficienti. Il primo perché, nel nome
dell’eguaglianza, finiva per sacrificare la libertà, riducendola a variabile
secondaria, a promessa rinviabile. Il secondo perché trasformava la libertà in
privilegio, accettando che l’ingiustizia fosse il prezzo inevitabile
dell’efficienza. In entrambi i casi, trattandosi di percorsi definiti,
granitici, dai cui binari era impossibile deragliare, fosse anche per
aggiustare il tiro, ciò che veniva meno non era un dettaglio teorico, ma il
cuore stesso della democrazia: da un lato quella che noi oggi definiamo
l’accountability, ovvero l’obbligo, da parte di chi detiene il potere, di
rendere conto delle proprie azioni. Dall’altro, e strettamente connesso a
questo, la responsabilità morale del cittadino. Gobetti non cercava una sintesi
ideologica, né una terza via rassicurante. Cercava una tensione morale
permanente. Voleva tenere insieme ciò che entrambi i sistemi avevano tradito:
la giustizia sociale senza servitù, la libertà senza sfruttamento. Per questo
rifiutava i dogmi. E per questo restava solo. La sua rivoluzione liberale non
ha nulla di pacificato. Non è riformismo, non è compromesso, non è mediazione.
È rottura. È l’idea che una società possa dirsi davvero libera solo se accetta
il conflitto come condizione vitale, se riconosce il dissenso come energia e
non come disturbo. Gobetti sapeva che senza conflitto non c’è progresso, ma
solo amministrazione del presente. Amministrazione pavida e, inevitabilmente,
inefficiente. Nel Manifesto ci sono le premesse della sua interpretazione del
fascismo che non è una deviazione improvvisa o un incidente della storia ma la
forma politica dell’illegalità diventata sistema. Il fascismo non distrugge lo
Stato: lo svuota. Non abolisce le leggi: le piega. Non cancella le istituzioni:
le occupa. Vive di violenza preventiva, di intimidazione quotidiana, di
consenso costruito sulla paura. Non chiede adesione consapevole, ma
assuefazione. Non pretende convinzione, ma silenzio. È in questo senso che
Gobetti arriva a una delle definizioni più spietate e ancora oggi più attuali
del fascismo: «il fascismo è l’autobiografia della nazione». Oggi, in un tempo
dominato da slogan, semplificazioni e identità urlate, il Manifesto resta un
antidoto. Non invita a scegliere una bandiera, ma a esercitare il giudizio. Non
chiede una semplice adesione, ma maturità. Ricorda che la
democrazia non muore solo per colpi di Stato, ma anche quando smettiamo di
accettare la complessità e deleghiamo ad altri il lavoro faticoso della
costruzione della libertà, immaginando che sia qualcosa di facile da
ottenere. Gobetti muore giovane perché il suo corpo non regge ciò che la sua
mente aveva già compreso. Ma il suo pensiero resta. Non come monumento, bensì
come criterio. Finché continuerà a inquietare, significherà che non è stato
sconfitto.
N.d.r. I testi sopra riportati sono stati pubblicati sul quotidiano “la
Repubblica” del 20 di aprile dell’anno 2023 e sulla edizione del quotidiano di
ieri, giovedì 12 di febbraio 2026.
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