“La banalità del male” di Shalom Auslander: Un giorno d'estate, anni fa, mi sono imbattuto nel diario di un soldato tedesco dei primi anni Quaranta in un mercatino delle pulci di New York. Era sepolto in un mucchio di altri oggetti casuali: forme per cappelli, automobiline Matchbox, una macchina da scrivere Underwood. C'era così tanta roba che avrei potuto non notarlo, ma sono ebreo; i libri decorati con aquile appollaiate su svastiche tendono ad attirare la mia attenzione. Era un piccolo taccuino, fitto di scrittura in tedesco. Anche se non parlo la lingua, sono riuscito a distinguere i mesi - Februar, Marz, April - e l'anno. Le fotografie in bianco e nero della vita del soldato, nascoste tra le pagine ingiallite, erano ciò che mi interessava di più: una foto del giovane diarista raggiante nella sua uniforme nuova di zecca, con un fucile a tracolla; una con i suoi commilitoni in campagna, in quello che sembrava essere un piacevole weekend di licenza, con i berretti da campo inclinati all'indietro sulla testa. Altre lo ritraevano con quella che immaginavo fosse la sua famiglia: una coppia di anziani, forse i suoi genitori, e un gruppo che potevano essere i suoi fratelli, riuniti per una cena festiva. Ce n'erano diverse in cui posava accanto a una bella ragazza che supponevo fosse sua moglie o la sua fidanzata. Amore giovanile. Per me, la cosa più notevole era ciò che non trovavo: non c'erano foto di campi di sterminio, fosse comuni o prigionieri affamati. C'era invece una foto di lui con i suoi genitori davanti alla loro casa. Orgoglioso. Scossi la testa di fronte a quella che consideravo la capacità quasi patologica di quest'uomo di separare la follia in cui probabilmente aveva avuto un ruolo dalla vita tranquilla e bucolica che conduceva nello stesso momento. Mi ricordò una risposta che mi era stata data da bambino. «Come hanno potuto fare cose del genere?» chiedevo spesso quando avevo 9 o 10 anni. Sono i tedeschi, mi rispondevano i miei genitori e i miei insegnanti. Erano malvagi. Ce l'avevano nel sangue. L'unico tedesco buono è un tedesco morto, dicevano. La maggior parte dei familiari dei miei nonni furono uccisi nell'Olocausto. E così, nella mia educazione, non c'erano tedeschi "normali", per usare un'espressione dello storico della Shoah Christopher Browning. Erano tutti odiosi assassini fascisti, sciocchi che potevano essere indotti da un fomentatore di paure a commettere atrocità che egli sosteneva fossero necessarie e giuste. Come i tedeschi fossero diventati così, nessuno sapeva dirlo. Una cosa era certa, però: noi, grazie al cielo, non eravamo come loro. Noi eravamo americani. Non ci facevamo ingannare così facilmente. Eravamo diversi. Ho ricordato quella certezza infantile nei gioi scorsi, leggendo della morte di Renee Good. Ho letto di come l'amministrazione Trump l'abbia rapidamente etichettata come terrorista. Di come i funzionari federali abbiano bloccato le indagini del Minnesota. Di come i nostri leader l'abbiano accusata di aver cercato di investire un agente dell'Immigrations and Customs Enforcement, quando i video dell'incidente sembravano mostrare chiaramente il contrario. «A chi credete» chiese Chico Marx «a me o vostri occhi?». Suppongo che, agli occhi di questa amministrazione, questo oggi mi renda un marxista. Niente di tutto questo mi ha sorpreso. Dopotutto la sparatoria è avvenuta solo un giorno dopo la pubblicazione da parte del governo di un sito web di propaganda in cui si affermava che l'insurrezione del gennaio 2021 era colpa dei democratici e della polizia del Campidoglio. Sono uno scettico incallito, ne vado fiero e non mi fido di nessuna entità statale, religiosa o aziendale. Quindi sapevo che una bugia ripetuta abbastanza volte diventa verità, che il terrore è il metodo dico trollo del governo, che la paura è la sua più grande motivazione. Ma questa è l'amministrazione Trump, mi sono rassicurato, non il popolo americano. Gli americani non si lasciano ingannare così facilmente. Gli americani sono diversi. Purtroppo, la mia tranquillità è durata poco, perché ho commesso l'errore di immergermi nei soci media. Lì ho incontrato americani comuni che credevano ciecamente nell'amministrazione Trump. Americani comuni che incolpavano la signora Good, e ripetevano le cose che avevano imparato dal governo, come il fatto che fosse un'agitatrice pagata, una radicale di estrema sinistra che aveva avuto ciò che si meritava. Americani comuni che dicevano che l'agente armato che aveva ucciso una donna apparentemente disarmata era un eroe, che difendeva la sua nazione dagli indesiderabili. Americani comuni che, ben presto, attribuivano la colpa di tutta la faccenda ai democratici, agli antifa, al governatore Tim Walz agli ebrei, alle donne e ai gay. Nel passato o nel presente, non sono i leader a deludermi ma coloro che dovrebbero guidare. Il che mi riporta a quel ritrovamento al mercatino delle pulci, a quel vecchio diario che non ho comprato. All'epoca ero un giovane scrittore al verde. Ho deciso di spendere i pochi soldi che avevo per la vecchia macchina da scrivere. Ma mi mancano quei giorni. Mi manca il conforto di credere che i tedeschi fossero diversi. Mi manca credere che noi americani non potremmo mai essere spinti da un fomentatore di paura a commettere atrocità che lui sosteneva fossero necessarie e giuste. Mi manca credere che non siamo come loro. Ora sono costretto a chiedermi se quel lontano diarista tedesco non fosse poi così malvagio. Se fosse stato indotto a credere da uno Stato terrorizzante che ciò che stava facendo era giusto. Che stava difendendo la sua nazione dagli indesiderabili. Che era un eroe. E mi chiedo se un giorno, in un lontano mercatino delle pulci, un giovane troverà per caso un vecchio iPhone del 2026 e, scorrendo le foto degli amici del proprietario, delle vacanze, delle cene festive, si chiederà come questo americano spensierato potesse condurre una vita normale mentre il Paese sprofondava, per mano di un autocrate, in una psicosi in-dotta dalla paura. «Grazie al cielo», si consolerà, «noi non siamo come loro».
N.d.r. I testi sopra riportati sono stati pubblicati, rispettivamente, su “El Pais” e su “The New York Times” e sono stati riportati sul settimanale “Robinson” - del quotidiano “la Repubblica” - del primo di febbraio 2026.

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