"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 4 febbraio 2026

Cosedettecosì. 04 «Est-Ovest: “Memorie”».


“Il tempo ritrovato di Mamma Carmela” di Fernando Navarro: Il silenzio di questa stanza racchiude il dolore di novant'anni. È profondo e pieno di lacrime. «Mamma, l'abbiamo trovata, l'abbiamo trovata...», ripete più volte tra sé e sé Angel Gonzalez. Sua madre, Nieves, è morta, ma lui cerca di parlarle. Cerca di dirle che ha trovato la nonna Carmela, madre di Nieves, il cui corpo giaceva in una fossa comune da quando era stata uccisa il 15 agosto 1936 dai ribelli che, guidati da Franco, il 18 luglio dello stesso anno avevano dato inizio alla guerra civile spagnola. È calata la notte a Viznar e il freddo è pungente quando Angel, 79 anni, muove i primi passi verso la bara che custodisce i resti di Carmen Rodriguez Parra, conosciuta come Mamma Carmela per l'ospitalità con cui trattava tutti coloro che frequentavano la sua taverna a Granada. Dietro di lui ci sono suo fratello Antonio, 75 anni, e suo cugino Marco, 66 anni, accompagnati da Maria Estrella, la moglie di Angel, e da due delle sue figlie. Si preparano ad aprire la bara. «Nonna, nonna, nonnina...», dice Angel tra sé e sé senza smettere di piangere, osservando il cranio che domina una cassa lunga meno di un metro, e che custodisce molte ossa. A poco più di un chilometro da questa stanza, sala principale del museo etnografico Molino de la Venta trasformato in laboratorio antropologico e forense per le esumazioni nella località granadina di Viznar, si trova il burrone dove Mamma Carmela fu assassinata e dove, secondo alcune ricerche, potrebbe essere stata accompagnata da altre tre donne, due giovani della zona e la scrittrice e filosofa Agustina Gonzalez Lopez, conosciuta come La Zapatera, amica di Federico Garda Lorca, che si ispirò a lei per la sua opera teatrale “La zapatera prodigiosa”. Queste donne furono le prime a essere giustiziate a Viznar, secondo gli esperti, durante quella che è nota come l'estate calda. Quando, dopo la resistenza della Repubblica al colpo di Stato militare, si scatenò un'ondata di violenza con esecuzioni sommarie e vendette politiche e personali. Solo quattro giorni dopo, il 19 agosto 1936, nello stesso luogo, i ribelli uccisero Lorca, i cui resti non sono ancora stati ritrovati. Dei 195 corpi riesumati in totale a Viznar - gli ultimi 21, ritrovati nel novembre 2025 durante l'ultimo scavo - sono stati identificati solo i resti di undici persone. In tutta la Spagna le cifre sono peggiori: su quasi 9 mila corpi riesumati, solo 212 sono stati identificati, una percentuale inferiore al 2,5%, secondo i dati forniti dal ministero della Politica territoriale e della memoria democratica. Fattori come la cattiva conservazione del dna, spesso non recuperabile dopo novant'anni, e la difficoltà di trovare parenti vivi per il confronto genetico sono ostacoli importanti per l'identificazione. Quello di Mamma Carmela è uno dei pochissimi cadaveri riesumati e identificati di una repressione violentissima da parte delle truppe golpiste franchiste. La riparazione della sua memoria è importante perché, come spiega la storica Miriam Saqqa Carazo nel recente libro “Las exhumaciones por Dios y por Espana” (Càtedra), la dittatura non permise l'esumazione dei cadaveri dei vinti, mentre fu avviata un'operazione per dare dignità alle sue vittime, un processo che, chiamato Causa General, costruì una narrativa politica e ideologica per giustificare la repressione e recuperare 3.518 cadaveri, «martiri caduti per Dio e per la patria, secondo le parole del regime». Carmela non cadde per Dio né per la patria, ma, come decine di migliaia di persone, fu assassinata per il suo attivismo. Nata a Granada, Carmen Rodriguez Parra era un punto di riferimento all'interno del mondo anarchico. Dopo essere rimasta vedova, ebbe una seconda relazione dalla quale nacquero le sue figlie, Nieves e Carmen. Gestiva una taverna situata al piano terra della sua casa ai numeri 40 e 42 di Calle de Elvira. La Taberna Carmela divenne famosa per la grande ospitalità della sua padrona di casa, una donna corpulenta, con i capelli raccolti e i lineamenti belli, con il naso aquilino e gli occhi scuri. Molti la chiamavano Mamma Carmela per la sua generosità: serviva piatti di cibo a chi non poteva pagarli. Secondo la memorialista Silvia Conzàlez, la massima esperta delle donne vittime di repressione a Viznar, la figura della locandiera era «proprio il tipo di donna che il franchismo rifiutava: indipendente, coraggiosa, generosa, solidale, militante». Subì le vessazioni della polizia nella taverna fino alla sua chiusura nel 1932: a pesare fu anche il suo ruolo di scrutatrice nelle elezioni ripetute a Granada il 3 maggio 1936. Quando il 18 luglio ci fu il colpo di Stato, i falangisti presero rapidamente il potere a Granada. Mamma Carmela fu arrestata e trasferita al convento di San Gregorio, dove rimase incarcerata fino a quando non fu mandata a Viznar. All'alba del 15 agosto, dopo che un furgone aveva serpeggiato lungo le curve che salgono al burrone con vista su Granada, fu costretta a inginocchiarsi e ricevette un colpo di pistola alla testa. Aveva 52 anni. Molti decenni dopo, la ricerca non è stata fatta di persona nel mezzo della disperazione di una guerra, ma su Internet. Morte Mamma Carmela e le sue due figlie, Nìeves e Carmen, Angel digitò su Google il nome di sua nonna e trovò un articolo scritto da Silvia Gonzalez. La famiglia di Carmela contattò Silvia, che li incoraggiò a denunciare ufficialmente la scomparsa della loro familiare. Questo passo significò intraprendere il viaggio verso l'esumazione nella gola di Viznar, una zona tranquilla che, secondo Francisco Carrion, fu popolata di pini durante il franchismo per nascondere ancora di più le fosse. Nel cuore del burrone, su un muro di pietra grigia circondato da ramoscelli e pigne, ci sono diverse targhe in omaggio ai morti. Il monumento più significativo si trova vicino al ponte di legno che attraversa il terrapieno principale. Si tratta di una lapide con mazzi di fiori su cui è incisa la frase: «Lorca eravamo tutti».

“La banalità del male” di Shalom Auslander: Un giorno d'estate, anni fa, mi sono imbattuto nel diario di un soldato tedesco dei primi anni Quaranta in un mercatino delle pulci di New York. Era sepolto in un mucchio di altri oggetti casuali: forme per cappelli, automobiline Matchbox, una macchina da scrivere Underwood. C'era così tanta roba che avrei potuto non notarlo, ma sono ebreo; i libri decorati con aquile appollaiate su svastiche tendono ad attirare la mia attenzione. Era un piccolo taccuino, fitto di scrittura in tedesco. Anche se non parlo la lingua, sono riuscito a distinguere i mesi - Februar, Marz, April - e l'anno. Le fotografie in bianco e nero della vita del soldato, nascoste tra le pagine ingiallite, erano ciò che mi interessava di più: una foto del giovane diarista raggiante nella sua uniforme nuova di zecca, con un fucile a tracolla; una con i suoi commilitoni in campagna, in quello che sembrava essere un piacevole weekend di licenza, con i berretti da campo inclinati all'indietro sulla testa. Altre lo ritraevano con quella che immaginavo fosse la sua famiglia: una coppia di anziani, forse i suoi genitori, e un gruppo che potevano essere i suoi fratelli, riuniti per una cena festiva. Ce n'erano diverse in cui posava accanto a una bella ragazza che supponevo fosse sua moglie o la sua fidanzata. Amore giovanile. Per me, la cosa più notevole era ciò che non trovavo: non c'erano foto di campi di sterminio, fosse comuni o prigionieri affamati. C'era invece una foto di lui con i suoi genitori davanti alla loro casa. Orgoglioso. Scossi la testa di fronte a quella che consideravo la capacità quasi patologica di quest'uomo di separare la follia in cui probabilmente aveva avuto un ruolo dalla vita tranquilla e bucolica che conduceva nello stesso momento. Mi ricordò una risposta che mi era stata data da bambino. «Come hanno potuto fare cose del genere?» chiedevo spesso quando avevo 9 o 10 anni. Sono i tedeschi, mi rispondevano i miei genitori e i miei insegnanti. Erano malvagi. Ce l'avevano nel sangue. L'unico tedesco buono è un tedesco morto, dicevano. La maggior parte dei familiari dei miei nonni furono uccisi nell'Olocausto. E così, nella mia educazione, non c'erano tedeschi "normali", per usare un'espressione dello storico della Shoah Christopher Browning. Erano tutti odiosi assassini fascisti, sciocchi che potevano essere indotti da un fomentatore di paure a commettere atrocità che egli sosteneva fossero necessarie e giuste. Come i tedeschi fossero diventati così, nessuno sapeva dirlo. Una cosa era certa, però: noi, grazie al cielo, non eravamo come loro. Noi eravamo americani. Non ci facevamo ingannare così facilmente. Eravamo diversi. Ho ricordato quella certezza infantile nei gioi scorsi, leggendo della morte di Renee Good. Ho letto di come l'amministrazione Trump l'abbia rapidamente etichettata come terrorista. Di come i funzionari federali abbiano bloccato le indagini del Minnesota. Di come i nostri leader l'abbiano accusata di aver cercato di investire un agente dell'Immigrations and Customs Enforcement, quando i video dell'incidente sembravano mostrare chiaramente il contrario. «A chi credete» chiese Chico Marx «a me o vostri occhi?». Suppongo che, agli occhi di questa amministrazione, questo oggi mi renda un marxista. Niente di tutto questo mi ha sorpreso. Dopotutto la sparatoria è avvenuta solo un giorno dopo la pubblicazione da parte del governo di un sito web di propaganda in cui si affermava che l'insurrezione del gennaio 2021 era colpa dei democratici e della polizia del Campidoglio. Sono uno scettico incallito, ne vado fiero e non mi fido di nessuna entità statale, religiosa o aziendale. Quindi sapevo che una bugia ripetuta abbastanza volte diventa verità, che il terrore è il metodo dico trollo del governo, che la paura è la sua più grande motivazione. Ma questa è l'amministrazione Trump, mi sono rassicurato, non il popolo americano. Gli americani non si lasciano ingannare così facilmente. Gli americani sono diversi. Purtroppo, la mia tranquillità è durata poco, perché ho commesso l'errore di immergermi nei soci media. Lì ho incontrato americani comuni che credevano ciecamente nell'amministrazione Trump. Americani comuni che incolpavano la signora Good, e ripetevano le cose che avevano imparato dal governo, come il fatto che fosse un'agitatrice pagata, una radicale di estrema sinistra che aveva avuto ciò che si meritava. Americani comuni che dicevano che l'agente armato che aveva ucciso una donna apparentemente disarmata era un eroe, che difendeva la sua nazione dagli indesiderabili. Americani comuni che, ben presto, attribuivano la colpa di tutta la faccenda ai democratici, agli antifa, al governatore Tim Walz agli ebrei, alle donne e ai gay. Nel passato o nel presente, non sono i leader a deludermi ma coloro che dovrebbero guidare. Il che mi riporta a quel ritrovamento al mercatino delle pulci, a quel vecchio diario che non ho comprato. All'epoca ero un giovane scrittore al verde. Ho deciso di spendere i pochi soldi che avevo per la vecchia macchina da scrivere. Ma mi mancano quei giorni. Mi manca il conforto di credere che i tedeschi fossero diversi. Mi manca credere che noi americani non potremmo mai essere spinti da un fomentatore di paura a commettere atrocità che lui sosteneva fossero necessarie e giuste. Mi manca credere che non siamo come loro. Ora sono costretto a chiedermi se quel lontano diarista tedesco non fosse poi così malvagio. Se fosse stato indotto a credere da uno Stato terrorizzante che ciò che stava facendo era giusto. Che stava difendendo la sua nazione dagli indesiderabili. Che era un eroe. E mi chiedo se un giorno, in un lontano mercatino delle pulci, un giovane troverà per caso un vecchio iPhone del 2026 e, scorrendo le foto degli amici del proprietario, delle vacanze, delle cene festive, si chiederà come questo americano spensierato potesse condurre una vita normale mentre il Paese sprofondava, per mano di un autocrate, in una psicosi in-dotta dalla paura. «Grazie al cielo», si consolerà, «noi non siamo come loro».

N.d.r. I testi sopra riportati sono stati pubblicati, rispettivamente, su “El Pais” e su “The New York Times” e sono stati riportati sul settimanale “Robinson” - del quotidiano “la Repubblica” - del primo di febbraio 2026.

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