“Mio padre Eco genio comico e avventuroso”, testo della intervista di Antonio Gnoli a Stefano Eco pubblicata sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” dell’8 di febbraio 2026: (…). Parli poco di lui. «Non è esatto. Me ne occupo, insieme a tutta la famiglia, con la Fondazione e il sito. Per il resto credo siano i suoi libri che devono parlare. Non amo quando la parola si trasforma in rumore».
Ho esplorato un po’ il sito. Tra le tante risorse ci sono alcuni oggetti e le foto di tuo padre. Che cosa ti suscitano? «Tenerezza, sono cresciuto dentro quel mondo. La vecchia cornetta un po’ ammaccata che suonava, le bustine di fiammiferi al cui interno prendeva appunti, i taccuini acquistati in una cartoleria francese sui quali scrisse Il nome della rosa. Oggetti e situazioni a me familiari che segnavano lo spazio fisico e mentale di mio padre».
C’è anche la collezione di pupazzetti del mondo di Linus. «Li aveva sullo scaffale nel retro della scrivania. Da piccolo, entrando nello studio, li trovavo bellissimi. Erano dotati di una molla interna che li animava. In ogni caso, questi e altri oggetti furono fotografati da mia sorella Carlotta in occasione dei cinquant’anni di matrimonio dei miei genitori».
Come si conobbero i tuoi? «Alla Bompiani, dove mio padre lavorava. Renate – che aveva concluso gli studi di storia dell’arte alla Freie Universität di Berlino – si presentò insieme a un’amica in casa editrice proponendosi come grafica. Le piacevano l’Italia e Milano. Fu nelle stanze della Bompiani – durante la collaborazione al libro Storia figurata delle invenzioni di cui Renate curava la grafica e Umberto i testi – che si innamorarono. Si sposarono nel 1962. La cerimonia si tenne a Francoforte, la città di mia madre, durante la Buchmesse, la Fiera del Libro. Valentino Bompiani, testimone, accompagnò il dono di nozze con un biglietto che divertì mio padre: “Buon viaggio di bozze!”. Un invito a riprendere subito il lavoro».
Quanto tempo è restato in Bompiani? «Per 17 anni come redattore e poi altrettanti come collaboratore e curatore di collane».
Prima della Bompiani aveva lavorato alla Rai. «Per circa quattro anni. Quel periodo gli consentì di stringere amicizie importanti, come quella con Luciano Berio, e soprattutto di rendersi conto di che cosa fosse concretamente il sistema della comunicazione».
Nel sito c’è una foto di Eco giovane che suona il flauto. Si intravede un’automobile e sullo sfondo un gruppo di case di campagna. «Fu scattata alla Cheirasca nel Gavi, in una proprietà molto spartana parte della quale gli fu affittata dal suo amico Eugenio Carmi. A quell’epoca avevo cinque anni. Ricordo vagamente la presenza di Antonio Porta e di Enrico Filippini. (…)».
Perché? «La vecchia Citroën Ds, a forma di caravella, rispunta in un’altra foto di quel periodo, dove si vede chiaramente un foglio attaccato sul vetro posteriore con su scritto in grande “Italia”».
Buffo. «La scritta serviva a segnalare ai soldati sovietici che nel 1968 avevano invaso Praga che loro, cioè mio padre e mia madre, erano semplici turisti. In quel drammatico agosto è probabile che Umberto fosse lì per un convegno. Testimone di quei fatti, scrisse a caldo un lungo reportage per l’Espresso, firmandolo con un nome inventato. Temeva che potesse avere delle ripercussioni e anche la presenza della mamma obbligava alla cautela. La trovata “Italia” li fece uscire indenni da quei Paesi».
“L’Espresso” e “Repubblica” sono stati i giornali su cui ha quasi sempre scritto. «Un rapporto lunghissimo, con qualche breve interruzione».
Celebri la sua rubrica “La Bustina di Minerva”. «Iniziò nel 1985 ed è andato avanti fin quasi alla fine, cioè il 2015. Ampie scelte delle “bustine” sono state raccolte in vari libri».
L’ultima raccolta, curata da lui, “Pape Satàn Aleppe” fu il libro con cui La nave di Teseo cominciò l’attività editoriale, nel 2016. «Fu a pochi mesi dalla sua scomparsa. Dopo il divorzio dalla Bompiani, papà fece in tempo a progettare e disegnare insieme a Elisabetta Sgarbi, Mario Andreose, Jean-Claude Fasquelle e altri amici cari, le linee guida della casa editrice».
Come organizzava il suo lavoro di scrittore? «Non credo che si possa definire un metodo. Spiegare la genesi dei suoi romanzi è un po’ complicato. Sono numerose le fonti alle quali si richiamava. Posso dire che in ottobre ci sarà alla Biblioteca Braidense di Milano una mostra che racconterà tutto questo. Proprio alla Braidense è confluito il lascito dei suoi libri rari, circa 1200 volumi. Mentre il resto della biblioteca, 44 mila volumi, da maggio verrà ospitata nell’università di Bologna».
Per tornare a “L’isola del giorno prima”, come è nato il titolo? «Fui io a suggerirlo. Non mi piace vantarmene, ma davvero andò così. Non mi convinceva quello scelto, La colomba color arancio. Mi sembrava che per le avventure di un naufrago si addicesse un titolo più evocativo. Credo che nell’immaginarlo abbia in parte contribuito un nostro viaggio nei mari del Sud, dove, nel 1990, portò tutta la famiglia. Lui scelse quei posti per raccogliere impressioni e materiali in previsione del romanzo».
Anche in questo era sorprendente. «Credo avesse bisogno del contatto visivo per capire come rappresentare certe parti di mondo. Ricordo un nostro viaggio in Australia. Avevo 18 anni e mi portò a visitare la barriera corallina. E, guarda caso, una barriera corallina è il punto su cui fa naufragio il protagonista dell’Isola del giorno prima».
Viaggiavate spesso assieme? «All’interno dei tantissimi viaggi che lui ha fatto ce ne siamo ritagliati alcuni. Sempre in relazione al viaggio nei mari del Sud mi viene in mente un episodio divertente. A quel tempo vivevo e lavoravo a New York, perciò decidemmo di incontrarci a Los Angeles. Ero nella stanza di un albergo quando sentii bussare alla porta. Aprii e vidi uno strano ceffo con occhiali scuri che si infilò subito. Sembrava un trafficante d’armi libanese che aveva sbagliato stanza. Era mio padre. Si era tagliato la barba e non l’avevo riconosciuto!».
Dicevi che i viaggi erano per lui una fonte di ispirazione. «Assorbiva l’ambiente circostante senza che in realtà ce ne accorgessimo. Facemmo un viaggio in Brasile, mi pare nel 1978. Alcuni eventi ai quali assistemmo, come i riti voodoo e il samba, li si ritrova perfettamente raccontati nel Pendolo di Foucault».
In fondo era sempre il semiologo che leggeva i segni. «Li usava come materia prima per i suoi romanzi. Non ha mai smesso di pensare e immaginare servendosi della sua intelligenza combinatoria».
Anche il gioco di combinare l’alto e il basso. Nel libro, in uscita che raccoglie tutte le prefazioni, dal 1956 al 2015, si vede chiaramente come spaziava da Vonnegut a Paolo Villaggio, da Dante ai fumetti. «Non fu mai un radical chic e non considerava il “basso” un genere inferiore. Trattare ciò che era popolare come fosse “alto” è sempre stato il sup modo innovativo di accostarsi ai fenomeni culturali. Non “schifare” mai niente era la sua regola. Per noi ragazzi, intendo per me e mia sorella, è stata una lezione. Ricordatevi sempre, ci diceva, che non siamo necessariamente al di sopra di niente e tutto va valutato per quello che è».
E poi, a parte il fumetto, c’era il divertimento per la letteratura popolare. «Che ha sempre dichiarato, fino a farne un punto di originalità. Pitigrilli, Carolina Invernizio, Salgari. Ricordo che mi obbligava a leggere Achille Campanile. Gliene sono grato. La storia del calamaro sbattuto tutto il giorno sullo scoglio è meravigliosa, meravigliosa per come Campanile la racconta. Ricordo poi, ma succedeva prima dell’epoca dei cellulari, e vivevo negli Stati Uniti, che ogni tanto suonasse il telefono di casa a ore improbabili».
Ed era tuo padre? «Sì, in genere accadeva nel bel mezzo della notte o la mattina prestissimo. Rispondevo e lui senza alcun preambolo, senza chiedermi come stai, raccontava una barzelletta, finita la quale attaccava la cornetta. Posso solo dirti che aveva un senso fenomenale dei tempi comici».
Un altro aspetto del suo lavoro di scrittore e saggista che colpisce è l’attenzione alle teorie del complotto che del comico è il risvolto inquietante. «L’interesse per i complotti – che ritroviamo in diversi suoi romanzi – penso che nascesse dalla sua fascinazione per il falso. Tra l’altro nei libri rari che formavano la sua collezione ricorreva spesso il motivo della falsificazione. Uno degli esempi più noti sono I Protocolli dei Savi di Sion che erano la dimostrazione del modo in cui i falsi possono influenzare la storia. La paranoia del complotto prevede o immagina l’esistenza di un centro misterioso che muove la storia dietro le nostre spalle».
Uno dei suoi ultimi scritti fu “Riflessione sul dolore” (una conferenza del 2014). Dove si legge questa frase: «Così come il filosofo (il riferimento è a Heidegger) impara a essere-per-la-morte, tutti noi dovremmo imparare a essere-per-il-dolore», conoscerlo e accettarne la funzione biologica. Sembra quasi un finale di partita. «La conoscenza era il suo modo per interagire con ogni cosa. E di fronte al dolore ebbe la stessa postura dello stoico che sa prepararsi alla fine senza temerla».
Il paragrafo che chiude la sua “Autobiografia intellettuale” si chiama “Il riso e la morte”. C’è una relazione? «Per mio padre c’era. “Ridere – scrisse – è il modo radicalmente umano di reagire al senso umano della morte”. Il comico fu per lui un’occasione per resistere alle tragedie e combattere il fanatismo. Mi dava a volte l’impressione di giocare con le cose serissime per sdrammatizzarle e vincere la noia. Ricordo una sua frase sulla morte di Socrate. Critone chiese a Socrate: “Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?” E Socrate: “l’unico modo per prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri sono dei coglioni”».
N.d.r. Il 19 di febbraio dell’anno 2016 ci lasciava Umberto Eco.

Nessun commento:
Posta un commento