“L’America e le bugie del potere”, testo di Ezio Mauro: Improvvisamente, e senza che la Casa Bianca potesse prevederlo, i fatti di Minneapolis si trasformano da segno di onnipotenza e impunità sovrana a spia di una crisi del potere, davanti all'America che guarda e non può fingere di non vedere. Il segnale è doppio. Prima di tutto la gravità di quanto è accaduto, l'esecuzione da parte dell’Ice - con dieci colpi di pistola - di un cittadino senza alcuna colpa o imputazione, un delitto di polizia assorbito dall'amministrazione come una variabile difettosa nella forsennata routine della repressione dei migranti irregolari, un errore d'eccesso statisticamente compatibile con quel 65 per cento in più registrato negli arresti dell'ultimo anno. Ma subito dopo, anzi insieme, quei fatti sono la prova tangibile, esemplare della menzogna del potere di fronte al popolo, defraudato di verità allo scopo non soltanto di proteggere i colpevoli ma di negare i fatti, perché nella loro evidenza non formino un pensiero critico. Lo Stato che spara sui cittadini, dunque, quasi fossimo in una guerra civile americana come denuncia a Repubblica lo scrittore Percival Everett è lo stesso Stato che ha paura della verità e si sente in diritto di sostituire la realtà con una sua rappresentazione di comodo, fasulla, come fanno i regimi dispotici dove non c'è spazio per il reale se contraddice il simbolico, cioè l'immagine che il potere proietta di sé. Sul primo punto, proprio l'irragionevolezza dell'omicidio di Alex Pretti svela il vero carattere dell'Ice come polizia ideologica, con un obiettivo politico e non di governo: ingigantire la figura del migrante come principale nemico interno riplasmando la percezione del pericolo, reindirizzando la paura sociale e ridefinendo la gerarchia di reati e sanzioni, fino a trasformare l'irregolarità da condizione amministrativa in colpa identitaria. Col risultato che l'immigrato viene perseguito non per ciò che fa, ma per ciò che è, e l'errore non è nell'azione ma nel soggetto che la compie, e precisamente nella sua diversità quando pretende di occupare uno spazio che non le appartiene, perché è nostro. Per mantenere alta, costante e attiva questa sollecitazione della tensione endemica, l'Ice ha bisogno di distinguersi dalle altre forze dell'ordine, di accreditarsi come la polizia della norma sociale, di estremizzare la sua linea d'intervento, spettacolarizzandola in un'inquietudine popolare che non può avere mai fine, perché è il vero dividendo politico di questa ideologizzazione della sicurezza. Attraverso questo passaggio l'Ice si trasforma da strumento tecnico in apparato di produzione ideologica, acquista l'autonomia di soggetto politico, invece di emancipare i cittadini dalla paura la codifica. Se vuole conservare intatta questa costruzione meta-politica anche quando gli avvenimenti la contraddicono, il potere ha una sola via: rompere la cornice della realtà e fuoriuscirne, negando i fatti. Si sottrae così al giudizio esterno e all'esercizio della propria responsabilità, ma diventa arbitro del bene e del male che declina secondo le sue convenienze. Naturalmente c'è una vittima, in questa operazione: la verità, che cessa di essere un obiettivo, un vincolo e un valore perché non è più intesa come la misura delle cose e, grazie a questo criterio, come il punto di riferimento comune per le azioni dei cittadini, l'unico elemento di garanzia nelle diverse interpretazioni e nelle opposte rappresentazioni della realtà. Ma la verità è scaduta, non è più commerciabile, ha perso peso e valore, è stata banalizzata, svuotata e infine neutralizzata, moltiplicata fino a confonderla, così che il cittadino non la distingue più, non la pretende e quando se la trova davanti non le crede. Finisce quella che Moro chiamava "l'intelligenza degli avvenimenti". Privato di un riscontro oggettivo, senza potersi appoggiare ai fatti, in questo vuoto di realtà comune il cittadino smarrisce ogni capacità di valutazione autonoma, e di conseguenza perde qualsiasi possibilità di controllare il potere con dei riscontri oggettivi. È la fine della pubblica opinione, quel soggetto indipendente che si alimenta coi fatti, li elabora attraverso un processo di conoscenza, li trasforma in consapevolezza, si assume la responsabilità di un giudizio. L'opinione, che nasce dalla nostra libera reazione di fronte a ciò che accade, e ci consente di pesare l'accaduto e di metterlo in scala attraverso una procedura cognitiva, lascia il posto alla sensazione, cioè al puro sentire, quindi all'emozione (che è ancora un sentimento, non un giudizio) e infine ci espone disarmati alla suggestione. Disancorata dai fatti la realtà cessa di essere sé stessa, diventa opinabile, discrezionale e soggettiva, e soprattutto finisce a disposizione di qualsiasi rappresentazione. L'ambito materiale della realtà si slabbra, sfuma e si confonde, da terreno di confronto sull'accaduto diventa campo di forze per la conquista del senso comune, al posto dell'opinione. E il potere, qualsiasi potere, è per funzione il principale interprete del sentire dominante, ed è anche la principale fonte di creazione di nuovo senso comune. Il cerchio così si chiude: il potere che esaspera il concetto di sorveglianza e sicurezza in un conflitto sociale si libera infine dal peso dei fatti per sottrarsi al controllo e al confronto, in nome di questa nuova libertà della potestà suprema di esercitare il comando oltre i confini della regola, fino alla sostituzione della realtà, cioè fino al dominio. Ciò che lega tutto questo è lo scioglimento del vincolo democratico, il rifiuto della coscienza del limite. Minneapolis non è un caso: è una prova generale.
N.d.r. I testi sopra riportati sono stati pubblicati sul quotidiano “la Repubblica” del primo di febbraio 2026.

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