Bruce Springsteen è un signore di una certa età (76 anni). Ha
alle spalle una lunga storia americana, una composizione di storie di strada,
di società, di libertà e d’amore, le sue canzoni di questo si nutrono. Possiamo
dire che pochi sono più americani di lui. Vederlo a Minneapolis, alla sua età,
battersi sul confine estremo della democrazia americana, a un passo dal
dispotismo e comunque già nel pieno dell’arbitrio di una sola persona,
dev’essere qualcosa che impressiona anche lui. Non se l’aspettava: e chi poteva
aspettarselo? Siamo abituati, da quando siamo ragazzi, a considerare l’America
come un luogo di conflitti anche durissimi. Conflitti sociali, conflitti
razziali, conflitti economici, e uno scenario politico fatto anche di violenza.
Ma tutto questo dentro un contenitore solido, che eravamo abituati a chiamare
democrazia. Perfino l’omicidio politico, dentro questo contenitore, faceva
orrore, ma non faceva temere per l’integrità del contenitore. La democrazia
americana non era in discussione. Era un palcoscenico capace di mettere in
scena drammi di ogni sorta: nessuno dei quali, però, metteva in discussione il
palcoscenico stesso. Le famose “due Americhe”, quella dei diritti civili e
della rivolta contro la guerra in Vietnam, e quella della Bomba e del
perbenismo bianco e conservatore, ci sono sempre sembrate due facce della
stessa medaglia. Ora molto, e forse tutto è cambiato. Springsteen non è a
Minneapolis per difendere questa o quella visione della società, questa o
quella classe sociale, questa o quella America. Si è rimesso in strada per
difendere l’America come concetto. L’ America prima di Trump. (Tratto
da “L’America dopo l’America” di Michele Serra).
“L’America e le bugie del potere”, testo di Ezio Mauro: Improvvisamente,
e senza che la Casa Bianca potesse prevederlo, i fatti di Minneapolis si trasformano
da segno di onnipotenza e impunità sovrana a spia di una crisi del potere,
davanti all'America che guarda e non può fingere di non vedere. Il segnale è
doppio. Prima di tutto la gravità di quanto è accaduto, l'esecuzione da parte
dell’Ice - con dieci colpi di pistola - di un cittadino senza alcuna colpa o
imputazione, un delitto di polizia assorbito dall'amministrazione come una
variabile difettosa nella forsennata routine della repressione dei migranti
irregolari, un errore d'eccesso statisticamente compatibile con quel 65 per
cento in più registrato negli arresti dell'ultimo anno. Ma subito dopo, anzi
insieme, quei fatti sono la prova tangibile, esemplare della menzogna del
potere di fronte al popolo, defraudato di verità allo scopo non soltanto di
proteggere i colpevoli ma di negare i fatti, perché nella loro evidenza non
formino un pensiero critico. Lo
Stato che spara
sui cittadini, dunque,
quasi fossimo in
una guerra civile
americana come denuncia
a Repubblica lo
scrittore Percival Everett
è lo stesso Stato che ha paura
della verità e si sente in diritto di sostituire la realtà con una sua
rappresentazione di comodo, fasulla, come fanno i regimi dispotici dove non c'è
spazio per il reale se contraddice il simbolico, cioè l'immagine che il potere
proietta di sé. Sul primo punto, proprio l'irragionevolezza dell'omicidio di
Alex Pretti svela il vero carattere dell'Ice come polizia ideologica, con un
obiettivo politico e non di governo: ingigantire la figura del migrante come
principale nemico interno riplasmando la percezione del pericolo,
reindirizzando la paura sociale e ridefinendo la gerarchia di reati e sanzioni,
fino a trasformare l'irregolarità da condizione amministrativa in colpa
identitaria. Col risultato che l'immigrato viene perseguito non per ciò che fa,
ma per ciò che è, e l'errore non è nell'azione ma nel soggetto che la compie, e
precisamente nella sua diversità quando pretende di occupare uno spazio che non
le appartiene, perché è nostro. Per mantenere alta, costante e attiva questa
sollecitazione della tensione endemica, l'Ice ha bisogno di distinguersi dalle
altre forze dell'ordine, di accreditarsi come la polizia della norma sociale,
di estremizzare la sua linea d'intervento, spettacolarizzandola in un'inquietudine
popolare che non può avere mai fine, perché è il vero dividendo politico di
questa ideologizzazione della sicurezza.
Attraverso questo passaggio l'Ice si
trasforma da strumento tecnico in apparato di produzione ideologica, acquista
l'autonomia di soggetto politico, invece di emancipare i cittadini dalla paura
la codifica. Se vuole conservare intatta questa costruzione meta-politica anche
quando gli avvenimenti la contraddicono, il potere ha una sola via: rompere la
cornice della realtà e fuoriuscirne, negando i fatti. Si sottrae così al
giudizio esterno e all'esercizio della propria responsabilità, ma diventa
arbitro del bene e del male che declina secondo le sue convenienze. Naturalmente
c'è una vittima, in questa operazione: la verità, che cessa di essere un
obiettivo, un vincolo e un valore perché non è più intesa come la misura delle
cose e, grazie a questo criterio, come il punto di riferimento comune per le
azioni dei cittadini, l'unico elemento di garanzia nelle diverse
interpretazioni e nelle opposte rappresentazioni della realtà. Ma la verità è
scaduta, non è più commerciabile, ha perso peso e valore, è stata banalizzata,
svuotata e infine neutralizzata, moltiplicata fino a confonderla, così che il
cittadino non la distingue più, non la pretende e quando se la trova davanti
non le crede. Finisce quella che Moro chiamava "l'intelligenza degli
avvenimenti". Privato di un riscontro oggettivo, senza potersi appoggiare
ai fatti, in questo vuoto di realtà comune il cittadino smarrisce ogni capacità
di valutazione autonoma, e di conseguenza perde qualsiasi possibilità di
controllare il potere con dei riscontri oggettivi. È la fine della pubblica
opinione, quel soggetto indipendente che si alimenta coi fatti, li elabora
attraverso un processo di conoscenza, li trasforma in consapevolezza, si assume
la responsabilità di un giudizio. L'opinione, che nasce dalla nostra libera
reazione di fronte a ciò che accade, e ci consente di pesare l'accaduto e di
metterlo in scala attraverso una procedura cognitiva, lascia il posto alla
sensazione, cioè al puro sentire, quindi all'emozione (che è ancora un
sentimento, non un giudizio) e infine ci espone disarmati alla suggestione. Disancorata
dai fatti la realtà cessa di essere sé stessa, diventa opinabile, discrezionale
e soggettiva, e soprattutto finisce a disposizione di qualsiasi rappresentazione.
L'ambito materiale della realtà si slabbra, sfuma e si confonde, da terreno di
confronto sull'accaduto diventa campo di forze per la conquista del senso
comune, al posto dell'opinione. E il potere, qualsiasi potere, è per funzione
il principale interprete del sentire dominante, ed è anche la principale fonte
di creazione di nuovo senso comune. Il cerchio così si chiude: il potere che
esaspera il concetto di sorveglianza e sicurezza in un conflitto sociale si
libera infine dal peso dei fatti per sottrarsi al controllo e al confronto, in
nome di questa nuova libertà della potestà suprema di esercitare il comando
oltre i confini della regola, fino alla sostituzione della realtà, cioè fino al
dominio. Ciò che lega tutto questo è lo scioglimento del vincolo democratico,
il rifiuto della coscienza del limite. Minneapolis non è un caso: è una prova
generale.
N.d.r. I testi sopra riportati sono stati pubblicati sul quotidiano “la
Repubblica” del primo di febbraio 2026.
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